Ecco come l’America’s Cup si è trasformata in una regata “aerea”

I tanti appassionati di America’s Cup che seguono questa 36° edizione del prestigioso trofeo potrebbero rimanere smarriti e non riconoscersi nei match race che si susseguono al largo di Aukland, in Nuova Zelanda. Cerchiamo di capire perché, come si è arrivati a questo e qual è forse l’approccio giusto per tornare a godersi le regate.

La 36° America’s Cup ha preso il via ormai da diverse settimane con tre sfidanti, il Regno Unito, l’Italia e gli Stati Uniti, che competono in una serie di match race per conquistare il diritto di gareggiare contro i campioni in carica, Team New Zealand, cercando di soffiargli via la vecchia coppa nel prossimo mese di marzo. Grazie al rapido progresso della tecnologia, le barche di questa edizione dell’America’s Cup, gli Ac75, sono completamente inedite nella storia della vela, veri e propri “mostri acquatici” dotati di foil che cambiano completamente il modo di navigare trasformandolo in un volo sospeso sull’acqua e rendono le regate più simili a gare tra aerei piuttosto che tra barche a vela.

Prima di tutto per le velocità che riescono a raggiungere: spesso in giornate anche solo di vento medio abbiamo visto le barche superare addirittura i 50 nodi. Prestazioni possibili proprio grazie alla mancanza di attrito idrodinamico quando gli scafi sono completamente sollevati sull’acqua. Poi anche per il precario equilibrio di queste barche che al minimo errore si siedono in acqua e praticamente si fermano o addirittura affrontano scuffie spettacolari e ad alto rischio per gli equipaggi. Anche questi ultimi sembrano invisibili rispetto al passato, chiusi come sono nei pozzetti aerodinamici e che parlano tra loro solo tramite radio e auricolari.

America's Cup

Un salto nel futuro per l’America’s Cup

L’ultima America’s Cup si è tenuta nel 2017, il che significa che ogni team ha avuto più di tre anni per lavorare su tattiche, velocità e soprattutto sui nuovi yachts. Ma in pratica in questi tre anni la Coppa America ha fatto un salto nel futuro. Vale a dire è un altro pianeta proprio. Naturale lo smarrimento di tanti velisti della domenica, diportisti, gente appassionata delle regate tradizionali.

A chi gli chiede come è stato possibile questo salto futurista dell’America’s Cup, il grande velista australiano Iain Murray, direttore del trofeo dal 2021, risponde in modo semplice: “È uno sport diverso. Ma l’innovazione ha sempre fatto parte dell’America’s Cup e anche in passato in pochi possono dimenticare il clamore suscitato per esempio dalla chiglia “alata” di Australia II quando fu tirata fuori dall’acqua dopo la vittoria del 1983.

Certo è che nell’ultimo decennio l’evoluzione degli yachts utilizzati nella gara e soprattutto l’introduzione dei foil nel 2012 hanno cambiato completamente le carte in tavola. È stato in realtà un processo progressivo. Già nelle edizioni del 2013 e del 2017 sono stati utilizzati catamarani foiling ad alta tecnologia. Quest’anno in Nuova Zelanda sono tornati i monoscafi, utilizzati nel Trofeo dal 1851 al 2007, ma anche solo a vista gli AC75 sono rivoluzionari e dividono il pubblico: c’è chi li ama e chi li odia; per alcuni sono uno spettacolo da vedere, altri invece hanno un rifiuto e non li considerano nemmeno barche a vela.

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Barche o aerei? Un bel mix in questa America’s Cup

Tra le migliori descrizioni degli AC75 di questa America’s Cup che si sono sentite in questi giorni di regate c’è stata questa: un “mix perfetto tra un sottomarino, un cacciatorpediniere e un aeroplano”. È una battuta naturalmente, ma spiega bene che approcciare queste barche non è proprio immediato e rimanda ad altro che alla vela: all’aeronautica soprattutto, viste le tecnologie simili, il contesto aerodinamico, i sistemi di controllo dei foil. Tutta roba molto high-tech e comprensibile solo dagli addetti ai lavori.

Non a caso i team in gara si consultano con ingegneri aeronautici, con i tecnici della Formula Uno e il team americano è addirittura sponsorizzato da Airbus. Oltre a questo, una caratteristica assolutamente non voluta degli AC75 è l’elevato livello di pericolo che deriva dalle straordinarie velocità e dalle occasionali scuffie, come quella di cui è stato protagonista Patriot e che ha quasi determinato l’affondamento della barca americana. Proprio per queste evenienze gli organizzatori della Coppa hanno stabilito che almeno quattro membri dell’equipaggio a bordo devono avere completato un corso di primo soccorso e rianimazione. Alcuni portano anche delle bombole di ossigeno portatili.

Leggi anche: America’s Cup, la 36 edizione al via a marzo

Ma come fanno gli AC75 a volare fuori dall’acqua?

I foil sono installati su ogni lato delle barche come delle ali di aeroplano. Quando la barca si muove a bassa velocità, un po’ come un aereo a terra, lo scafo rimane nell’acqua come una barca tradizionale. Ma quando la barca aumenta la velocità regolando le vele, il foil che si trova nell’acqua inizia a creare portanza ed è in grado di sollevare lo scafo fuori dall’acqua nello stesso modo in cui un aereo decolla da terra.

Una volta che la barca è in volo, c’è quindi una grande riduzione della resistenza poiché la superficie dello scafo non crea più tutto quell’attrito attraverso l’acqua e la velocità della barca è in grado di accelerare molto rapidamente. Le barche e i foil sono progettati per produrre la minore resistenza possibile in acqua, decollare e gestire il più possibile il volo. Se riescono a fare tutto questo e meglio dei concorrenti vinceranno la regata.

Può piacere o meno, ma l’America’s Cup è sempre stata un laboratorio sperimentale di tecnologia e soluzioni tecniche innovative. Il suo compito è registrare le nuove tendenze ed estremizzarle al massimo con l’aiuto delle migliori menti veliche: progettisti, atleti e investitori che devono finanziare questi progetti dai costi stratosferici. Correre con gli AC75 costa circa 60 milioni di euro. Certo è che lo spettacolo di un volo sull’acqua non può lasciare indifferenti… Info: www.americascup.com

Le barche volanti dell’America’s Cup fanno già scuola

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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