Quei 7 errori da evitare all’ormeggio

Le fasi dell’ormeggio in banchina o in rada sono sempre piuttosto delicate e mettono alla prova anche equipaggi esperti che si fanno sopraffare da errori, disattenzioni e leggerezza. Una componente deleteria è anche l’ansia di sbagliare la manovra e fare danni alla barca, oltre che passare per marinai da strapazzo agli occhi degli altri diportisti. Ecco i sette errori più frequenti quando si ormeggia la barca.

Tanta esperienza pratica e una buona manualità sono necessarie a noi diportisti per poter affrontare con successo una navigazione e vivere al meglio la nostra barca. Tuttavia le situazioni che si possono verificare a bordo quando si naviga, ma anche quando si effettua un ormeggio in rada o nelle banchine di un porto, sono talmente tante e imprevedibili che l’errore umano è sempre in agguato. In realtà queste incognite sono un bene perché l’istinto del navigatore si forma e si affina soprattutto in questo tipo di eventi critici, quasi mai riportati nei manuali e nei corsi specializzati. È proprio nello sforzo di analisi di una situazione imprevista, di un problema improvviso, nella ricerca di una soluzione che sia la più efficace possibile, nella capacità di prendere una decisione in breve tempo che si esercita l’arte dell’andare per mare.

Tuttavia per coloro che non navigano assiduamente è lecito mettere in conto anche piccole dimenticanze dovute alla scarsa pratica o a un’esperienza di breve respiro, o ancora a semplici pigrizie che fanno trascurare dettagli importanti durante l’esecuzione di una manovra. A seguire le statistiche di incidenti a bordo di una barca si scopre che una vera fucina di errori, distrazioni e defaillance sono proprio le manovre in porto e gli ancoraggi in rada. Non è un caso, perché si tratta quasi sempre di operazioni delicate svolte vicino a ostacoli, banchine e altre barche che con venti e correnti possono rendere la vita dura al diportista, anche esperto. C’è inoltre un altro elemento da non sottovalutare: l’ansia che le manovre di ormeggio possono generare a noi diportisti. Un’ansia dovuta proprio alla paura di commettere errori, di fare danni alla barca e alle imbarcazioni vicine, di venire giudicati marinai da strapazzo dagli altri diportisti presenti sulle barche e in banchina. Tutti questi elementi possono incutere una certa soggezione e stress all’equipaggio che contribuisce ad aumentare le possibilità di errore. Vediamo allora quali sono i sette errori più frequenti quando si ormeggia la barca.

Banchina

01. Coperta in disordine

Quando si entra in porto e si procede a effettuare un ormeggio, troppo spesso si vedono equipaggi lasciare la coperta in uno stato pietoso: gli oggetti più disparati appesi alle draglie, bimini e spray hood che limitano la visibilità del timoniere, gavoni aperti e pozzetti ricolmi di stoviglie, bicchieri e altri ammenicoli. La sicurezza di un ormeggio impone al contrario una coperta in ordine, sgombra di potenziali pericoli come borse, asciugamani, buglioli, bicchieri, attrezzi e accessori vari. Tutto quello che è appeso alle draglie è opportuno ritirarlo per vari motivi: può essere d’intralcio alle manovre, si rischia di sporcarlo con le trappe, non è molto decoroso presentarsi all’ormeggio con le mutande appese, senza contare che tutto quello che è steso, contribuisce a offrire resistenza al vento e quindi aumentarne gli effetti indesiderati sulla barca. Per lo stesso motivo, in presenza di vento, è meglio chiudere bimini e spray hood che possono limitare la visibilità e intralciare le manovre. Importante è naturalmente preparare parabordi e cavi d’ormeggio, nonché il mezzo marino. In pozzetto inoltre è molto utile avere un Vhf portatile con cui comunicare con il marina per riceve istruzioni e chiedere assistenza.

Navigazione

02. Velocità della barca troppo sostenuta

L’ingresso in porto e la manovra di ormeggio in banchina richiedono sempre molta attenzione da parte dello skipper e una piena collaborazione da parte dell’equipaggio. Il posto esatto dove fermarsi va valutato effettuando un giro di ricognizione dell’area dopo avere considerato la direzione del vento. La velocità mai come in questo caso rappresenta un pericolo, un accorgimento di cui ci si dimentica frequentemente: quante volte si vedono imbarcazioni accostare di gran carriera a marcia indietro con l’equipaggio impegnato in frenetici tentativi di scostare con mani e piedi le barche accanto o disposto a poppa per attutire un probabile impatto. Durante il giro di ricognizione e anche nella manovra di attracco è quindi essenziale avere la barca manovriera, ma anche procedere a bassa velocità in modo da avere la possibilità di correggere eventuali errori per non arrecare danni alla propria barca e alle barche altrui. Uniche deroghe sono quelle in cui c’è molto vento in porto per cui diventa obbligatorio, per non scadere, compiere ogni manovra a velocità più sostenuta.

Porto

03. Sottovalutare l’effetto dell’elica

Le manovre di ormeggio nei porti per molti i velisti continuano a essere un problema anche dopo anni di esperienza di navigazione, soprattutto in presenza del temuto vento di traversia. Durante l’andatura a marcia indietro infatti lo scafo ha una manovrabilità limitata dovuta alla bassa velocità e a una minore efficacia del timone, ed è sensibile all’azione del vento laterale che lo sposta facilmente, il che comporta grandi difficoltà a mantenere il moto rettilineo. A questi elementi negativi si somma poi anche la spinta laterale impressa dalla rotazione dell’elica dovuta alla differenza di profondità e quindi di densità dell’acqua in cui lavorano le pale. Un’azione che viene spesso sottovalutata. Non tenere conto di questo spostamento durante la manovra di ormeggio a retromarcia significa quasi sempre mancare l’entrata o essere costretti a continue manovra di raddrizzamento. Nelle eliche destrorse nel senso normale di navigazione la spinta laterale a marcia indietro è verso sinistra con la conseguenza che la poppa accosterà in questa direzione.

Per impostare la manovra di accosto in banchina quindi sarà bene fermarsi con la poppa orientata più a dritta del necessario in modo da compensare questo piccolo scarto con la prima accelerata e poi, una volta che lo scafo ha sufficiente abbrivo, ridurre i giri del motore governando con il timone. Con le eliche sinistrorse naturalmente occorrerà comportarsi in maniera inversa. Ricordarsi che è sempre meglio ripetere impostandola di nuovo una manovra che si sta rivelando sbagliata, piuttosto che cercare correzioni forzate aggrappandosi pericolosamente o spingendo candelieri e pulpiti delle barche vicine.

Parabordi

04. Fissare i parabordi alle draglie

Urti e sfregamenti dello scafo sono sempre in agguato quando si ormeggia la propria barca in banchina o quando si è affiancati ad altri scafi. Ogni volta che si sta per accostare, la barca deve avere i parabordi pronti e accuratamente posizionati lungo le fiancate, nonché in certi casi anche a poppa e a prua, ben prima di avvicinare una banchina o un posto barca. Tale operazione va predisposta dall’equipaggio ancora prima di entrare in porto, se le condizioni del mare lo permettono, altrimenti nelle acque più protette dell’approdo, ma prendendosi tutto il tempo necessario per fare un buon lavoro. Spesso tuttavia si vedono equipaggi maldestri ridursi all’ultimo meomento per sistemare i parabordi, oppure fissarli i parabordi ad un’altezza sbagliata rispetto al bordo libero oppure ancora annodarli alle draglie dove immancabilmente scorreranno con i movimenti dello scafo con possibili danni all’opera viva.

L’altezza dei parabordi al contrario deve essere regolata in funzione delle barche o della banchina: quella standard vede in genere la testa del parabordo corrispondere con il bottazzo o la base della falchetta: troppo bassi risultano inutili, troppo alti rischiano di scivolare verso l’alto alle prime compressioni che si generano con la risacca. Meglio poi fissarli ai candelieri piuttosto che alle draglie dove il nodo non può scorrere.

Ormeggiare di poppa

05. Regolare male la tensione dei cavi d’ormeggio

Predisporre un efficace ormeggio in banchina è una regola basilare per conservare integra la barca, questo sia se si rimane a bordo, ma soprattutto quando la si lascia incustodita per diversi giorni o settimane, come spesso capita a noi diportisti. Nella maggior parte dei marina l’ormeggio tipico è di poppa con i cavi in banchina e un corpo morto a prua. La precauzione principale, oltre alla tenuta dei cavi, deve essere quella di non far avvicinare l’imbarcazione alla banchina anche in caso di risacca o vento forte, non causare danni alle banche vicine né farsene causare. È quindi importante valutare la giusta tensione dei cavi. A questo proposito, esistono due scuole di pensiero: la prima consiglia di ormeggiare con i cavi messi bene in forza, in modo tale che la barca non si sposti avanti e indietro, soprattutto in porti con risacca provocando prima o poi la rottura di cavi e gallocce. La seconda suggerisce invece un ormeggio morbido proprio per assorbire meglio i colpi che la risacca può produrre sui cavi e le ferramenta, ma anche per avere più opportunità di lasciare distante la barca dalla banchina.

Come spesso accade, il comportamento migliore sta nel mezzo, ma soprattutto è quello di valutare caso per caso quale tipo di ormeggio adottare, anche in funzione delle barche accanto. Per esempio, uno scafo ormeggiato con cavi tesi accanto a barche disposte con cavi più morbidi in caso di forte vento al traverso dovrà sopportare i colpi o la pressione delle barche adiacenti che si poggiano sulla fiancata con possibili danni.

Rada

06. Sbagliare l’angolo di giro della barca in rada

Un tranquillo ormeggio in rada fa parte dei piaceri di una navigazione in barca: lontani dalla confusione dei porti, al riparo di una baia un’insenatura, ci si può fermare a piacimento godendo del contatto con la natura ed esplorando i dintorni della costa. Per apprezzare questa situazione però occorre essere sicuri di avere eseguito un buon ancoraggio, cioè essere in un luogo riparato, avere un’ancora che ha fatto presa e disporre di abbondante spazio intorno in caso di rotazione del vento. Quest’ultimo accorgimento richiede un’attenta valutazione anche della posizione di altre barche presenti, cosa che non sempre accade e così non è infrequente durante le rotazioni notturne del vento o in caso di improvvise raffiche da direzioni diverse assistere a precipitosi interventi per evitare collisioni o pericolosi incroci di catene. In realtà la valutazione del corretto “campo di giro”, ovvero il cerchio che può compiere una barca all’ormeggio avendo come fulcro la propria ancora, non è così semplice.

Ogni scafo infatti si comporta differentemente a seconda della lunghezza e del tipo di calumo (tessile o catena) e anche in base alla propria conformazione: una barca leggera come quelle da regata oppure con alto bordo libero e grandi sovrastrutture, sarà più sensibile all’azione del vento con repentini spostamenti, un’imbarcazione a chiglia lunga o più pesante sarà invece più stabile o comunque più lenta nel seguire la rotazione del vento. L’azione della corrente, viceversa, influirà di più sulle barche con maggiore superficie immersa e meno sui multiscafi. Insomma l’esperienza in questi casi ha il suo peso e comunque nel dubbio sarà meglio esagerare con le distanze dai vicini l’ormeggio.

ancora

 

07. Perdere la catena in mare

Perdere la catena dell’ancora in mare perché la maglia finale non è assicurata o è fissata male all’imbarcazione è un incidente quasi comico che può far sorridere, ma è meno raro di quanto si pensi. Il fatto è che durante gli ormeggi difficilmente si fila tutta la catena disponibile. Per questo motivo la sua parte finale, ossia la bozza fissata nel pozzo dell’acqua a una paratia o a un solido anello può rimanere seppellita per lungo tempo senza alcun controllo e deteriorarsi. Un’ispezione annuale quindi è quantomeno necessaria. Da ricordarsi inoltre che l’ultimo anello della catena non va collegato allo scafo con un grillo o una falsa maglia, ma con una robusta cima sufficientemente accessibile da poter essere tagliata agevolmente in caso di necessità.

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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