Salvare i gozzi significa salvare la nostra memoria marinara

È appena uscito “Gozzi, pescatori e marinai” di Giovanni Panella, uno splendido libro che celebra e ripercorre la storia del gozzo, imbarcazione da lavoro utilizzata da pescatori e marinai del Mediterraneo, simbolo di un modo di affrontare il mare che sta scomparendo.

Per secoli sono state le barche da lavoro di pescatori e marinai del Mediterraneo, ma oggi i gozzi sono una specie nautica in via di estinzione. A raccontare l’evoluzione di queste barche che hanno fatto la storia della navigazione del “Mare Nostrum” è il nuovo libro “Gozzi, pescatori e marinai” di Giovanni Panella (Ed. La Nave di Carta, pag. 148 con foto, 16 euro), uno splendido viaggio della memoria nautica del Mediterraneo, dal Mar Tirreno alla Tunisia, dall’Adriatico al Mar Egeo, con un’imprevista puntata oltre oceano, a San Francisco, dove un gozzo è diventato addirittura simbolo della comunità italiana locale.

Tanti nomi “locali” diversi per la stessa barca

Una delle peculiarità del gozzo è che a seconda della zona di provenienza cambia il nome: gussu, vuzzi, mourre de pouar, guz, dgħajsa, bussi, pointus, gajeta, barquette, lodsû, luzzu. In realtà tuttavia le caratteristiche principali di queste barche sono simili: lunghezza dai 4 ai 10 metri, poppa a punta, prua che si prolunga nella caratteristica “pernaccia” per fissare le reti e le cime, propulsione a remi oppure a vela latina o vela tarchia, banco di voga al centro, e solo parzialmente pontate.

“Ogni volta che un gozzo tradizionale viene demolito perdiamo irreparabilmente un pezzo di storia – afferma Giovanni Panella, uno dei massimi studiosi italiani di storia della marineria – per secoli queste barche sono state il mezzo di sostentamento delle comunità costiere e, in un certo senso, ne rappresentano la cultura e l’identità come testimoniano le decine di varianti locali”.

Storie e aneddoti incredibili legati al gozzo

Un tempo costruiti “a occhio” dai vecchi maestri d’ascia, oggi dei gozzi del passato esistono pochissimi disegni, quasi sempre riprodotti in tempi recenti da studiosi. Sono invece molte le tracce che queste barche hanno lasciato nella storia del mare, storie che lo studioso Panella ha ritrovato e raccontato. Come per esempio quella delle sorelle Avenzo, mogli di pescatori che nel 1855 con due gozzi andarono in soccorso dell’equipaggio del Croesus, in fiamme al largo di San Fruttuoso con a bordo 287 soldati del Corpo di Spedizione Sardo. Era proprio un gozzo anche i Due Fratelli, la barca con cui la nascente Resistenza ligure riuscì a stabilire il primo contatto con gli Alleati.

Dopo una rocambolesca navigazione da Voltri al porto di Isola Rossa in Corsica i partigiani genovesi riuscirono a imbarcare e portare in Italia il radiotelegrafista che avrebbe tenuto i collegamenti con il comando Alleato. E ancora, in tempi più recenti, con i gozzi da pesca alcune famiglie di “pieds noir” hanno lasciato l’Algeria per raggiungere la Francia.

I gozzi famosi anche oltre oceano

Costruiti per la navigazione costiera, i gozzi si sono spesso spinti oltre gli orizzonti domestici seguendo i banchi di pesci: dalla Campania alla Liguria e alla Sardegna, dalla Liguria alle foci del Rodano, dalla Sicilia tirrenica alla Tunisia. Barche migranti, dunque ma anche barche degli emigranti come testimoniano i Dago Boats di San Francisco. Gozzi costruiti dai pescatori italiani emigrati negli States a inizio Novecento. Dago, da “dagger”, ossia coltello venivano chiamati gli italiani, da qui il nome di Dago Boats dato ai gozzi del Pacifico nei quali si sommano caratteristiche liguri e siciliane e di altre zone d’Italia.

I gozzi e la letteratura: un legame genuino

Nel volume “Gozzi, pescatori e marinai” c’è anche una sezione dedicata ai gozzi da regata. Sono le grandi famiglie sassaresi, i Segni, i Berlinguer, i Cossiga tra i primi a utilizzare i gozzi armati a vela latina per il diporto e le competizioni e a dare così inizio alla stagione delle regate che poi si è diffusa dal Tirreno all’Adriatico. Nel libro le storie delle barche si intrecciano a quelle dei lavoratori del mare, pescatori, marinai, maestri d’ascia, calafati, carpentieri in un affascinante racconto corale dove non mancano le voci di grandi scrittori: da Giovanni Verga che nei Malavoglia racconta con precisione marinara le peripezie della Provvidenza, un gozzo, anzi più precisamente una sardara da pesca; a George Simenon che racconta l’incontro con un gozzo al largo della Sicilia; a Robert Louis Stevenson che descrive i pescatori italiani di San Francisco.

Salvare gozzi per salvare memorie, è l’appello contenuto in queste pagine che sono anche un tributo a tutti coloro che, con fatica, lavorano per salvare gli ultimi gozzi del Mediterraneo.

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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