Gli uomini dell’Arma dei Carabinieri con l’operazione Caronte hanno portato alla luce il traffico illegale delle 435 barche affondate nella mareggiata che colpì la Liguria nell’ottobre del 2019. Indagati tutti i dirigenti del porto “Carlo Riva” per traffico illecito di rifiuti aggravato.

Un sub che muore durante un’immersione nel porto di Rapallo. Così è iniziata l’operazione “Caronte” dell’Arma dei Carabinieri che nei giorni scorsi ha portato alla luce lo smaltimento illegale dei relitti degli yachts affondati nel porto “Carlo Riva” di Rapallo durante la devastante mareggiata che colpì le coste della Liguria nel 29 ottobre 2018.

Un traffico clandestino di rifiuti di lusso, 435 barche distrutte e naufragate, su cui aveva messo le mani la mafia e che ha portato all’arresto di 9 persone, compresi alcuni professionisti della nautica e gestori di porti e a sequestri di materiali per oltre 3,5 milioni di euro.

Un sub che muore d’infarto: inizia l’indagine

Tutto parte dal quel sommozzatore che muore la mattina dell’11 aprile del 2019. Una morte strana perché quell’uomo non è un vero sub. Si chiama Biagio Carannante, ha 72 anni, è originario di Napoli ed è un cardiopatico. Infatti in quelle acque fredde del porto di Rapallo muore d’infarto. Sull’incidente i dirigenti del porto Carlo Riva nell’immediato redigono un documento in cui dichiarano che l’immersione di Carannante è assolutamente lecita. Ma la malattia al cuore dell’uomo era risaputa. Perché farlo lavorare in quelle condizioni? Per il capitano Simone Clemente, comandante della compagnia dei carabinieri di Santa Margherita Ligure, c’è qualcosa che non quadra e si mette a indagare. I carabinieri scoprono così che il documento redatto dai gestori del porto è completamente falso, addirittura con una data antecedente. Biagio Carannante non aveva alcuna abilitazione per potersi immergere e quello che stava facendo quando è morto non era affatto lecito: era intento a raccogliere illegalmente i rifiuti dai fondali del porto.

L’uomo lavorava per conto di un pregiudicato napoletano, Pasquale Capuano, che con il metodo mafioso e millantando contatti con soggetti appartenenti alla camorra e alla ‘ndrangheta, aveva promosso e gestito l’intera filiera di smaltimento illegale dei relitti degli yachts travolti dalla mareggiata del 2018.

Risparmiare soldi sullo smaltimento dei yachts

Smaltire le barche è un’operazione lunga e costosa. Capuano si occupava di smaltirle in maniera illegale, quindi senza precauzioni per l’ambiente e senza autorizzazioni con uno stragemma ben studiato: il trasporto dei relitti avveniva spacciandoli per imbarcazioni dirette in cantieri per la manutenzione, anziché rifiuti da smaltire. I relitti, in realtà, venivano interrati in tre discariche abusive: a Massa, a Carrara e a Giuliano (Napoli) con l’aiuto di manodopera nordafricana impiegata abusivamente nelle discariche e gestita da un caporale bosniaco di Massa Carrara.

A proporre ai dirigenti del porto di Rapallo lo smaltimento illecito degli yachts affondati è stato Roberto Lembo, ingegnere della Bristish Shipways, azienda napoletana legata allo stesso a Capuano. In manette sono finiti così sette uomini e due donne. tra loro la direttrice del porto di Rapallo, Marina Scarpino, ma anche il presidente del consiglio d’amministrazione, Andrea Dall’Asta e il responsabile della sicurezza del porto, Massimo Burzi. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti aggravato in concorso, violenza privata aggravata dal metodo mafioso, omicidio colposo, calunnia, illecita concorrenza con violenza e minaccia e intermediazione illecita di manodopera. A uno degli indagati è stata applicata la custodia in carcere, mentre ad altri sette gli arresti domiciliari e all’ultimo il divieto di dimora nel Comune di Rapallo.

Circa 670 le tonnellate di rifiuti sotterrati

Oltre alle misure cautelari personali, l’autorità giudiziaria ha emesso anche un decreto di sequestro preventivo ai fini della confisca per un totale di oltre 3,6 milioni di euro a carico dei soggetti e delle società coinvolte nell’inchiesta. Secondo gli inquirenti, gli indagati con lo smaltimento illecito hanno ottenuto un ricavo di oltre 3 milioni di euro, movimentando e gestendo circa 670 tonnellate di rifiuti non tracciati.

L’attività dei carabinieri, con il contributo nelle fasi iniziali della Capitaneria di Porto di Genova, supportata da attività tecniche di investigazione, è stata coordinata dalla Dda della Procura della Repubblica di Genova, con il procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio e il sostituto procuratore Andrea Ranalli. L’ordinanza è stata emessa dal Gip Claudio Siclari del Tribunale di Genova.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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