Lavori fai-da-te: sopravvivere a divieti e norme restrittive

Andare per mare è sinonimo di libertà, ma per chi vuole prendersi cura della propria barca in acqua e a terra in Italia esistono norme restrittive e divieti che limitano e mortificano il fai-da-te. Qualche esempio concreto di vincoli burocratici e come aggirarli per dare sfogo alla propria passione.

Il fascino dell’andare in barca è legato al grande spirito di libertà che infonde. Navigare verso l’orizzonte, nel silenzio della natura, permette di provare la sensazione di essere non solo al timone della propria barca, ma di stringere in mano il proprio destino. Poi però capita che questo senso di libertà si scontri con una realtà nautica piena di impedimenti e ostacoli che mortificano la propria passione per il mare. Costi esagerati, vincoli burocratici, norme paradossali, malcostume. Eludere questi ostacoli che minacciano il quieto vivere del diportista non è facile. Occorre innanzitutto conoscerli bene (la legge non ammette ignoranza, recita il detto), poi bisogna imparare a essere il più possibile autonomi come diportisti, aumentando la propria competenza, l’informazione e la cultura nautica, facendo acquisti saggi e dettati dal buon senso invece che dalle tendenze del momento e soprattutto cercando di curare personalmente la propria barca con il fai-da-te. Un’attitudine piuttosto comune e naturale tra la maggior parte dei diportisti.

Rifare il teak

Curare la propria barca è naturale per il diportista

Anche sul tema del fai-da-te in ogni caso lungo le nostre coste sembrano incombere divieti e prassi restrittive che ne limitano molto le possibilità di espressione. Chi ha la passione della vela infatti difficilmente utilizza la propria imbarcazione solo per navigare. In genere ama prendersene cura soprattutto quando è ferma all’ormeggio. Come? Verificando che tutto sia perfettamente in ordine funzionante sopra o sotto coperta, pulendola dopo ogni uscita in mare e svolgendo quella manutenzione ordinaria che non solo è funzionale alla sua conservazione ed efficienza ma insegna anche a conoscere i particolari dello scafo e a scoprirne eventuali difetti o lesioni.

Chi dispone di maggior tempo e voglia poi spesso si dedica volentieri anche a lavori più impegnativi, come quello di applicare l’antivegetativa, sostituire gli zinchi, modificare le manovre correnti e dormienti, sistemare il motore, etc. Il problema è che questo tipo di lavori sempre più spesso non sono consentiti per via di leggi severe e restrittive e per il velista diventa più difficoltoso dedicarsi al fai-da-te.

Lavori in barca

Lavori in cantiere tra divieti e vincoli

Va detto che questi divieti si applicano soprattutto quando l’imbarcazione è a terra sopra l’invaso e che nascono dalla rigida applicazione di leggi che riguardano la prevenzione degli infortuni, la sicurezza sul lavoro e l’eventuale responsabilità del titolare del marina o del cantiere in caso di incidenti. In realtà la maggior parte delle norme in questione riguarda la tutela dei lavoratori subordinati; piuttosto in alcuni casi sono le Ordinanze delle Autorità Marittime a disciplinare le attività consentite o meno nell’ambito dell’area demaniale.

Testa d'albero

Vai in testa d’albero? Devi avere il patentino!

A volte eseguire particolari lavori alla propria barca in un cantiere non è vietato ma soggetto a norme restrittive e a permessi speciali in quanto ritenute attività a rischio. È il caso per esempio dei lavori in testa d’albero che qui in Italia sono oggetto di un’apposita normativa, il D.Lgs 81/2008 (c.d. Testo Unico della Sicurezza – Ex Legge 626) che li definisce e li disciplina. In particolare la legge fa rientrare queste attività tra i cosiddetti “lavori in quota” che espongono i lavoratori al rischio di caduta da una quota posta a un’altezza superiore ai 2 metri rispetto ad un piano stabile (art. 107) e prevede un particolare addestramento all’utilizzo di dispositivi di protezione individuale anticaduta, previo rilascio di un patentino obbligatorio.

Pulizia winch

Pulire la carena dalle alghe solo fuori dal porto

Stessi problemi di non poter procedere a piccoli lavori di fai-da-te si possono incontrare anche quando la barca è all’ormeggio in porto. Un esempio? Volete pulire la carena da alghe e altri parassiti scendendo sotto lo scafo con maschera e boccaglio? Non si può, pena una bella multa! Sì perché la balneazione nelle acque portuali è quasi sempre vietata o dal gestore dell’area demaniale o dall’Autorità Marittima. Per quest’ultima i trasgressori sono passibili di sanzioni pesantissime, pari a oltre 1.000 euro.

Spazzolare la carena è consentito ma solo fuori dalle acque demaniali dove la responsabilità sono solo dello skipper. Altrimenti è necessario affidarsi a personale specializzato. Il che significa comunque un esborso di denaro non indifferente: centinaia di euro per alare la barca oppure per ingaggiare un sommozzatore esperto. E questo vale sia per i casi di manutenzione ordinaria che per le emergenze. Se una cima s’impiglia nell’elica o se l’ancora si è incattivata nella matassa di qualche catenaria non c’è altro da fare che pagare. Questa è la filosofia. Come obiettare poi a chi sentenzia che le barche sono affari da ricchi?

C’è da dire infine che il fai-da-te sottrae lavoro al cantiere o al marina dove si tiene l’imbarcazione, quindi non è visto di buon occhio. Ma non è sempre così. A volte chi non vuole rinunciare a curare la propria barca, può spostarsi di poche miglia per trovare così più accoglienza e disponibilità. Anzi non è un caso che negli ultimi anni i diportisti italiani abbiano lasciato le banchine dei nostri porti per fare rotta verso marina e cantieri di Paesi limitrofi, come l’Albania, la Croazia, la Grecia, la Spagna o il Portogallo dove trovano costi ridotti e libertà di dedicarsi alla propria barca in libertà. Come biasimarli?

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

1 Comment
  1. Giustissimo ! Quello che avete scritto .. è terribile che le ” norme ” e la burocrazia stanno invadendo sempre di piu il mondo della vela . Andare in barca è sinonimo di libertà non di carte e patentini inutili ! Infatti sempre piu persone portano le barche all estero ! Questo si! Che è un danno per gli operatori del settore ! Non chi si fa dei lavori da solo che comunque sono una piccola parte dei purtroppo la tendenza sara sempre di più a vessare e incatenare i diportisti !!…

Leave a Reply

Your email address will not be published.