Dopo avere vissuto per molti anni un’ordinaria passione per la vela, Alessandro ha deciso insieme alla sua compagna Luigina di cambiare vita e vivere in barca. Una scelta drastica e coraggiosa che imponeva una’imbarcazione all’altezza di questo sogno. Ecco come l’ha trovata… 

Qualche anno fa da appassionato velista ho deciso di cambiare vita insieme a mia moglie Luigina, trasferendoci a bordo del Sealab, un Gib’Sea di 12,70 metri, per navigare in libertà. Vorrei raccontarvi come e perché ho scelto proprio questa imbarcazione. Dopo 27 anni di regate su derive (470, Fireball e Flying Deutchman) e qualche esperienza su barche d’altura, mi prese la voglia di mare e di lunghe navigazioni perché già cominciava a nascere in me il sogno di potere, un giorno, vivere viaggiando in barca.

Nel momento in cui ho deciso di comprare una barca d’altura, ne ho cercata una che potesse seguirmi nel tempo, per realizzare il mio sogno. Questo avvenne alla fine degli Anni 90.

Ma come fanno i marinai?

Per un paio di anni ho collezionato tutte le informazioni possibili, da qualsiasi fonte, su chi già viveva con la barca in giro per i mari. Da questa ricerca ho capito che una barca di circa 42 piedi mi permetteva di raggiungere un buon compromesso tra la sicurezza nell’affrontare lunghe navigazioni in alto mare, la facilità di conduzione con un equipaggio ridotto a due persone e il comfort a bordo.

La mia idea di vivere in barca, nonché il mio budget, prevedeva che tutti i lavori a bordo dovessero essere svolti in autonomia. Ciò mi ha portato a scegliere una barca in vetroresina in quanto richiede minore manutenzione rispetto al legno e minore attrezzatura per le riparazioni, rispetto al metallo.

L’importanza dello skeg

Come confermato dai racconti di chi naviga, quello della rottura del timone è uno dei peggiori incubi, nonché uno dei più frequenti incidenti che coinvolge le barche dei diportisti. Per questo decisi che la mia barca doveva assolutamente avere lo skeg per ridurre gli sforzi a cui è sottoposto il timone. La casistica su questo tipo di avarie infatti dice che, in caso di rottura per urto, se il timone è opportunamente costruito, ci sono buone probabilità che si rompa solo la parte inferiore della pala, consentendo ancora una parziale governabilità della barca.

Inoltre lo skeg garantisce una maggior stabilità di rotta nelle lunghe navigazioni, anche se questo va un po’ a discapito della manovrabilità in porto.

Tirando le somme…

Dopo avere analizzato le caratteristiche delle barche candidate, ero giunto alla conclusione che il Gib’Sea 126 del cantiere francese Gibert Marine, poteva essere quella giusta. In Italia questa barca non è molto comune, ma in Francia ha avuto una buona diffusione, specie fra quelli che sono andati in giro per il mondo. Si tratta di un progetto di Joubert-Nivelt degli inizi Anni 80, lunga 13 m, con baglio di 4,05 m, stazza di 13 t, superficie velica di 66 mq e pescaggio di 1,80 m. A prua è dotata di due paratie stagne che delimitano il gavone dell’ancora e un’ampia cala vele.

Costruita in 127 esemplari, con scafo in vetroresina e la coperta in sandwich di balsa, è considerata una barca molto robusta, tanto che in Francia è soprannominata “carro armato del mare”.

Meglio toccare con mano

A questo punto ho provato alcuni modelli tra quelli “papabili” prendendoli a noleggio per brevi periodi. Da questa ulteriore selezione ho avuto la conferma che il Gib’Sea 126 era tra le barche che potevano andare bene perché l’ho trovata sempre manovriera anche in condizioni di vento e mare sostenuto, molto stabile e con dei generosi volumi interni, ma dagli arredamenti un po’ spartani.

Durante queste prove inoltre mi sono reso conto che nessuna delle barche candidate aveva degli arredamenti pensati per la vita a bordo, così ho cominciato a fantasticare su qualche lavoro di falegnameria.

Chi cerca trova…

Ho guardato tutti gli annunci dei broker in Italia e sono andato personalmente a vedere quelli dell’alto Adriatico. C’era un navigatore che aveva appena ultimato il giro del mondo a vela e aveva messo in vendita la sua barca: poteva essere quella giusta? Purtroppo appena l’armatore mi ha visto, ha subito commentato che il suo yacht non era adatto a me perché pensato per un uomo di corporatura minuta, infatti gli interni, fatti su misura per lui, erano decisamente troppo stretti e bassi per me.

Comunque l’incontro con lui è stato molto ricco di suggerimenti basati sulle sue esperienze vissute ed è terminato con un incitamento a perseguire senza indugi la realizzazione del mio sogno. Continuando a spulciare tra i vari annunci, ho trovato quello di un Gib’Sea 126 ad Aprilia Marittima. Quando sono andato a vederlo ho avuto una sorpresa. Si chiamava Sealab ed era il primo Gib’Sea 126 costruito nel 1981 per fare delle regate, quindi aveva delle sostanziali differenze rispetto a quelli successivamente riprodotti in serie.

Le qualità di Sealab che la rendono unica

Per cominciare lo specchio di poppa è più verticale e la barca più corta: in totale arriva a 12,70 m. La chiglia è più profonda di 70 cm, quindi la barca pesca 2,50 m. La barca è armata a sloop in testa d’albero che, rispetto a quello delle barche di serie, è più alto di 2 metri, è passante in coperta quindi di sezione contenuta, ha due ordini di crocette in linea, sartie volanti e baby stay. L’albero in alluminio poi è molto particolare: è formato da due profili incollati e rivettati, uno interno di sezione costante per tutta la lunghezza e uno esterno di sezione variabile, per differenziarne la rigidità. All’inizio degli Anni 80 questo tipo di alberi era impiegato nelle barche da regata e considerato molto performante.

All’interno dello scafo è presente un ragno strutturale molto robusto, costituito da 9 nervature trasversali alte 25 cm a centro barca e due longheroni longitudinali. Le lande delle sartie sono fissate a due piastre in acciaio, una per ogni lato della paratia maestra, che si estendono da sotto la coperta fino allo scafo. Oltre a questo, un tirante in acciaio le collega a degli attacchi resinati nello scafo. Sembra tutto sovradimensionato, come piace a me.

Un amore a prima vista che dura nel tempo

Quello per Sealab è stato un vero colpo di fulmine, anche se gli interni della barca avevano bisogno di una rivisitazione, come pure altri particolari di cui mi sono occupato in seguito. Sono vent’anni che navigo con Sealab e dalla mia esperienza posso dire che il fatto che il bulbo sia più profondo, mi ha dato più benefici che svantaggi. Le volanti, che comportano una manovra in più fino alla prima mano ai terzaroli, e cioè in condizioni non particolarmente impegnative, dalla seconda e terza mano, quando con la randa ridotta possono restare sempre cazzate, mi garantiscono un’ulteriore sicurezza proprio nelle condizioni più dure. Lo skeg del timone infine ha evitato danni peggiori, nell’occasione della rottura di alcune saldature del pettine in acciaio all’interno della pala.

Ormai sono due anni che io e la mia compagna Luigina ci viviamo a bordo e, dopo il refitting a cui l’abbiamo sottoposta, Sealab è diventata proprio casa nostra.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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