Vela: quali sono le reali differenze tra mare e oceano?

Per i velisti il mare è la scuola e l’oceano il sogno, ma qual è la differenza vera tra il mare e l’oceano? Alcuni criteri scientifici consentono di distinguerli. La navigazione poi cambia parecchio…

Per ogni velista sono due mondi simili, ma in realtà molto distanti. Il mare è una palestra, la scuola dove si apprendono i primi rudimenti della navigazione, s’impara a stare in barca, a gestirla nelle varie condizioni di vento, ci si abitua agli spazi ristretti, si comincia a fare piccoli viaggi, si respira l’orizzonte, ma con la consapevolezza che la costa è lì a qualche bordo e al massimo in una manciata di ore si può raggiungere terra. L’oceano invece è il punto di arrivo di un velista, comporta una navigazione più impegnativa sotto l’aspetto sia fisico che mentale, è un’esperienza romantica che richiama i grandi viaggi del passato, il periodo dell’esplorazioni. In oceano si deve essere completamente autonomi dal punto di vista delle risorse, si sta a bordo per diverse settimane, si deve interpretare il meteo secondo modelli più grandi e un errore di rotta si paga più a caro prezzo. Il concetto del tempo inoltre si dilata, si deforma, acquista un altro significato.

Al di là di questa percezione da parte dei velisti, tuttavia, oceano e mare sono diversi anche in senso fisico e geografico. A rendersene conto sono stati i primi navigatori. Nel XVI secolo, quando Vasco Núñez de Balboa sbarcò nel Pacifico dopo avere attraversato il Sud America, chiamò questo mare sconosciuto “Mare del Sud”. A sua volta nel 1520 Magellano, prendendo la stessa strada del conquistatore spagnolo, lo battezzò a sua volta “Oceano Pacifico”. Ma la differenza tra e mare e oceano non è solo una questione di interpretazione umana.

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Cambiano le dimensioni e i confini degli orizzonti

La principale differenza che c’è tra un mare e un oceano è nell’estensione della distesa d’acqua. Gli oceani sono considerati vaste distese d’acqua salata che rappresentano circa il 70 per cento della superficie terrestre. Si differenziano dai mari per le maggiori dimensioni: i mari sono infatti considerati insenature marginali degli oceani, anche se idrograficamente connessi con questi ultimi. Anche dal punto di vista geologico l’oceano è caratterizzato da una dorsale in espansione, mentre il mare è un bacino stabile.

Basta pensare che di oceani in tutto il pianeta sono solo cinque: l’Atlantico, il Pacifico, l’Indiano, l’Artico e l’oceano Meridionale. Il Pacifico è il più grande degli oceani con una superficie di oltre 166 milioni di km2, o quasi 1/3 della superficie terrestre, mentre l’Artico è il più piccolo e copre 14 milioni di km². Il più grande dei mari è il Mar Arabico con una superficie di 3,8 milioni di chilometri. Il Mediterraneo è considerato un mare in quanto insenatura dell’oceano Atlantico e collegato idrograficamente ad esso tramite lo Stretto di Gibilterra.

La profondità degli oceani e le false credenze

Ma la differenza sostanziale tra mari e oceani è soprattutto una questione geografica. Per distinguerli possiamo basarci sulla configurazione della terra con la quale confinano. Pertanto, gli oceani sono delimitati dai continenti, mentre i mari sono delimitati dalla terra, ma non da interi continenti.

In generale si pensa che gli oceani sono più profondi dei mari. In realtà non è proprio così. È vero per esempio che la Fossa delle Marianne, situata nell’Oceano Pacifico nord-occidentale, è la fossa oceanica più profonda conosciuta per il momento con una profondità superiore a 11.000 metri. Tuttavia la profondità media degli oceani è di circa 3.700 metri, quando alcune fosse del Mediterraneo scendono anche a 5.267 metri.

Oceano

Mari aperti e mari chiusi

Se gli oceani sono solo 5, esistono poi due tipi di mare: il mare aperto o quelli collegati all’oceano da uno stretto e da mari chiusi. Nel primo caso possono fondersi con l’oceano, ma sono generalmente senza sbocco sul mare o limitati dalla piattaforma continentale. Stiamo parlando del Mar Celtico, dell’Egeo o Arabico o dei Caraibi. Alcuni mari invece sono quasi chiusi, ma comunicano con l’oceano attraverso uno stretto, come nel caso del Mediterraneo collegato all’Atlantico attraverso lo Stretto di Gibilterra. Anche il Mar Rosso, il Baltico e il Mar Nero sono collegati agli oceani da uno stretto passaggio. I mari realmente chiusi sono il Mar Morto, il Caspio o il Mar d’Aral. Questi sono tutti e tre come grandi laghi salati alimentati dai fiumi.

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Cosa cambia davvero in barca?

Le barche per la navigazione oceanica sono molto diverse da quelle destinate alla navigazione lungo costa. La differenza principale riguarda gli spazi di bordo che sono stipati di provviste, di parti di ricambio e dotazioni supplementari. Anche i bagagli dell’equipaggio sono ovviamente più voluminosi, specie per lunghe navigazioni. Si nota subito la mancanza di spazio personale, ancor più importante in quanto non è possibile godere di intervalli e soste a terra. Le regolazioni alle manovre d’altro canto diventano molto meno serrate, si fanno bordi lunghissimi senza nemmeno toccare una vela. Il movimento della barca è continuo e spesso ampio, benché si presenti di rado così duro come capita invece spesso in mare. Le onde possono assumere dimensioni rilevanti, ma sono di solito più lunghe e dolci. Un’altra qualità che è necessario possedere per una navigazione oceanica è una certa insensibilità al mal di mare: è ovvio che non si può fermare la barca e far scendere la persona che soffre, né i rimedi a disposizione sono particolarmente efficaci. Alcune persone sono così sensibili da essere ridotte in breve tempo in stato di grave disidratazione e a un passo dalla necessità di serio trattamento medico.

Il tempo meteorologico in oceano è difficilmente costante. Naturalmente temperatura, vento e precipitazioni cambiano in funzione del luogo in cui si navigherà: a Capo Horn ci sono burrasche e maltempo anche in estate, mentre al passaggio dell’Equatore si possono soffrire l’umidità e le bonacce dei “doldrum”.

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Gestione risorse, turni di guardia e approccio mentale

Una regola importante in oceano è lo scrupoloso risparmio delle risorse di bordo. L’acqua è il primo elemento da risparmiare. Dovesse mai succedere un imprevisto, avendo acqua si può resistere per mesi, anche senza o con pochissimo cibo. Senza acqua il limite di sopravvivenza è intorno è di pochi giorni. Anche la disponibilità verso gli altri è importante, come la voglia di creare e mantenere un clima di amicizia e di solidarietà. Occorre infine rispettare rigorosamente i compiti assegnati dallo skipper. Se qualcuno si sottrae a questi.

In conclusione, a navigare in oceano s’impara molto su sé stessi, in un periodo diciamo concentrato. Non si hanno distrazioni, si è immersi nella natura, si riflette e si scopre chi e che cosa ci manca davvero, quanto siamo capaci di resistere fisicamente ed emotivamente alla lontananza e alla solitudine. Si scoprono i nostri limiti, il mal di mare, la paura, la nostalgia e si prova a superarli amore del viaggio e di quella splendida sensazione di libertà assoluta.

I venti degli oceani: uno diverso per ogni latitudine

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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