Uno tra i più grandi velisti e regatanti di tutti i tempi con vittorie nei giri del mondo e in Coppa America, Peter Blake dopo aver incontrato il celebre esploratore francese Jacques Cousteau fu il primo navigatore a impegnarsi in prima persona nella battaglia per la salvaguardia dell’ambiente.

Oggigiorno l’attenzione al tema ambientale è un flusso continuo di dati, allarmi e appelli che riempie le cronache di tutti i giornali, le brochures della maggior parte delle aziende, le campagne elettorali e i post su qualsiasi social media. È un tema caldo, come si dice in gergo, e giustamente gode di ampia eco in tutte le forme. Per i diportisti, e soprattutto per coloro che sono appassionati di navigazione a vela, in realtà la sensibilità a inquinamento dei mari, invasione della plastica e riscaldamento globale è sempre stata forte e continuamente sollecitata dalle esperienze personali durante le crociere, i trasferimenti e i giri del mondo.

Le regate, le vittorie, il ritiro felice

Se c’è però un personaggio del mondo velico che per primo non si è limitato a registrare la débacle climatica e ambientale, ma si è impegnato in prima persona in campagne a difesa dell’ambiente, quel signore è stato Peter Blake. Navigatore di razza e regatante tra i più grandi di tutti i tempi, Blake vanta un curriculum velico da fare invidia. Ha vinto il prestigioso giro del mondo Whitbread nel 1989 (oltre a essere stato l’unico a prendere parte alle prime cinque edizioni della regata) e si è aggiudicato il trofeo Jules Verne nel 1994. Poi con Team New Zealand ha riportato ancora due importanti successi nell’America’s Cup, come skipper nel 1995 a San Diego (Usa) e come presidente del team nel 2000 nella sua città natale, Auckland.

Fu proprio al termine di quell’edizione in patria che questo timido re degli oceani annunciò il proprio ritiro dalle grandi competizioni sportive per raccogliere l’ennesima sfida, questa volta la più importante e ambiziosa della sua vita: dedicarsi alla salvaguardia dell’ambiente e condurre battaglie contro chi inquina gli oceani e non rispetta il mare.

Decisivo l’incontro con l’oceanografo Cousteau

Oltre che la sua lunga esperienza di navigazione in tutti gli oceani, era stato un incontro in particolare a smuovere la coscienza di Blake, quello con il comandante francese Jacques Cousteau, celebre esploratore, oceanografo e profondo amante della natura, specialmente quella marina, in difesa della quale già nel 1973 aveva fondato The Cousteau Society, un’associazione senza scopo di lucro per la protezione della vita oceanica.

Blake nel 1998 aveva preso parte a una spedizione di quell’associazione e aveva deciso di seguire le orme di Cousteau. Sotto lo slogan “senza acqua non c’è vita” due anni dopo diede vita con il sostegno delle Nazioni Unite alla missione ecologico-scientifica Blakexpedition con l’intento di muovere le coscienze collettive sul degrado ambientale.

Quei viaggi con il Seamaster per monitorare gli oceani

Per cinque anni, a bordo della Seamaster, uno schooner in acciaio di 36 metri dotato di sofisticati sistemi di comunicazione satellitare, rompighiaccio, derive mobili e timoni retrattili, Blake e il suo equipaggio avrebbero dovuto monitorare lo stato di salute degli oceani e dei maggiori corsi fluviali del pianeta, registrare le situazioni di degrado e poi sviluppare interventi mirati. E dall’Antartide, spingendosi più a Sud di qualunque altra barca sia mai riuscita a fare, aveva inviato i primi dati per a confortanti sullo stato di salute del “continente bianco”. Quindi la Blakexspedition avrebbe dovuto toccare alcuni punti caldi del pianeta a rischio ambientale.

Purtroppo mentre risaliva il Rio delle Amazzoni, che insieme all’Antartide Blake considerava uno dei termometri più importanti per capire quello che sta accadendo nel nostro pianeta, il navigatore-scienziato neozelandese, a soli 53 anni, venne assassinato da una banda di pirati quando si trovava ormeggiato nel porto di Macapà, nello stato di Amapa (Brasile).

“Perché tutto questo?”, si chiedeva Blake

Blake amava ripetere: “Quando ho iniziato a navigare ogni giorno vedevo albatros giganti e stormi di uccelli marini, oggi è una fortuna se si riesce ad avvistarne uno in una settimana. Perché tutto questo?”. Una domanda che esprimeva il dolore profondo di un grande marinaio che aveva intuito la fragilità del pianeta e la necessità di preservarlo.

Fortunatamente il Seamaster, ribattezzato Tara, solca ancora i mari in difesa dell’ambiente grazie alla Tara Expeditions, fondazione nata nel 2004 che ha raccolto l’eredità della missione di Blake e organizza missioni scientifiche e ambientaliste.

La lezione di Blake nelle spedizioni di Tara

Nel 2019 la barca dopo avere navigato oltre 50.000 miglia nel Pacifico ad aprile è tornata nella base di Lorient, in Francia, per degli importanti lavori di refitting e l’associazione ha pubblicato un libro per dare voce alle popolazioni della Polinesia e alle loro preziose testimonianze dirette sui cambiamenti climatici. Completati i lavori di restauro Tara è quindi risalpata per un tour in Europa tra Mediterraneo, Mar Baltico e Mare del Nord con un calendario di scali che la vedranno impegnata insieme all’equipaggio in una serie di campagne ambientali, dibattiti e incontri sui temi del riscaldamento globale e la salvaguardia degli oceani. Info: https://oceans.taraexpeditions.org.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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