Ci sono espressioni marinaresche entrate ormai nella mitologia della vela, come “Quaranta Ruggenti”, “Cinquanta Urlanti” e “Sessanta Stridenti” oppure ancora come “Doldrums”, “Pot au noir” e “Horse Latitude”. Vediamo di che cosa si tratta e soprattutto perché fanno venire l’ansia a chi si avventura navigando in queste zone di oceano.

Gli appassionati che seguono le traversate in oceano e i giri intorno al mondo, come il Vendée Globe o la Volvo Ocean Race, hanno spesso sentito parlare di espressioni entrate ormai nella mitologia della vela in oceano come “Quaranta Ruggenti” o “Doldrums”. Quasi sempre sono accompagnate da momenti di intensità estrema da parte degli equipaggi per non dire paura o disperazione, non solo per l’esito della competizione ma anche per le difficoltà di manovra, i turni di guardia estenuanti e l’incolumità stessa della barca e di chi è a bordo.

Vediamo allora a cosa si riferiscono in dettaglio queste espressioni e perché navigare in queste zone dell’oceano è così pericoloso e frustrante.

Quaranta Ruggenti

Il vento forte come un ruggito assordante

Quando si naviga alle basse latitudini dell’oceano l’intensità del vento è talmente forte che può diventare assordante, come un ruggito continuo che impatta su albero, vele e sartie spaventando anche il più esperto dei navigatori. È questo il regno dei cosiddetti “Quaranta Ruggenti”. L’espressione “Quaranta Ruggenti” (Roaring Forties, come dicono gli anglosassoni) si riferisce infatti ai venti furiosi delle latitudini oltre i 40° ed è stata coniata dagli inglesi all’epoca dei grandi velieri che passavano per Capo Horn. Sono i venti che soffiano lungo le fasce di oceano più estreme delle latitudini australi, zone dove l’aria fredda dell’Antartide e quella calda degli oceani si mescolano originando intense depressioni atmosferiche amplificate dalle scarse terre emerse.

Nelle regate intorno al mondo e nelle traversate in oceano mettono sempre i navigatori di fronte a un bivio strategico, ovvero se percorrere il tragitto più breve, ma vicino alle infide zone dei ghiacci polari oppure mantenersi a latitudini sicure ma più lunghe. Una libertà di azione non sempre usata saggiamente dai velisti, come testimonia l’edizione del Vendée Globe del 1997 dove la corsa a chi navigava alle latitudini più basse per arrivare prima al traguardo provocò diversi naufragi e un morto, il canadese Gerry Roufs disperso in mare. Il suo ultimo messaggio lanciato dalla radio di bordo del suo Groupe LG 2 durante una tempesta diceva: “Le onde non sono più onde, ci sono solo colonne d’acqua alte come le Alpi”. Per evitare pericolose tentazioni a partire dal 2000 in questo tipo di regate sono stati previsti una serie di “gate”, ossia dei cosiddetti cancelli, ossia passaggi obbligati che impediscono ai navigatori di avvicinarsi troppo all’oceano antartico.

Cinquanta Urlanti

Quei furiosi venti da Ovest che fanno tremare gli equipaggi

Poiché la forza del vento aumenta procedendo verso sud, oltre il 50° parallelo gli stessi inglesi parlano di Furious Fifties che in italiano viene tradotto con l’espressione “Cinquanta Urlanti”, mentre oltre i 60° di latitudine sud si chiamano “Sessanta Stridenti” (in inglese “Shrieking Sixties”). Tali denominazioni derivano dal nome dei paralleli alla cui latitudini soffiano questi venti: Quaranta, Cinquanta o Sessanta e dal rumore che il vento produce sibilando attraverso gli alberi, il sartiame e la velatura delle imbarcazioni a vela che somiglia appunto a un ruggito sui 40°, a un grido sui 50° e a uno stridio sui 60°.

Tutte queste fasce di latitudini australi sono caratterizzate da forti venti provenienti dal settore Ovest (predominanti). Tali venti hanno la stessa origine dei venti da Ovest dell’emisfero settentrionale, ma la loro intensità è superiore di circa il 40 per cento.

Doldrums

Le frustranti calme piatte dei Doldrums

Non meno frustranti per chi si trova a veleggiare in oceano sono i cosiddetti “Doldrums”. Con questa espressione si indica la cintura subtropicale che si estende intorno alla Terra tra i 30 e i 10 gradi di latitudine a Nord e a Sud dell’equatore. È conosciuta come “zona di convergenza intertropicale” ed è una delle più difficili da attraversare a vela. Qui infatti domina un’area di basse pressioni atmosferiche che riduce di molto la velocità del vento facendolo diventare molto variabile, inoltre aumenta la temperatura e ci sono calme piatte estenuanti alternate a improvvisi temporali che intrappolano le imbarcazioni a vela per giorni o settimane.

Nella marineria inglese la zona è conosciuta appunto come “Doldrums” o anche “Horse latitudes”, ovvero latitudine dei cavalli perché questi animali imbarcati sulle navi morivano per il caldo e l’attesa e venivano gettati in mare. Per i francesi invece questa zona viene denominata il “Pot au Noir”, letteralmente brocca al nero, per via delle continue richieste d’acqua degli schiavi imbarcati sui velieri che navigavano in queste zone.

Carteggio di notte

Tratti di oceano che intrappolano chi va a vela

Anche i Doldrums nelle traversate oceaniche e nei giri del mondo sono zone strategiche per perdere o guadagnare posizioni in classifica. Il navigatore norvegese Knut Frostad, organizzatore di ben tre Volvo Ocean Race, le definisce quelle che mettono più in ansia gli equipaggi perché sono gli unici tratti di mare su cui non hanno assolutamente il controllo del loro destino. Il periodo peggiore per navigare nella zona di convergenza intertropicale è quello che va da giugno a novembre e in particolare nei mesi di agosto e ottobre: è in questa stagione che si sviluppano infatti le maggiori perturbazioni a causa delle temperature più elevate.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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