Aldo Drudi: dalla Moto GP all’America’s Cup

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Diventato famoso al grande pubblico per essere il grafico di Valentino Rossi, di cui ha disegnato tutti i caschi, Aldo Drudi è uno dei designer sportivi più noti a livello internazionale. Dalla Moto GP all’America’s Cup la sua creatività non conosce confini.

Aldo Drudi è uno dei designer sportivi più noti a livello internazionale. Da oltre 40 anni realizza le grafiche dei caschi dei piloti più famosi, da Valentino Rossi, con cui condivide un’amicizia lunga e sincera, a Max Biaggi, da Loris Reggiani a Loris Capirossi passando per Mick Doohan e Kevin Schwantz. A capo dello studio Drudi Perfomance, ha anche disegnato moto sportive come l’innovativa Honda Burasca e negli ultimi anni ha allargato i propri orizzonti al mondo nautico disegnando i celebri modelli di maxi rib Anvera per il cantiere LG. Una passione per la nautica, quella di Aldo Drudi, che in realtà nasce da lontano, quando disegnava le livree degli scafi da competizione offshore. In questa intervista ci racconta il suo legame con il mare, le barche e soprattutto il suo lavoro di design che lo ha visto concentrarsi su modelli di barche molto originali, dei crossover ad alte prestazioni, molto tecnologiche, di grande qualità e dal look decisamente aggressivo.

Goditi la nostra video-intervista ad Aldo Drudi

 

– Aldo, tu che vieni dalla “terra dei motori”, la Romagna, che rapporto hai con il mare? Ti piace andare in barca?

«Sì certo, mi piace tantissimo. Da giovane addirittura correvo con le moto d’acqua. Possiedo una barca di 7 metri, un vecchio scafo americano che ho comprato con gli amici e che tengo come fosse una reliquia. Negli anni l’ho utilizzata per praticare tutti gli sport acquatici possibili, a partire dallo sci nautico, grazie ai 250 cavalli di propulsione. Ancora oggi appena ho tempo continuo a uscirci con grande soddisfazione. Adesso ne stò cercando una per la crociera, vediamo».

Anvera boat

– Come è nata la tua collaborazione con il cantiere Anvera?

«È una storia lunga. Ai tempi del cantiere Ferretti capitanato dal grande Norberto Ferretti, lui e Luca Ferrari parteciparono ai Mondiali Offshore. Io disegnai le livree dei loro scafi da corsa che erano meravigliose. Con Luca Ferrari non ci siamo mai persi, così come con Gilberto Grassi e Giancarlo Galeone, tutti uomini della Ferretti, quindi il cantiere LG, per il quale ho progettato gli Anvera è in realtà un cantiere di amici».

– Dove si concentra il tuo attuale lavoro di designer sulle barche del cantiere?

«Al tempo degli offshore il mio lavoro si concentrava esclusivamente sulla grafica degli scafi, mentre ora intervengo anche sulle linee della barca. L’indole racing è la stessa degli offshore perché ad Anvera tutti i ragazzi sono appassionati di corse,
di prestazioni, di velocità. Anche i materiali sono gli stessi perché Luca Ferrari ha una grande esperienza nella lavorazione di compositi e carbonio. Di solito quando un designer lavora sullo stile delle barche ha a che fare con i volumi, l’abitabilità, mentre in questo caso gli imput che ho ricevuto dal cantiere erano tutt’altro. Anvera punta tutto sulle prestazioni. È uno scafo molto sofisticato, una specie di Porche Carrera, è un day cruiser di alta qualità che viaggia a 50 miglia all’ora. In questo senso al cantiere hanno svolto un grande lavoro sui materiali per abbassare di molto il peso della barca spinta da motori con cilindrate ridotte e che consumano meno. Per approcciarmi al progetto ho usato un po’ di sana “ignoranza”, nell’accezione più alta del termine. Mi spiego: quando ne sai poco o niente, ma hai tutta la curiosità di avvicinarti a un nuovo progetto, è come se ti mantenessi un po’ vergine e più libero da paletti fisici e mentali. Ho quindi cercato di applicare una serie di principi di design che di solito utilizzo nel motociclismo, dove non si può fare a meno di occuparsi di aerodinamica. In questo modo ho disegnato l’opera morta della barca, molto allungata e come scolpita dal vento e dall’acqua. Se osservi il profilo dell’Anvera sembra quello di un delfino con un corpo lungo e la prua arrotondata. La natura, a terra come in acqua, non sbaglia mai. Poi abbiamo aggiunto delle prese d’aria d’ispirazione automobilistica e infine per quanto riguarda i colori, abbiamo usato soprattutto sui primi modelli tonalità forti, come il rosso acceso»

– In cosa è diverso il design nautico rispetto a quello del motociclismo? Immagino che la velocità sia un elemento comune, ma anche la tecnologia, lo studio sui materiali, il lavoro di squadra…

«Tra una barca e una moto la differenza maggiore è il volume. A livello di design lavorare sui 2 metri di lunghezza di una moto è molto diverso che farlo sui 20 metri del primo modello dell’Anvera. Sulle lunghe superfici le linee corrono con più facilità, è un po’ come seguire il vento, la linea si fa dolce e si riesce ad armonizzare molto bene il tutto. Io con le moto sono abituato a lavorare su un oggetto di 2 metri che deve rispondere a criteri di estetica, aerodinamica, il volume è super concentrato, per cui quando mi chiamano a disegnare una barca di grandi superfici, in qualche modo è tutto più semplice. A parte questo, c’è invece molta affinità nell’approccio. I ragazzi di LG sono grandi appassionati, lavorano di pancia per il piacere di creare qualcosa di bello e funzionale, un piacere virale che si attacca. Ecco io questo approccio noi lo assaporo ogni giorno nel mondo delle corse in moto che è sanguigno, molto carico, estremo per certi versi e assolutamente complicato, c’è un agone sportivo fortissimo e una passione sfrenata, proprio come in Coppa America».

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– A proposito, tu hai disegnato caschi per tanti campioni biker, ma anche i caschi per gli equipaggi di Coppa America da Luna Rossa a New Zealand. Come è stata questa esperienza?

«Sì, ho disegnato i caschi per l’equipaggio di Emirates New Zealand che poi ha vinto la scorsa edizione dell’America’s Cup, quindi grande soddisfazione. C’era un caro amico a bordo, Max Sirena ed è nata questa collaborazione. Poi Max è passato a Luna Rossa e mi ha chiesto nuovamente di collaborare con il suo team. Come potevo dire di no? In questa edizione dell’America’s Cup il mio studio è a bordo con entrambi gli equipaggi che si sfideranno in finale, anche se ovviamente il mio cuore è sulla barca italiana».

– Il tuo lavoro di design è fatto di arte manuale, ma anche di capacità comunicativa, empatia e interpretazione psicologica, visto che sei chiamato a tirare fuori l’anima degli atleti al di là dei loro risultati sportivi. Come ci riesci?

«Questa è una domanda interessantissima ed è una sfumatura del mio lavoro che non tutti colgono. Dietro un casco da moto, così come dietro le linee di una barca, la passione fa la differenza e tutto quello che viene fatto per quel tipo di attività ha un profilo anche psicologico. Pensa solo alla grafica dell’Anvera: dare un tocco di colore più racing oppure
più elegante significa cercare di interpretare al meglio l’indole dell’armatore. Quando abbiamo utilizzato i rossi per i primi modelli di Anvera erano colori inusuali nella nautica, un po’ sfacciati se vuoi, ma rappresentavano esattamente la personalità dei ragazzi che
ci lavoravano. Stessa cosa avviene per un casco di un pilota: quell’oggetto non è mio,
è di un ragazzo che ha uno stato d’animo, un atteggiamento preciso e io devo riuscire
a interpretarlo. Il casco è anche un feticcio, in certi casi deve portare fortuna, deve fare stare bene chi lo indossa. C’è un sacco di psicologia dietro tutto questo. I colori in generale hanno a che fare con lo stato d’animo, pensa per esempio alla cromoterapia».

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– La tua passione per la nautica la condividi anche con Valentino Rossi? Lui ti supporta o ti prende in giro?

«Di sicuro la condividiamo. Lui ha una bellissima barca che io non mi potrò mai permettere, un Mochi gigantesco, molto stiloso. Pensa che le sue prime uscite in mare le ha fatte proprio con me, al tempo avevo una barchetta di nome “Zocazala”, cioè “zucca gialla” un termine evocativo per noi romagnoli. Poi ha preso un Elan in vetroresina di nome “Game over” con cui andava in giro con i suoi amici. Oggi Valentino esce spesso in mare con i ragazzi dell’Academy e a bordo hanno tutti i giocattoli acquatici per divertirsi. A me capita di portarli a fare sci nautico, una disciplina che ho cercato di trasmettere a tutti. Prima di Valentino ho dato il battesimo a Kevin Schwantz, a Michael Sydney Doohan e a un sacco di altri piloti che venivano qui e con cui lavoravo. Insieme abbiamo condiviso tante belle giornate estive al Club Nautico di Cattolica. Ci divertivamo un sacco, abbiamo tentato di fare sci nautico con tutto, addirittura con un tavolino di alluminio tondo di quelli da bar. La goliardia nel nostro mondo non manca mai».

– Con Anvera hai lavorato al 50 piedi, poi al 48 piedi, ora c’è in ballo un modello più piccolo, giusto?

«Sì, stò abbozzando uno scafo di lunghezza più contenuta. La difficoltà rispetto al primo modello, è che pur essendo più corto presenta la stessa altezza. Per esempio quando sei al timone hai sempre un tettuccio vivibile con 15-20 centimetri sopra la testa. Quindi bisogna armonizzare il tutto. Secondo me ci siamo riusciti. Questo modello più piccolo ha un look ancora più racing, più aggressivo, votato alla velocità, rispetto ai modelli più grandi che sono delle tipo delle limousine».

– Torni sempre alla velocità, Aldo, che forse è la tua passione più grande…?

«Probabilmente sì. A noi dello studio Drudi Performance ci chiamano “quelli che colorano la velocità”… e sono molto orgoglioso di questo epiteto».

 

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