Perché le microplastiche stanno uccidendo il Mediterraneo

Le microplastiche sono le vere sostanze inquinanti che stanno soffocando il Mediterraneo e tutti gli oceani del mondo. Vediamo perché sono così dannose per l’ambiente, ma anche per la salute dell’uomo.

Microplastiche e ambiente. Classificato come uno degli ambienti più minacciati al mondo, il Mediterraneo è soggetto a un devastante disastro causato dall’uomo: l’inquinamento da plastica. Secondo gli ultimi studi in materia sono 230.000 le tonnellate di plastica che vengono scaricate ogni anno nel Mare Nostrum, una quantità che potrebbe più che raddoppiare da qui al 2040 se non si adottano fin da subito misure estremamente severe. I Paesi che più di tutti immettono plastiche nel Mediterraneo sono l’Egitto, la Turchia e l’Italia, che, insieme, riversano il 50 per cento circa di tutta la plastica che poi si ritrova in acqua. Le cause principali di questa invasione di plastica sono da un lato i grandi agglomerati urbani che si trovano sulle coste e dall’altro l’incapacità dei singoli Paesi di gestire i rifiuti.

In ambiente marino la plastica è presente in moltissime forme: sacchetti, piccole sfere, materiale da imballaggio, rivestimenti da costruzione, contenitori, polistirolo, nastri e lenze per la pesca. Ma l’inquinamento peggiore da plastica è quello invisibile, ossia le cosiddette “microplastiche”. Il Mare Nostrum ha soltanto l’1% delle acque mondiali, ma contiene il 7% della microplastica presente in tutti gli oceani. Ma cosa sono veramente queste microplastiche e perché sono così devastanti per la salute dei nostri mari e per la stessa salute dell’uomo?

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Microplastiche

Cosa sono le microplastiche

Le microplastiche sono quelle piccole particelle di plastica che inquinano i nostri mari e oceani. Si chiamano così perché sono molto piccole e hanno un diametro compreso in un intervallo di grandezza che va dai 330 micrometri e i 5 millimetri. La loro pericolosità per la salute dell’uomo e dell’ambiente è dimostrata da diversi studi scientifici, i danni più gravi si registrano soprattutto negli habitat marini ed acquatici. Ciò avviene perché la plastica si discioglie impiegando diversi anni e fintanto che è in acqua può essere ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi. Esistono anche particelle più piccole, che prendono il nome di nanoplastiche, ma date le dimensioni sono impossibili da campionare con le attrezzature oggi a disposizione. Di queste, dunque, sappiamo ancora poco.

L’origine delle microplastiche può essere primaria o secondaria. L’origine primaria deriva da prodotti che contengono direttamente microsfere di plastica, come creme esfolianti (scrub), dentifrici, smalti e altri cosmetici, ma anche dal lavaggio di vestiti che contengono fibre sintetiche (es. pile). Questi prodotti costituiscono la maggior parte delle microplastiche rilasciate in ambiente, attraverso le acque di scarico. Si stima ad esempio che ogni ciclo di lavaggio di capi d’abbigliamento sintetici rilascia in acqua circa 700.000 microfibre. L’origine secondaria, non per questo meno importante, si riferisce invece alle microplastiche derivanti da frammentazione di rifiuti o altri prodotti in plastica di maggiori dimensioni.

Microplastiche

La durata delle microplastiche è praticamente eterna

La plastica quando finisce in acqua si discioglie in frammenti più piccoli per molti motivi, dall’effetto dei raggi ultravioletti al vento, dalle onde ai microbi e alle alte temperature. Dato che sono tanti gli elementi che concorrono al deterioramento della plastica in mare, è difficile dire con precisione quanto un singolo polimero impiega a diventare microplastica. A prolungarne la frammentazione concorrono inoltre anche gli additivi chimici utilizzati durante la produzione che conferiscono ai materiali determinate caratteristiche, come le plastiche antimicrobiche o i ritardanti di fiamma che le rendono più resistenti ai raggi ultravioletti, fino all’impermeabilità.

I frammenti di plastica, a seconda della loro origine, hanno una densità maggiore, minore o uguale a quella dell’acqua, quindi le microplastiche si distribuiscono non solo sulla superficie, ma anche lungo la colonna d’acqua, a diverse profondità (oltre i 3.000 metri) e sul fondale. Le microplastiche, e le sostanze da loro trasportate, si spostano per lunghissime distanze, arrivando a contaminare anche ambienti remoti (es. regioni polari). Inoltre, siccome i nostri depuratori e impianti di potabilizzazione non possiedono sistemi in grado di filtrarle, possono arrivare anche all’acqua che beviamo e al cibo che mangiamo.

Anche se fossimo in grado di bloccare completamente le immissioni in ambiente di microplastiche, esse non cesserebbero di esistere, anzi continuerebbero ad aumentare per via della frammentazione della plastica già diffusa in ambiente, soprattutto quella costituita da materiale non biodegradabile, come PET (es. bottiglie o pellicole) e PVC (es. giocattoli o food-packaging).

Microplastiche

Le microplastiche entrano nella nostra catena alimentare

Una volta in mare queste sostanze vengono ingerite dalla fauna (in particolare da plancton, invertebrati, pesci, gabbiani, squali e balene) arrivando addirittura a modificare la catena alimentare. Il 15-20 per cento delle specie marine che finiscono sulle nostre tavole contengono microplastiche secondo l’Ispra, mentre per i ricercatori dell’Università nazionale d’Irlanda che hanno pescato nel mare del Nord i pesci mesopelagici che vivono tra i 200 e i 1.000 metri di profondità, la percentuale salirebbe addirittura al 73 per cento. Mentre gli effetti dell’ingestione di plastica di grande e media dimensione da parte degli organismi acquatici sono abbondantemente conosciuti, poco si sa sugli effetti dell’ingestione di microplastiche, anche se è ampiamente dimostrato il loro accumulo all’interno del tratto gastrointestinale.

Oltre agli impatti fisici diretti delle stesse microplastiche, i frammenti ingeriti possono agire da mezzo di trasporto per concentrare e trasferire sostanze agli organismi. In particolare, le microplastiche potrebbero trasportare: a) sostanze chimiche presenti in ambiente (es. oli per motori o pesticidi) che aderiscono alla loro superficie, o b) sostanze chimiche che vengono aggiunte alla loro composizione (es. plasticizzanti) durante il processo di produzione della plastica.

I nostri oceani soffocati dalla plastica

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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