Uomo in mare: quanto si può resistere alla deriva?

In caso di caduta accidentale in mare, mentre si naviga, se non si viene immediatamente recuperati, quanto si può resistere andando alla deriva? Come reagiscono il nostro corpo e la mente? Come ci si salva da una simile situazione?

Cadere in mare quando si naviga è un’evenienza che bisogna prendere in considerazione. Oggi con l’aiuto della tecnologia è possibile indossare dei dispositivi Gps personali che rilevano e comunicano immediatamente la posizione del naufrago a chi è al timone della barca, ma ci sono altri elementi a complicare le cose dell’uomo in mare: può capitare di notte o durante una fase di maltempo, il naufrago può battere la testa nella caduta e perdere conoscenza oppure ancora la temperatura dell’acqua può essere particolarmente fredda.

Nel caso in cui non si viene recuperati subito, cosa succede al nostro corpo e al nostro cervello? Quanto tempo si può sopravvivere andando alla deriva? Quali sono le possibilità concrete di portare a casa la pelle? Lo studio di un caso concreto di sopravvivenza in mare può aiutare a dare delle risposte.

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Uomo in mare

Un caso di sopravvivenza sotto analisi

Nel febbraio 2006, Robert Hewitt stava facendo un’immersione vicino a Mana Island, al largo della Nuova Zelanda. Hewitt era un esperto istruttore subacqueo della marina, con 20 anni di servizio, e disse al suo compagno di immersione che sarebbe tornato a nuoto a riva. Invece, quando è riemerso, ha scoperto di essere stato trascinato a diverse centinaia di metri di distanza da una forte corrente. La barca per le immersioni nel frattempo era andata via e Hewitt rimase solo, con la marea che lo spingeva sempre più lontano dalla costa. Hewitt è riuscito tuttavia a sopravvivere per quattro giorni e tre notti. La sua lotta per la sopravvivenza in mare è stata oggetto di uno studio approfondito da parte di un gruppo di ricercatori guidati dalla fisiologa Heather Massey dell’Università di Portsmouth, nel Regno Unito.

La sfida più pressante di Hewitt è stata la temperatura dell’acqua che era tra i 16 e i 17 gradi, ben al di sotto della temperatura corporea. Secondo i modelli fisiologici, quando l’acqua è a 15 gradi, il tempo medio di sopravvivenza è tra le 4,8 e le 7,7 ore. Incredibilmente, Hewitt ha trascorso le successive 75 ore in acqua, andando alla deriva su una distanza di quasi 40 miglia prima di essere individuato e salvato.

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Come reagisce il corpo a un’immersione al freddo

Come è stato possibile resistere così a lungo? In generale l’immersione in acqua fredda per l’uomo in mare produce quattro fasi di risposta del corpo umano. La prima è lo shock da freddo che innesca iperventilazione incontrollabile, ipertensione e aumento del carico di lavoro cardiaco. Tale shock può causare anche l’inalazione di acqua e l’annegamento e può innescare aritmie cardiache. Hewitt aveva due difese contro lo shock da freddo: una muta di 5 millimetri di spessore e l’assuefazione da più di 1.000 immersioni precedenti, fattori che potevano smorzare in parte la risposta iniziale del suo corpo allo shock.

Dopo lo shock da freddo, che ha un picco entro 30 secondi e diminuisce dopo pochi minuti, la fase successiva dell’immersione è il raffreddamento dei muscoli periferici. Per ogni grado Celsius che i nostri muscoli si raffreddano, la nostra potenza muscolare massima scende di circa il 3%. Ciò significa che si può perdere la capacità di nuotare prima che il nucleo diventi effettivamente ipotermico. Hewitt ha effettivamente perso la capacità di nuotare in alcuni momenti perché ha perso conoscenza, ma aveva un giubbotto di salvataggio che lo ha tenuto con la testa fuori dall’acqua.

Il terzo stadio per l’uomo in mare è il raffreddamento profondo del corpo che colpisce sia le funzioni fisiche che mentali e alla fine porta alla perdita di coscienza e poi alla morte. Al momento del suo salvataggio il subacqueo Hewitt aveva una temperatura di 35,7 gradi, non particolarmente bassa. Ma ha raccontato di aver avuto episodi di confusione e disorientamento che suggeriscono che era al limite dell’ipotermia. Un fattore chiave che ha aiutato Hewitt a evitare l’ipotermia era il fatto che è un soggetto corpulento, alto 1,90 m e pesante 100 chilogrammi. Per ogni 1 per cento di grasso corporeo, si rallenta il tasso di perdita di calore di 0,1 gradi all’ora. Hewitt ha anche cercato di mantenere la posizione fetale che minimizza la perdita di calore ed estende il tempo di sopravvivenza in acqua fredda.

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Collasso e disidratazione: i rischi più gravi

La quarta e ultima fase dell’immersione è il collasso post soccorso, abbastanza comune tra i naufraghi a causa del cambiamento di pressione quando si lascia l’acqua e della forte reazione del sistema nervoso all’idea di essere salvati. Ricordate la morte di Mauro Mancini, morto poche ore dopo essere stato soccorso insieme ad Ambrogio Fogar per il naufragio del Surprise? Con questo in mente, i soccorritori di Hewitt lo hanno tenuto orizzontale per mantenere il flusso di sangue al cervello e lo hanno motivato a continuare a lottare per la sua vita.

Naturalmente l’acqua fredda non era l’unico problema per Hewitt. C’era anche la disidratazione. In situazioni simili si dovrebbe evitare di bere per il primo giorno, cosa che innescherà cambiamenti ormonali che fanno sì che il corpo inizi a conservare l’acqua. Hewitt ha usato la sua maschera e la giacca della muta per raccogliere l’acqua piovana. Quando è stato salvato ha bevuto un litro e mezzo di acqua, poi ha ricevuto altri 6 litri per via endovenosa.

L’immersione prolungata nell’acqua di mare, insieme all’attrito della sua muta e delle pinne, ha inoltre danneggiato la pelle di Hewitt in modo piuttosto grave. Quando è stato trovato il suo corpo era coperto di pidocchi di mare che si nutrivano della sua pelle macerata. E poi c’è la sfida psicologica. Al terzo giorno, il subacqueo stava contemplando il suicidio, ma è riuscito a continuare a lottare.

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Le lezioni da imparare per un naufrago

Possiamo estrarre qualche lezione dal calvario di Hewitt? La lezione più importante è che il subacqueo non avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione. Piuttosto che immergersi da solo, avrebbe dovuto interrompere l’immersione e unirsi a un altro gruppo o, per lo meno, usare una boa di segnalazione per segnalare la sua posizione. Prendere le scorciatoie in mare non paga mai.

Altro fattore chiave per il naufrago è sicuramente quello di rimanere in posizione fetale. Ma la grande lezione da tenere a mente per tutti è che a dispetto di tutti i modelli fisiologici, Robert Hewitt è sopravvissuto per ben 75 ore da solo nell’acqua fredda. Quindi la sopravvivenza in mare è una questione di fortuna certo, ma anche di testa e di cuore. Se vi trovate là fuori, semplicemente non arrendetevi mai.

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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