Noi velisti dobbiamo avere paura delle orche?

Una sequenza di attacchi ravvicinati da parte di orche ai danni di velisti accaduti la scorsa estate lungo le coste di Spagna e Portogallo ha allertato la comunità di biologi marini sulle cause di questo strano fenomeno. Ora però arriva una possibile spiegazione scientifica.

I velisti devono temere le orche? Partendo dal presupposto che noi velisti quando navighiamo siamo ospiti degli oceani che è l’habitat naturale di pesci e mammiferi marini, in realtà con questi animali in genere abbiamo un rapporto prima di tutto di gioia e ammirazione nel vederli e poi di profondo rispetto. Vedere anche in lontananza il guizzare di un delfino o il soffio di una balena fa parte di quella bellezza della natura in cui vogliamo immergerci proprio andando in barca. Addirittura esistono casi in cui questi animali estremamente intelligenti hanno avvisato i velisti di un pericolo imminente. Meno frequenti sono invece episodi di urti accidentali, se non addirittura veri e propri attacchi da parte di queste creature ai danni degli equipaggi. Certo nella mitologia, nelle leggende marinaresche e nella letteratura di mare si racconta di combattimenti, cacce spietate e sfide estreme con pesci e creature dalle dimensioni smisurate, ma si tratta appunto di pura fantasia o meglio di mistificazione di antiche e recondite paure dei marinai.

Eppure in questa estate 2020 si sono registrati una serie inedita di attacchi da parte di orche contro barche a vela, uno strano fenomeno, se non altro per il numero di casi registrati e i tempi ravvicinati tra un episodio e l’altro. Qualche testata giornalistica ha addirittura azzardato un “caso orche”, ma soprattutto è la comunità scientifica internazionale la prima a essersi stupita dell’accaduto. Che succede? Noi velisti dobbiamo avere paura degli attacchi di orche?

Cinque attacchi di orche in poche settimane

È accaduto lungo le coste di Spagna e Portogallo. In pratica i mammiferi hanno preso di mira alcune barche di passaggio, provocando danni gravi e, in almeno un caso, ferendo un membro di un equipaggio. L’ultimo attacco risale all’11 settembre scorso, davanti a La Coruña, una cittadina spagnola che si affaccia sulla costa settentrionale del Paese: un’orca si è scagliata almeno 15 volte contro la poppa di una barca di 11 metri che si dirigeva verso l’Inghilterra. Nell’incidente il cabinato ha perso il timone e ha dovuto essere rimorchiato nel porto più vicino.

Nella stessa zona il 30 agosto erano state attaccate e danneggiate una barca battente bandiera francese e una spagnola appartenete alla Marina che si stava recando a una regata. Quest’ultima, dal nome Mirfak, ha perso parte del timone dopo l’aggressione delle orche sotto poppa e lo skipper, Cándido José Couselo Sánchez, ha raccontato ai media che la sua paura “non era per le orche in sé, ma per i danni alla barca. Lo stesso Cándido José ha poi spiegato che “l’intera imbarcazione ballava e le sentivo premere sul timone. Era un gruppo di giovani orche, forse alla ricerca di banchi di tonno”.

Anche il 29 luglio scorso 9 orche avevano attaccato una barca a vela di 14 metri davanti a Capo Trafalgar, nel Sud della Spagna, speronandola per più di un’ora mentre comunicavano tra loro con forti fischi: anche in questo caso l’imbarcazione ha dovuto essere rimorchiata a causa dei danni subiti al timone. La notte precedente invece era stata attaccata una barca a vela di 12 metri di una coppia britannica e ancora poche ore prima la stessa sorte era toccata a una barca di 10 metri.

Le chiamano “orche assassine”, ma non sono predatori

Secondo i ricercatori che studiano le orche è normale che questi mammiferi inseguano le imbarcazioni, ma prima d’ora non si erano mai registrati attacchi così violenti e ripetuti. Intanto, noi che andiamo per mare conosciamo davvero le orche? In verità poco, innanzitutto perché non è proprio facile avvistare questi animali sempre più rari e messi in pericolo da inquinamento, pesca selvaggia e riscaldamento degli oceani. Le orche sono animali smisurati che possono arrivare a pesare fino a 8-10 tonnellate. I maschi arrivano anche ai 10 metri di lunghezza e già un cucciolo può misurare 2,5 metri. Si muovono in branchi, detti “pod, anche di 40 esemplari e cooperano nella ricerca del cibo. La cosa curiosa è che le orche usano sofisticati sistemi di comunicazione e sembra addirittura che branchi diversi utilizzino ognuno il proprio “dialetto”. L’orca ha denti lunghi 10 cm che le servono per nutrirsi di foche, leoni e tartarughe marine e persino balene. Quanto invece alle aspettative di vita, un’orca può vivere fino a 80 anni (la media è comunque sui 50 anni). Ma in cattività i tempi si riducono drasticamente a 30 anni.

Certo il nome di questi animali non gli porta una bella reputazione. Addirittura nel mondo anglosassone l’orca è conosciuta come “killer whale”, ossia balena assassina. La realtà è che il termine orca viene dal latino “orca”, cioè barile, assegnato a questo animale probabilmente per la forma del corpo che rimanda a questo recipiente.

Quelle barche famose affondate da un’orca

Nonostante la fama sinistra e le dimensioni giganti, le orche sono animali molto socievoli. Tuttavia anche in passato non sono mancati episodi di attacchi contro barche a vela ed equipaggi che spesso si sono trasformati in tragedie. Nel maggio del 1972, per esempio, il navigatore scozzese Dougal Robertson con moglie e due figli lascia le isole Galapagos diretto in Polinesia a bordo del Lucette, una splendida e robusta barca in quercia e rovere. Doug ha appena preso un’altezza di sole col sestante e scende in cabina a fare i calcoli necessari a ottenere il punto nave. All’improvviso sente una serie di colpi violentissimi proprio sotto i suoi piedi. Un attimo di stupore e altri colpi più avanti a centro barca. Lo scozzese sale di corsa in coperta appena in tempo per vedere un branco di orche che filano via. Le riconosce facilmente dalle chiazze bianche che questi animali hanno sulla pelle nera. Sotto i paglioli c’è un buco enorme, inutile tentare un tamponamento. Mettono quindi a mare la zattera giusto in tempo per vedere scomparire sotto l’oceano la loro barca-casa. Dopo 40 giorni saranno avvistati e messi in salvo da un peschereccio.

Velisti e orche

Dal Guia 3 di Falck al Surprise di Fogar

Nel rapporto tra velisti e orche altrettanto famosa è la vicenda accaduta nel marzo del 1976 al Guia 3 di Giorgio Falck. La barca sta navigando nell’Atlantico a largo delle isole del Capo Verde. “Ero appena andato a dormire dopo il mio turno di guardia – racconta un membro dell’equipaggio Francesco Longanesi Cattani – quando un forte colpo mi ha svegliato. Scendo dalla cuccetta e mi accorgo che i miei piedi sono già a mollo nell’acqua. Salgo in coperta dove c’è grande agitazione. La prua della barca è inclinata verso il basso e intorno a essa vedo 3 orche, facilmente riconoscibili dalle macchie bianche. Cerchiamo di tamponare la falla con i sacchi delle vele ma l’acqua entra come un torrente. Mettiamo in mare la zattera, prendiamo acqua e viveri per 6 persone. La cosa che più ricordo oggi è stato l’affondamento del Guia visto dalla zattera: quando l’acqua comprime l’aria dentro la cabina, si sente un leggero sbuffo, come se la barca avesse un’anima e stesse esalando l’ultimo respiro”. Longanesi e gli altri sono stati fortunati. Dopo 18 ore, all’alba del giorno dopo un mercantile fuori rotta li avvista e li trae in salvo.

Più drammatico quanto accaduto nel gennaio del 1978 ad Ambrogio Fogar e al suo Surprise che dopo essere stato colpito da un branco di orche nelle acque del Cile affonda e lui e il suo compagno di viaggio, il giornalista Mauro Mancini, vanno alla deriva sulla zattera di salvataggio. A marzo, dopo 74 giorni, Fogar e Mancini vengono raccolti da una nave greca sulla quale però il povero Mancini muore. “Eravamo in cuccetta a leggere – racconterà poi Ambrogio in un libro – quando sentiamo un colpo a poppa, verso il timone. Mauro si precipita fuori gridando balene, balene, sono tre. Esco anch’ io e mi accorgo che invece sono orche. Per la barca non c’è niente da fare”.

L’ultimo episodio clamoroso di scontri tra velisti e orche è avvenuto nel gennaio del 1989 alle Galapagos. I coniugi Butler stanno navigando verso i mari del sud, quando vengono attaccati da una dozzina di orche. La falla procurata allo scafo non è molto grande e la barca impiega alcune ore prima di affondare, così l’anziana coppia riempie di tutto il necessario la zattera sulla quale resterà 66 giorni prima della salvezza.

Velisti e orche

Non sono attacchi, ma “rituali di gioco”

Per quanto drammatici questi episodi di attacchi di orche ai velisti sono stati casi del tutto isolati. Poi invece la recente sequenza degli attacchi in Spagna e Portogallo. Ma perché le orche attaccano una barca a vela? Come spesso avviene è la scienza a chiarire questi bizzarri fenomeni. La studiosa esperta di orche Ruth Esteban, per esempio, esaminati i recenti casi di attacchi di orche alle barche a vela insieme ad altri biologi marini ha dato una spiegazione realistica. “Potrebbe trattarsi di un rituale di gioco – ha dichiarato la Esteban – abbiamo osservato come le orche colpiscano quasi sempre il timone e non è un caso. Sembra plausibile che abbiano capito che colpendo il timone provocano uno spostamento della barca e questo potrebbe entusiasmarle ed eccitarle. Si tratta di una dimostrazione di forza che le orche fanno nei confronti di quello che per loro potrebbe essere un altro pesce. Nei loro comportamenti non c’è nessuna intenzione predatoria, altrimenti osserveremmo movimenti del tutto diversi da quelli accaduti.”

Leggi anche: Di vela si muore in oceano come nel lago sotto casa

Photo Credits: Thomas P. Peschak/Save our Seas Foundation

Le barche, come le tavole da surf, ingannano i pesci

Quindi nessuna orca assassina, solo degli animali che si confrontano con oggetti estranei al loro habitat come le barche, che però ricordano un loro simile. La curiosità delle orche verso i velisti e le barche a vela del resto è cosa nota. È un po’ quello che capita, anche se in misura maggiore, con gli attacchi di squali ai surfisti. Anche in questo caso gli squali non sono mangiatori di uomini e l’uomo non rientra nella dieta di uno squalo. La maggior parte degli attacchi di squalo avviene per errore: nel momento in cui effettuano il primo morso capiscono subito che la carne dell’uomo non è la loro preferita e lasciano quasi immediatamente la preda, purtroppo spesso non senza conseguenza anche gravi. Come avviene con le barche a vela per le orche, un surfista a cavallo della sua tavola che aspetta l’onda sulla line up visto dal basso della superficie dell’acqua ha una sagoma che è simile a quella di una foca, la preda per eccellenza dello squalo.

Insomma, noi velisti, proprio come i surfisti e tutti quelli che usano il mare e gli oceani per navigare, fare sport e viaggiare, siamo ospiti in questo ambiente marino e per viverlo appieno dobbiamo rispettarne la profonda natura.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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