Due studentesse del Polo Marconi di La Spezia, Letizia Landi e Maria Nicolosi, hanno presentato il progetto del restauro del San Giuseppe Due, il motoveliero di 26 tonnellate con cui Giovanni Ajmone-Cat portò per la prima volta il tricolore italiano a sventolare nell’Antartico.

La nautica contemporanea ha superato la crisi e cresce ogni anno. Questo tuttavia non toglie che la nautica del passato debba essere salvaguardata come patrimonio di cultura e sapienza marinara. A ricordarcelo, sembra paradossale, sono due ragazze giovani, Letizia Landi e Maria Nicolosi, due studentesse del Polo Marconi di La Spezia che come tesi di laurea hanno presentato il progetto del restauro di un’imbarcazione storica e prestigiosa: il San Giuseppe Due, l’imbarcazione di 26 tonnellate con cui Giovanni Ajmone-Cat portò per la prima volta il tricolore italiano a sventolare nell’Antartico. La loro idea è quella di dare nuova vita a questa barca di 16 metri realizzata in legno di quercia e iroko e farla diventare una nuova attrazione del Museo Tecnico Navale della Spezia.

Un veliero che ha fatto onore all’Italia

La storia del motoveliero da 26 tonnellate varato nel 1968 e partito per il Polo Sud l’anno successivo nasce in un piccolo cantiere navale vicino a Napoli. Costruito senza disegni tecnici ma solo grazie alle conoscenze del maestro d’ascia Girolamo Palomba a Torre del Greco. Una barca abbastanza grande da varcare gli stretti e unica nel suo genere perché mediterranea di concezione ma nata nella testa del suo armatore per affrontare il ghiaccio, con una chiglia rinforzata in acciaio. Dopo due spedizioni antartiche, il San Giuseppe Due ha partecipato alle Colombiadi e poco dopo è stato tirato in secca fino alla morte del suo armatore avvenuta nel 2007. Spostato poi in un cantiere nel 2010, è arrivato a La Spezia nel 2016 a seguito della donazione dell’imbarcazione alla Marina Militare da parte della sorella dell’armatore Rita Ajmone-Cat.

Un restauro lungo e difficile, ma prezioso

In quali condizioni si trova la barca? Non bene, naturalmente. Allo stato attuale le note parlano di degrado del calafataggio, corrosione del fasciame, ossidazione del legno e infiltrazioni sottocoperta. Ma nessuna parte è irrecuperabile. Le riparazioni sarebbero compiute usando essenze simili a quelle originali (quercia, iroko e teak) e dove possibile prelevando il fasciame direttamente dal fianco sinistro per reimpiegarlo su quello destro. “Abbiamo pensato di riportare il fianco di dritta all’aspetto originale che aveva al momento delle missioni polari e di lasciare quello di sinistra a legno per evidenziare le caratteristiche costruttive – raccontano ancora le due studentesse – allo stesso modo la coperta sarebbe riportata all’aspetto originario e così gli interni. Speriamo poi di esporre in un’aula del museo le parti non recuperate, tra cui gli alberi a vela latina che risultano smontati”.

Un mecenate privato per finanziare i lavori

Oltre che dai docenti del Polo Marconi, Letizia e Maria sono state aiutate dall’associazione Vela Tradizionale per le stime dei tempi del restauro. “Contando 5 giorni di lavoro a settimana per 8 ore al giorno con due lavoratori specializzati, aiutati da alcuni volontari, ci vorrebbero circa 12 mesi – spiegano – a completare il sito espositivo ci sarebbero pannelli con la storia dell’armatore e i suoi viaggi nei pressi del lato di dritta, la storia del recupero e del restauro nel lato di sinistra.

“Il San Giuseppe Due porta con sé un valore storico notevole perché testimonia la grande cantieristica tradizionale in legno – spiegano le due laureande – per questo nella nostra proposta abbiamo deciso per una musealizzazione a terra. Lo stesso armatore aveva espresso questo desiderio in vita per quando la sua barca non avrebbe più navigato. E in ogni caso lo stato attuale dell’unità renderebbe difficile il ritorno in acqua”. Il progetto del restauro del San Giuseppe Due dovrebbe partire nel 2020 quando finalmente Difesa Servizi dovrebbe emettere il bando per trovare un partner privato per finanziare i lavori per il Museo Tecnico Navale. Questa motonave che sfidò il ghiaccio e la tempesta se lo merita.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

3 Comments
  1. Sono Esmé Lucas Havens e ero sposato con Giovanni Ajmone Cat. Pui ero suo equipagio per anne. Ho fatto per anne, tanto lavoro di manutenzione abordo “San Guiseppe Due”. Ero equipaggio per tutto la Colombiade a 1992.
    Sono multo contento sentire che la barca, finalmente, ha per essere restaurato. Era una tragédie che era lasciata andare guI cosi.
    Vivo in Australia addesso. Ho tantisimi fotografie della barca e di viaggii fatto abordo. Queste posibile sono di interese per voi.
    La famiglia Palomba, le costructore di «”San Guiseppe Due”, di Torre Del Greco, conosco me bene e posibile confirmare tutto che ho detto. Mio indirizzio è elucashavens@gmail.com. Postale è. 21 Euston Street, Wynnum West, Queensland 4178, Australia.
    Tanti auguri per questo progetto,
    Esmé

  2. Grazie per aver pubblicato le nostre foto, per sei anni ci siamo impegnati alla divulgazione attraverso i media dei viaggi Antartici del C.te Ajmone Cat e al San Giuseppe che hanno incentivato il trasferimento attraverso la Marina Militare da Anzio a La Spezia. Il lodevole impegno delle studentesse, la Prof Morozzo, L’Arch Silvia Nanni la Marina Militare e tutti coloro che hanno collaborato, hanno permesso alla realizzazione di un progetto al restauro museale della storica unità. Manca L’atto finale alla quale auspichiamo sia a breve. IL San Giuseppe Due è parte della storia delle esplorazioni della marineria Italiana. Andrea Cafà

    1. Buongiorno Andrea, grazie a te per l’apprezzamento e complimenti per la vostra lodevole iniziativa. La nautica è anche memoria storica e questa va preservata. Teneteci aggiornati sulla vostra attività. Buon vento!

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