Nautica italiana: il riscatto delle piccole imprese

La nautica italiana nel 2017 ha registrato per il secondo anno consecutivo un aumento del fatturato. Il trend positivo premia il lavoro svolto dai grandi cantieri naturalmente, ma è merito anche dei migliaia di artigiani e piccole imprese che costituiscono il vero motore economico di questo settore.

Dopo gli anni della crisi feroce che dal 2008 al 2013 ha colpito la nautica italiana, a partire dal 2014 è iniziata la rinascita economica. E il 2017 ha segnato, per il secondo anno consecutivo la crescita del fatturato. Come abbiamo fatto? Tenacia, eccellenza del Made in Italy, ma soprattutto il lavoro rigoroso e quotidiano dei migliaia di artigiani e piccole imprese che costituiscono il vero motore del comparto nautico italiano. È quanto ha messo in luce il Rapporto Nautica 2018 di Cna dal titolo “Dinamiche e prospettive di mercato della filiera nautica del diporto”, presentato in questi giorni a Viareggio nell’ambito del Versilia Yachting Rendez-Vous.

A dieci anni dalla crisi a fine 2017 i dati in termini di produzione nautica sono ancora sotto a quelli pre-crisi del 2008 (-14%), ma sono tornati positivi soprattutto grazie all’export, cresciuto complessivamente negli ultimi dieci anni del 72 per cento. Il 70 per cento della produzione si concentra ancora su una decina di grandi cantieri, mentre il restante 30 per cento fa capo a circa 40/50 cantieri, molti dei quali orientati soltanto sul mercato interno. Il settore nautico garantisce lavoro in Italia a 3.247 imprese, per complessivi 31.285 addetti, l’86% dei quali dipendenti.

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Produzione nautica: Toscana in testa

La notizia interessante è che per la prima volta dagli anni della crisi, i dati 2017 dimostrano che il mercato nautico italiano è ripartito anche sul piano della domanda interna, grazie in particolare ai Saloni di Genova e a Nauticsud di Napoli. Per quanto riguarda la diffusione regionale della produzione nautica il Rapporto 2018 di Cna sottolinea che quasi il 58 per cento dell’intera base produttiva nautica nazionale risiede in sole cinque Regioni: Toscana (17%), Liguria (15%), Campania, Sicilia e Veneto (8% ciascuna). In termini occupazionali gli altri territori rilevanti per il comparto nautico sono il Friuli Venezia-Giulia e le Marche (10%).

Insomma sembra chiaro come stia riemergendo a poco a poco la storica eccellenza produttiva nautica del nostro Paese che la crisi aveva messo in ginocchio, complici alcune politiche penalizzanti, come per esempio la devastante la tassa di possesso sulle imbarcazioni da diporto. Una follia che ha ucciso il mercato nazionale e allontanato dagli approdi italiani migliaia di diportisti, spingendoli verso gli scali dei Paesi limitrofi, dove questa imposizione non esisteva. Una legge talmente assurda che in seguito è stata abolita, ma che nel frattempo ha inferto danni gravissimi le cui conseguenze si soffrono ancora oggi. Esempio: anche nel 2016 la flotta nautica italiana immatricolata ha registrato un calo.

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Filiera economica: una rete di artigiani e piccole imprese

Oltre a scontare i danni provocati da una politica miope che trasforma un gommone in un bene di lusso e il suo proprietario in un evasore fiscale, la nautica da diporto paga, purtroppo, anche la sottovalutazione di una contabilità statistica che non tiene conto della complessità della filiera economica del settore nautico. Quando si pesa il valore economico del comparto si tiene conto infatti solo dell’attività strettamente cantieristica, ossia la costruzione e la riparazione di imbarcazioni. Ma dietro alla nautica da diporto nautica da diporto c’è un numero molto più ampio di prodotti: vele e cime, mobili, arredi interni, motori, impianti, apparecchiature, eliche, ancore, bussole, radar, Gps, software, etc. Per non parlare dei servizi turistici e portuali, le scuole nautiche, le ditte di trasporto nautico e rimessaggio. La portata economica di tutto questo è molto più elevata di quanto emerge dalle statistiche ufficiali.

La piccola dimensione delle imprese inoltre rappresenta il tratto caratteristico del settore nautico italiano. Dai dati Istat aggiornati al 2015 risulta che le imprese con meno di 50 addetti sono il 97,9 per cento della totalità. E contribuiscono al 46,8 per cento dell’occupazione, al 21,8 per cento del fatturato e al 35,1 per cento del valore aggiunto.

 Marina

Servono politiche lungimiranti e investimenti sull’innovazione

Insomma il recupero del settore nautico al momento è frutto delle capacità imprenditoriali e artigiane italiane. Ma in difetto di una politica di sistema è difficile che il comparto possa esprimere tutte le sue potenzialità. Cosa serve? Prima di tutto una politica fiscale meno penalizzante ma anche snellire la normativa e semplificare i regimi amministrativi e i controlli. Poi investimenti di sostegno all’innovazione, alla ricerca e allo sviluppo per porre micro e piccole imprese in condizioni di maggiore competitività nella sfida internazionale. Sul fronte dei servizi, è necessario invece cercare di intercettare e “catturare” la clientela straniera. Andrebbe inoltre potenziata la rete infrastrutturale di porti e approdi turistici.

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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