Nel dicembre del 1978 durante la transatlantica Route du Rhum scomparve in mare il navigatore francese Alain Colas. Le ricerche di questo marinaio spavaldo e romantico tennero con il fiato sospeso un’intera nazione.

Il 5 novembre del 1978 il navigatore francese Alain Colas era schierato alla partenza della prima edizione della Route du Rhum, una delle più prestigiose regate transatlantiche, a bordo del suo trimarano Manureva. Quella sarebbe stata l’ultima corsa in oceano di questo stravagante marinaio, un vero outsider nel mondo della vela, ma lui ancora non lo sapeva. La barca non era un mezzo qualunque. Colas l’aveva acquistata qualche anno prima dal suo maestro di navigazione e compagno di avventure Eric Tabarly che l’aveva varata alla fine del 1967 con il nome di Pen Duick IV. Era una barca rivoluzionaria e assolutamente avveniristica per l’epoca, nonché il primo esempio di maxi trimarano oceanico nella storia della navigazione.

La piovra di alluminio firmata da Tabarly

Tabarly in quegli anni era convinto che i multiscafi avrebbero trasformato il futuro delle regate oceaniche e insieme al progettista progettista André Allègre ne concepì uno che era un vero “mostro marino”. Lungo 20 metri, largo oltre i 10 e capace di sviluppare una superficie velica di almeno 100 metri quadrati. Era realizzato in una lega leggera di alluminio (il cosiddetto Duralinox), un materiale che all’epoca cominciava a essere sperimentato da alcuni cantieri statunitensi (per esempio Camper & Nicholson) e che lo stesso Tabarly aveva già collaudato con successo sulla barca precedente, il Pen Duick III. Grazie all’alluminio il trimarano pesava appena 6,5 tonnellate.

A bordo c’era un originale armo a kecht marconi, secondo il navigatore francese il più adatto alla conduzione in solitario, con vele interamente steccate e alberi ruotanti che raggiungevano un’altezza di 17,20 metri. Sempre in funzione della navigazione in solitario, sul Pen Duick IV Tabarly mise a punto un particolare timone a vento, l’Eca, il più evoluto prima dell’avvento degli autopiloti elettrici che garantiva una grande precisione anche a velocità sostenuta. Infine per la prima volta venne adottata quella che successivamente è divenuta nota come la “calza dello spinnaker”, una sorta di lungo manicotto che agevola le manovre per alzare e ammainare questa imponente vela di prua. C’è chi chiamava questa barca la “piovra d’alluminio” perché non era rifinita con la classica verniciatura sugli scafi.

I tanti record di quell’uccello da viaggio

Con il Pen Duick IV Tabarly nel novembre del 1968 stabilì il primato atlantico sulla rotta Canarie-Antille impiegando 10 giorni e 11 ore per coprire le 2.640 miglia. Successivamente il trimarano battè un altro record sulla transpacifica Los Angeles-Honolulu. Fu proprio dopo questi successi che Alain Colas nell’autunno del 1969 decise di acquistare la barca con la quale vinse la Ostar del 1972 con il tempo record di 20 giorni, 13 ore e 15. Subito dopo la ribattezzò Manureva che nella lingua polinesiana vuol dire “uccello del viaggio” e stabilì il record del giro del mondo in solitario su multiscafo con il tempo di 169 giorni, 4 ore e 11 minuti.

C’è un ciclone in Atlantico. Dov’è Alain Colas?

Nel 1978 tuttavia nel corso di quella Route du Rhum la fortuna aveva deciso di voltare le spalle sia alla barca che allo skipper francese. Qualche giorno dopo la partenza della regata il 16 novembre 1978 al largo delle Azzorre Alain Colas alle ore 17 inviò il suo ultimo messaggio radio diffuso sulle frequenze di Radio Monte Carlo per gli sponsor della corsa. Il messaggio era drammatico: “Sono nell’occhio di un ciclone, non c’è che il cielo e montagne d’acqua intorno a me”. In realtà per quanto disperato, questo grido di allarme non suscitò all’inizio un’immediata reazione da parte degli organizzatori della regata. A quell’epoca, infatti, quando gli apparecchi di telecomunicazione erano ancora utilizzati a fini tattici per ingannare l’avversario, anche i marinai più avveduti avevano preso l’abitudine di diffidare di possibili bluff.

Tuttavia in questo caso, dopo un momento di dubbio, anche gli scettici si convinsero, poiché quel giorno le condizioni meteo lasciavano poca speranza. La potenza delle raffiche di vento registrate nel settore del supposto naufragio faceva effettivamente credere il peggio.

L’inquietudine di tutta la Francia

Resta il fatto che da quel momento Manureva non diede più comunicazioni e il 17 sera mancò il collegamento programmato con la redazione della radio. Nei giorni e nelle settimane successive le ricerche dello skipper al largo delle Azzorre non dettero esito fino al 3 dicembre, quando una comunicazione di Alain venne intercettata da alcuni radioamatori: “Qui Manureva, sono in difficoltà, chiedo assistenza”. La posizione del più famoso dei concorrenti della Route du Rhum, partita dodici giorni prima da Saint Malo era evidentemente difficile da valutare. L’ultimo punto, 36° 5’ di longitudine Ovest e 35° 5’ di latitudine Sud si rivelò presto aleatorio. L’inquietudine del pubblico di appassionati era grande. In pochi giorni l’impressionante caccia al navigatore prese l’ampiezza di una catastrofe nazionale

Per qualche giorno la speranza degli appassionati si aggrappò a un relitto introvabile, poi cominciarono le ipotesi, anche quelle le più funeste e fantasiose: dal naufragio, al suicidio calcolato, alla fuga programmata. Il 27 dicembre 1978 il Ministero della Difesa francese annunciò ufficialmente la chiusura delle ricerche dello skipper. Lo stesso presidente della Francia François Mitterrand reclamò che si prolungassero ancora un poco le ricerche. Ma non ci fu nulla da fare.

Le critiche, le ipotesi, il mito

Che fine aveva fatto Alain Colas? Raoul Civrays, presidente della Federazione Francese di Vela, in polemica con gli organizzatori della Route du Rhum, non mancò di ribadire la forte opposizione della federazione riguardo alle corse in solitario. Secondo gli esperti Manureva navigava da più di un mese ed era stata ben revisionata prima della partenza della regata, ma non aveva a bordo l’Epirb che Colas aveva lasciato inspiegabilmente sul molo. Altri invece, relativamente alle condizione dello scafo in alluminio, dicevano che presentava sotto la vernice delle microfratture e delle saldature mancanti.

Erano molti in realtà i detrattori di questo navigatore che era arrivato tardi alla vela ma veniva giudicato un megalomane, spinto dal suo incorreggibile gusto per l’eccesso, uno che senza avere le giuste competenze voleva bruciare le tappe della navigazione a vela. Qualcuno addirittura non gli aveva perdonato l’aria da intellettuale, i suoi studi di filosofia e gli studi prestigiosi alla Sorbona di Parigi. Ancora nel febbraio del 1979 suo fratello Jean-François Colas, un buon velista, considerava la sparizione del fratello per nulla certa e riteneva che probabilmente si trovasse alla deriva con la zattera di salvataggio.

Alain Colas alla fine non venne mai ritrovato, ma il popolo di appassionati velisti non ha mai smesso di amare questo ragazzo spavaldo, sognatore e sfortunato.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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