“Ma quale vela ecologica?”. Lo skipper Stanislas Thuret si sfoga

Il navigatore francese Stanislas Thuret di recente ha annunciato il ritiro dalle regate oceaniche a causa di un’incompatibilità di fondo tra la vocazione sostenibile della vela e i processi produttivi dell’industria nautica.

Stanislas Thuret si ritira dalle competizioni. Nella cosiddetta “transizione ecologica” che caratterizza il nostro millennio la vela si trova in bilico su un filo sottile. Da una parte è innegabile che navigare spinti dal vento è di per sé un modo di viaggiare tra i meno inquinanti per l’ambiente. La vela però intesa come barche e catamarani è anche un prodotto industriale e come tale realizzato con materiali e cicli produttivi che un impatto sull’ambiente ce l’hanno eccome. Pensiamo alla vetroresina, ai compositi, alle plastiche di ogni tipo che salgono a bordo in veste di mille attrezzature, dal cordame, alle vele, dai chart plotter ai parabordi. Per non parlare delle vernici marine, a partire dalle antivegetative, che rilasciano nell’habitat marino un’infinità di sostanze tossiche.

Ecco questo paradosso rappresenta un tema alquanto spinoso che coinvolge l’industria velica, il diporto, ma anche il modello stesso di eventi velici organizzati in giro per il mondo. L’ultimo a denunciare l’incompatibilità ecologica delle regate oceaniche è stato di recente il navigatore francese Stanislas Thuret. In un lungo post pubblicato sul proprio profilo Facebook qualche settimana fa lo skipper d’Oltralpe ha annunciato il suo addio alle regate oceaniche. E il motivo dell’addio è legato alla scarsa compatibilità ambientale della vela offshore e delle classi che vi sono coinvolte. Dagli Imoca 60 ai grandi trimarani, dai Class 40 ai più piccoli Mini 6,50.

Leggi anche: Smaltimento: chi ricicla la vetroresina di barche e yachts?

Stanislas Thuret

Il modello delle regate oceaniche oggi non ha senso

“L’emergenza climatica – spiega nel suo post Thuret  – non è compatibile con il modello che impongono le competizioni d’altura e oggi non mi sento più di competere senza porre un limite alle prestazioni. Perché questo non ha senso. Perché il prezzo da pagare in termini ambientali è alto. E non voglio più essere diviso tra il dire che dobbiamo cambiare qualcosa e il non cambiare me stesso”.

Stanislas Thuret e quel grido contro l’inquinamento. Il velista francese punta il dito proprio sugli Imoca 60 o i Class 40, protagonisti delle più grandi corse oceaniche attuali, che sono di fatto dei prototipi. Negli ultimi anni le prestazioni di queste barche sono cresciute a livello esponenziale grazie ai nuovi materiali e alle nuove tecnologie, come per esempio i foils. La ricerca continua delle prestazioni aumenta a dismisura i costi di produzione e non sempre si sposa con tecniche di costruzione che impiegano materiali eco sostenibili e si preoccupano del loro smaltimento a fine vita.

Vetroresina, plastica e derivati del petrolio

La vetroresina per esempio al momento è insostituibile nel settore industriale, così come l’utilizzo del carbonio e di resine dalle elevate capacità meccaniche. Il risultato è che per la costruzione di queste barche vengono prodotte ogni anno svariate tonnellate di CO2. La vita di queste barche peraltro è relativamente breve. In genere restano competitive per 4-5 anni al massimo e poi vengono sostituite da progetti più aggiornati. Così nel giro di 10-15 anni rischiano di essere dismesse e non c’è alcun secondo possibile utilizzo per la maggior parte dei materiali impiegati nella loro costruzione, che non sono riciclabili.

Stanislas Thuret

Il problema “eco” investe anche la nautica da diporto

“Nel mondo in cui viviamo, attanagliato dai problemi ambientali, ha senso – si chiede Thuret – che uno sport come la vela, che per definizione dovrebbe essere il più possibile “green”, segua un modello di sviluppo simile per le regate offshore?”.

Il problema della sostenibilità del settore nautico in realtà non riguarda solo le regate oceaniche, ma la vela e il diporto in generale. I costi ambientali per produrre un Class 40 o un Mini 6,50 sono riscontrabili anche nella produzione di barche da diporto di serie. Certo, una barca da diporto ha una vita molto più lunga rispetto a una da regata, ma la contraddizione di fondo resta. Ci sono cantieri che consapevoli di questo problema cambiano strategie e cominciano seriamente a pensare come essere più sostenibili, ma il viaggio verso una vela 100 per 100 green sembra lungo e difficile.

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

1 Comment
  1. Purtroppo è vero. Oramai c’è solo la mania di vincere e non quella di navigare sereni e senza pretese.
    Io proporrei di ritornare alle barche in legno. Scelta difficile, ma ecologica.
    Grazie

Leave a Reply

Your email address will not be published.