Un’improvvisa scivolata sul ponte dopo una battuta di pesca, il catamarano che si allontana inesorabile e tre giorni di navigazione nel solco del panico. La tragedia di Juan José Mutilba Obregón riaccende i riflettori sull’incubo peggiore di ogni equipaggio in coppia: l’Uomo a Mare.
Ci sono dinamiche che, nella loro drammatica semplicità, incarnano lo scenario più atroce per chiunque viva di mare e navigazione. Non occorre una tempesta perfetta oppure onde giganti: bastano un istante di disattenzione, una superficie di coperta insidiosa e la fatalità compie il suo corso. È la storia di una traversata trasformatasi in incubo tra lo Ionio e il mare di Grecia, una rotta classica per il diporto estivo che si è trasformata nella rete da cui un velista esperto non è più riuscito a riemergere.

Un’uscita da sogno e la tragica caduta
Lunedì 17 agosto, Siracusa regala una giornata ideale per mollare gli ormeggi. Juan José Mutilba Obregón, sessantaseienne imprenditore spagnolo in pensione e marinaio di lungo corso, fa rotta verso il porto ellenico di Pilos. Al suo fianco c’è la moglie Carmen, sessantasette anni, sua compagna di vita e di navigazione. L’imbarcazione è un catamarano moderno, acquistato soltanto lo scorso febbraio: una piattaforma stabile, spaziosa, pensata per macinare miglia in sicurezza.
La mattina di martedì 18 agosto, a diverse miglia dalla costa e in un tratto di mare calmo, la sorte gira le spalle al velista. Juan José riesce a pescare un tonno e a portarlo a bordo. È un momento di gioia tipico della vita d’altura, ma le fasi successive alla cattura sono tragicamente insidiose. Bastano poche gocce di sangue e il ponte di coperta diventa una superfice scivolosa: l’uomo perde l’aderenza sotto le scarpe, scivola e precipita in acqua.

Il panico e la rotta verso il nulla
In mare aperto, ogni secondo ha un peso specifico immenso. In acqua c’è lo skipper, l’uomo che conosce ogni strozzatore, ogni comando della plancia e ogni logica d’emergenza della barca. A bordo rimane Carmen. Nonostante la donna sia titolare di una patente nautica, l’impatto emotivo dell’evento spazza via ogni nozione teorica. Il panico paralizza i gesti più semplici.
Dall’acqua, Juan José urla disperatamente alla moglie di spegnere i motori e arrestare l’avanzamento. Ma il pilota automatico e la spinta delle eliche continuano a fare il loro lavoro, mantenendo la prua sulla rotta impostata. L’imbarcazione continua a sfilare via, guadagnando metri a ogni secondo. In mare basta allontanarsi di un paio di centinaia di metri per perdere visivamente un capo umano che affiora tra le increspature delle onde.
Tre giorni alla deriva e i soccorsi
Oltre alla difficoltà operativa di manovrare il multiscafo, subentra una seconda letale criticità: il vuoto di copertura delle reti cellulari in alto mare. Priva delle competenze per utilizzare correttamente il VHF o per lanciare un segnale d’emergenza digitale, la donna rimane prigioniera della barca in avanzamento per ben 72 ore, in totale balia degli eventi e del terrore.
Soltanto nella giornata di venerdì, intercettando una cella telefonica utile, Carmen riesce a raggiungere un amico di famiglia esperto di marineria. Da lì scatta la catena dei soccorsi: il Salvamento Marítimo spagnolo allerta immediatamente le centrali operative di Italia e Grecia. Le motovedette greche intercettano il catamarano al largo di Pilos, con la donna a bordo in buone condizioni fisiche ma sotto profondo shock. L’imbarcazione viene scortata in porto con l’ausilio di un peschereccio, mentre nell’area dell’incidente scattano le ricerche d’altura. Purtroppo, dopo tre giorni d’intervallo temporale e con le correnti dello Ionio, ritrovare lo skipper si rivela un’impresa disperata.

L’addestramento dell’equipaggio
Questo drammatico evento porta alla luce una riflessione imprescindibile per chiunque navighi in coppia o con equipaggio ridotto. Troppo spesso lo skipper accentra su di sé tutte le operazioni, dando per scontato che gli altri membri del gruppo sappiano come reagire. Invece, la sicurezza dell’imbarcazione dipende da una regola aurea: chiunque deve essere in grado di salvare chi governa.
Prima di mollare gli ormeggi per una traversata, bastano meno di sessanta minuti di briefing pratico per condividere tre nozioni salvavita fondamentali:
- Arrestare la barca: sapere esattamente quale tasto premere per disinserire il pilota automatico o spegnere i motori (o mettere in panna una barca a vela).
- Segnare la posizione: premere immediatamente il tasto MOB (Man Overboard) sul plotter cartografico per fissare le coordinate geografiche esatte del punto di caduta.
- Chiamare soccorso: saper utilizzare il tasto rosso DISTRESS del VHF DSC, che invia una chiamata di soccorso automatica con la posizione della barca a tutte le stazioni radio in ascolto.
Consigli di sicurezza MOB e dotazioni indispensabili
Prevenire la caduta fuoribordo ed essere pronti a gestire l’emergenza richiede non solo disciplina d’equipaggio, ma anche la giusta tecnologia di bordo. Per chi effettua uscite in mare aperto o traversate impegnative, l’imbragatura con cinture di sicurezza e jackline da fissare lungo la coperta rimane il primo sbarramento fondamentale: la regola d’oro resta sempre non cadere mai in mare. Tuttavia, qualora un membro dell’equipaggio finisca in acqua, indossare un giubbotto autogonfiabile di ultima generazione dota l’infortunato della spinta necessaria a rimanere a galla anche in stato di shock o svenimento.
Per un rintracciamento immediato, è altamente consigliato dotarsi di un localizzatore personale AIS/EPIRB da integrare nel giubbotto, in grado di trasmettere la posizione esatta della persona direttamente ai riceventi delle imbarcazioni nelle vicinanze. Infine, per agevolare il ripescaggio, non devono mai mancare a poppa sistemi di recupero pronti all’uso come ferro di cavallo con boetta luminosa e cime galleggianti di soccorso.
Photo credits immagine apertura: Salvamento Maritimo.