Il navigatore e sailing coach Luca Sabiu ci spiega come gestire un’emergenza in mare non solo sul piano tecnico, ma soprattutto a livello mentale. In questo senso una situazione anche drammatica può essere sempre trasformata in un’opportunità di consapevolezza e crescita interiore.

Sono molti anni che lavoro sulla gestione delle emergenze in mare e solo dopo il mio naufragio ho capito che il fine di questo lavoro era arrivare a comprendere l’emergenza non solo come un evento tecnico e pratico, ma anche come un “aspetto mentale“.

Le emergenze a cui sono abituato hanno un rumore duro, freddo, un tonfo immediato che in pochi secondi trasformano lo scenario, cambiano le regole, obbligano l’uomo, lo skipper, il comandante, a riconsiderare tutta la sua centralità: un attimo prima andava tutto alla grande e stavamo bene, un attimo dopo siamo in emergenza e magari in pericolo di vita.

Spostare il focus

Ho imparato a spostare il mio punto di vista arrivando a vivere l’emergenza come un occasione di crescita e non più come uno spettatore. Sembra incredibile, ma l’evento di emergenza lascia sempre un segno in chi la subisce che potrebbe essere evolutivo, se ben compreso.

La fortuna di lavorare con tanti allievi che desiderano imparare a essere i comandanti della loro barca e membri di un equipaggio me lo conferma ogni giorno: se con 10 nodi fai una virata e ti senti in pieno controllo, con 20 nodi riesci a virare ma ti senti meno sicuro, con 30 nodi viri ma sei in ansia, non è detto che il problema sia tecnico ma riguarda probabilmente la tua centralità e la tua competenza mentale. Ci sono tre temi importanti alla base di tutto: la centralità del comandante, le competenze e l’aspetto mentale.

Il Comandante è come un padre di famiglia

Questa frase andrebbe tatuata dopo avere preso la patente nautica. Esiste una differenza enorme tra la terra e il mare: a terra quando qualcosa non funziona spesso siamo portati a scaricare le nostre responsabilità all’esterno o ad altri. Questo da sollievo e spesso non porta ad altre riflessioni.

In mare non può e non deve essere cosi: essere “comandante” è un aspetto mentale, emotivo, etico ed è proprio nell’emergenza che si scopre il vero comandante: centrato, determinato, un padre di quella famiglia che si chiama equipaggio di cui si è pienamente responsabili e soli nell’esserlo. Se fatico a rendere l’idea pensiamo a un padre che protegge i suoi figli ed ecco che subito l’emozione si materializza, questo per me è il comandante.

Maturare le competenze tecniche

Viviamo in una società produttiva, sfidante, in performance, dove sembra che tutti conoscano tutto e alcuni quando non sanno inventano, dove si percepisce poco la differenza tra nozionismo e cultura-sapere. In mare, di nuovo, non è come sulla terraferma, non si possono e non bisogna sfidare le proprie competenze ma accettarle e farle crescere perché nessun padre rischierebbe di mettere in pericolo i propri figli-equipaggio, il mare è un ambiente duro, ostico e potrebbe non concedere sconti.

Si ok, ma se non ho le competenze come le acquisisco? Devo formarle, devo mettermi in gioco con umiltà e capire su cosa lavorare. Vi racconto un aneddoto: a un certo punto della formazione di un gruppo di allievi consegno un piccolo block notes tascabile e chiedo di scrivere tutto quello che li manda in ansia nel lavoro fatto in mare. Per la stragrande maggioranza il risultato è pressoché uguale: scrivono subito qualche frase su emergenze gravissime e quindi a loro poco probabili e aggiungono due o tre altri casi, di solito acqua a bordo e disalberamento. Quando poi pongo loro domande mirate a esperienze più vicine e verosimili per la loro esperienza, come per esempio: “rottura del rollafiocco in situazione di vento teso con equipaggio familiare”, etc. ecco che il quaderno si riempie e si tracciano meglio i limiti delle competenze, ma almeno da lì in avanti sappiamo su cosa lavorare.

In qualsiasi lavoro di tirocinio risulta necessario fare tanta esperienza, è questo che fa la differenza; come quando da ragazzino durante l’estate facevo il panettiere per racimolare qualche soldo e chi infornava era il panettiere esperto, quello che aveva fatto più esperienza. Quindi non capisco come si possa prendere il mare senza aver fatto l’esperienza necessaria per condurre una barca pensando che siano sufficienti due uscite per la patente nautica e poi pensare: sono “ministerialmente pronto”.

Facciamo esperienza e ampliamo le nostre competenze, solo le ore di navigazione e miglia  ci formeranno, la famosa ormai dimenticata “gavetta”, lì sta la chiave.

L’aspetto mentale nell’emergenza

Navigando per oltre 5-6.000 miglia l’anno e spesso con allievi dovevo creare nella mia testa un processo, un protocollo, per ovviare a quelle emergenze che possono capitare in ogni momento ma che necessitano di una risposta immediata.

Questa procedura è il frutto di presupposti, esperienza e situazioni che ho accumulato negli anni. I punti chiave sono:

1. CONSAPEVOLEZZA

L’evento è successo, non possiamo farci nulla, non è il momento di paralizzarsi con domande superflue. Bisogna prendere subito consapevolezza nel “qui e ora”, di ciò che è successo, respiro profondamente perché “più respiro più l’attenzione si focalizza”, più focalizzo, più attivo le mie risorse, più focalizzo più la mia corteccia “prefrontale” mi proporrà soluzioni e strategie, ecco perché prendere da subito consapevolezza è fondamentale E su questo ci si può allenare.

2. AUTOSTIMA E AUTOREVOLEZZA

Sono il comandante e devo fare “esattamente quello che so fare“. Dalle difficoltà nascono soluzioni, io personalmente uso dei miei “ancoraggi mentali” a me ben chiari che ho definito nel tempo ma non è questo il contesto in cui entrare in merito. Il mare è un amplificatore emotivo naturale incredibile, in quel momento serve trasmettere fiducia e verità trovando in una comunicazione autentica ed empatica le parole adatte senza mai nascondere il problema.

Potrebbe accadere che qualche membro dell’equipaggio (i meno esperti di solito) attribuiscano proprio a voi, il comandante, la causa di quella emergenza e se quel qualcuno fosse anche un soggetto trascinante del gruppo il vostro lavoro potrebbe essere ancora più in salita: non perdiamo mai la nostra autostima e autorevolezza.

3. CAPACITA’ RIFLESSIVA E DECISIONALE

Al rientro dal mio naufragio molti mi ponevano la medesima domanda: “Luca ma perché proprio tu che insegni ai tuoi corsi a come salire sulla zattera quando hai avuto l’occasione di farlo non ci sei salito?“.

La risposta è appunto nella capacità decisionale di cui vi parlo, tra la barca piena d’acqua di notte e disalberata ma tecnicamente progettata per essere inaffondabile e una zattera in mezzo a onde rilevate dai soccorritori di oltre 4 metri quale risultava più sicura? La barca, e quindi ho escluso qualsiasi pensiero di salire sulla zattera fino a una eventuale scuffia che mi avrebbe obbligato a salirci. Con questo vorrei far capire che è importante mantenere una capacità decisionale “accettata da noi stessi ma elastica”.

L’aspetto mentale va allenato come quello tecnico e quando vivremo un’emergenza come uno stimolo, un’opportunità di crescita e non come una disgrazia, saremo sulla buona strada.

Luca Sabiu

www.lucasabiu.com

Luca Sabiu
Luca Sabiu

Professionista oceanico e navigatore solitario. Istruttore con più di 200 allievi all’attivo e formatore esterno per la scuola nautica Vivere la Vela con la quale collabora da anni, founder del team d’eccellenza MasterSail.

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