La tuffatrice australiana Rhiannan Iffland, campionessa Red Bull Cliff Diving World Series, spiega la forza fisica e la tenacia mentale necessarie per saltare da una piattaforma alta come un edificio di 5 piani e sopravvivere.
Il Cliff Diving è uno sport estremo in cui atleti professionisti si tuffano da scogliere, ponti o strutture artificiali poste a decine di metri sull’acqua, più esattamente 27 metri gli uomini e 21 metri le donne. Parliamo di palazzi di 5-6 piani. Si raggiungono facilmente i 90 chilometri orari. Sbagliare l’ingresso in acqua dal quelle altezze significa farsi molto male, se non addirittura rimetterci la pelle.
I cliff divers, giusto per complicarsi ulteriormente la vita, durante il tuffo eseguono complesse acrobazie aeree e alla fine cercano di entrare in acqua con un impatto minimo. Insomma, il Cliff Diving è una disciplina che combina abilità atletica, precisione e coraggio. Ed è stata resa celebre dalla competizione Red Bull Cliff Diving World Series che organizza questo tipo di competizioni spettacolari in luoghi iconici.

Rhiannan Iffland: massimo 2 tuffi al giorno!
La tuffatrice australiana Rhiannan Iffland è una campionessa di questa disciplina e ogni anno domina la classifica delle Red Bull Cliff Diving World Series da quando è entrata a fare parte del tour nel 2016. Lo scorso settembre, a 34 anni, ha conquistato il suo nono titolo internazionale consecutivo. E qualche mese dopo ha rilasciato una lunga intervista alla redazione del celebre magazine statunitense “Outside” dedicato all’outdoor in cui racconta che cosa vuol dire tuffarsi da 21 metri.
La cosa che più colpisce del suo racconto è che in realtà questi tuffatori da grandi altezze non passano la vita a lanciarsi dalle scogliere, come uno potrebbe immaginare. Tuffi del genere, oltre a essere un grosso rischio, sono particolarmente stressanti per il corpo, quindi anche nell’allenamento si dosano molto e ci si prepara di più dal classico trampolino olimpionico dei 10 metri. “Durante una stessa gara Red Bull – spiega Rhiannan – si fanno solo uno o al massimo due tuffi al giorno perché l’impatto con l’acqua è molto duro per il corpo da quell’altezza, anche quando si entra nel punto giusto. In linea di massima io passo tutti i mesi di preparazione a sollevare pesi e ad allenarmi da piattaforme più basse”.

A piedi fino a quelle piattaforme a strapiombo
Durante una gara prima del tuffo bisogna prima di tutto raggiungere la piattaforma di lancio, il che è già di per sé una sorta di avventura e uno stress fisico. Bisogna arrampicarsi sulle rocce, spesso facendo vie ferrate, oppure passare attraverso fitta vegetazione a strapiombo. In genere le location sono veramente mozzafiato e gli atleti da quelle altezze hanno alcuni secondi per ammirare il panorama. “Mentre sali lungo il fianco della scogliera – racconta Rhiannan – senti gli altri atleti che si preparano, poi si lanciano e senti il rumore dei loro corpi nell’aria, come un soffio, e poi ancora l’atterraggio in acqua. Senti il pubblico, vuoi sapere cosa sta succedendo, che tipo di punteggi stanno ottenendo. Tutti i tuoi sensi sono completamente in allerta”.
Quasi sempre le piattaforme dalle quali si esegue il Cliff Diving sono molto piccole, si estendono per non più di mezzo metro dalla parete. Non c’è molto spazio per riscaldarsi, fare stretching o altro. “Prima di ogni tuffo – spiega la Iffland – mi metto in piedi all’estremità della piattaforma e visualizzo il mio tuffo. Mi preoccupo se c’è il sole o il tipo di luce perché noi tuffatori utilizziamo sempre degli indicatori visivi in aria. Vedi l’acqua, vedi la parete, vedi di nuovo l’acqua e così via. È così che sai quando uscire dai salti mortali e dalle torsione e iniziare ad allineare l’ingresso con i piedi. A volte può essere davvero spaventoso, perché a metà tuffo, ti rendi conto di vedere per esempio l’enorme parete rocciosa nel punto sbagliato. Mi è successo un paio di volte”.
La paura c’è e ti rende umano
Il rischio di errori simili è un impatto scomposto e devastante con l’acqua che da quelle altezze estreme è come un muro di cemento. “Ci tuffiamo sempre con una squadra di soccorritori che ti aspettano nell’acqua sottostante – racconta l’atleta – perché se atterri male, puoi romperti le ossa, qualche organo interno o comunque rimanere senza fiato o perdere i sensi. La paura prima di un tuffo c’è sempre, ma con il passare del tempo ci si sente a proprio agio con queste emozioni. E la paura non è una cosa negativa: ci dice che siamo umani, anche se facciamo queste cose folli da altezze assurde. A volte ti chiedi: ma è davvero questo che voglio fare? Ma poi ti tuffi, tocchi l’acqua e provi una grande euforia che ti viene voglia di uscire e rifarlo”.
Ma cosa pensa davvero un cliff divers prima di tuffarsi? “Il cliff diving è uno sport molto mentale – spiega la Iffland – c’è una combinazione di fattori che possono facilmente sopraffare la tua prestazione. C’è la paura di ciò che stai per fare e poi l’aspetto tecnico, per esempio, eseguire un triplo salto mortale all’indietro con due avvitamenti. E poi ci sono i giudici, il pubblico e le aspettative personali. Personalmente cerco di affrontare una cosa alla volta. Quando sei nel tuffo, devi solo lasciare che le cose fluiscano. È difficile da descrivere a parole. Personalmente, penso che il tempo in aria passi molto lentamente. A volte i pensieri cambiano in volo, come se sbagli una gamba che si avvolge nella carpiata. In linea di massima pensi alla parte tecnica del tuffo che assorbe tutte le tue risorse mentali”.

Dagli spettacoli sulle navi da crociera al tetto del mondo
L’ingresso in acqua nel Cliff Diving è decisivo non solo per evitare di farsi male ma anche per accumulare ulteriori punti su ogni tuffo. “Non penso troppo all’ingresso – racconta Rhiannan – se lo faccio, viene male. Cerco piuttosto di collegare ogni parte del tuffo. E poi avviene l’ingresso. Ci tuffiamo sempre con almeno 5 metri di fondale. Quando tocco, vado dritto verso il basso. A volte si fanno piccoli aggiustamenti dell’ultimo secondo in aria, che devono avvenire molto velocemente. Ma dopo anni è tutto automatico”.
Pensare che Rhiannan Iffland ha iniziato a tuffarsi in alcuni spettacoli acquatici a bordo delle grandi navi da crociera quando aveva 21 anni. È lì che ha visto per la prima volta la Red Bull Cliff Diving World Series e ha capito il tipo di tuffi che organizzavano. Dopo che hanno introdotto una gara femminile nel 2014, ha pensato: “Caspita, voglio esserci anch’io!”.

