Le coste frastagliate della Galizia sono sempre state teatro di naufragi. Dal Medioevo a oggi i casi documentati sono 927, ma secondo gli abitanti di queste zone sono pochi. Una fama lugubre che ha spinto a battezzare questo tratto della Spagna con il nome di Costa della Morte.

La Galizia ha 1.498 chilometri di costa. Più dell’Andalusia o di tutte le isole Baleari. Ma la costa galiziana non segue una linea retta. È tutto un susseguirsi di scogliere e insenature, più o meno profonde, attorno alle quali si ergono falesie su cui si infrangono le onde dell’oceano e soffia un vento spesso tumultuoso. Insomma uno scenario aspro, struggente e di grande fascino. Per certi versi anche romantico e inquietante.

Ma è sotto la superficie del mare, lungo i fondali di queste coste, che giace una realtà più terribile: un grande cimitero di navi affondate dalle tempeste, smarrite nella nebbia impenetrabile e incagliate sulle rocce affioranti oppure schiantate sulle scogliere. Sapere il numero esatto di navi colate a picco in queste acque è difficile. Dal Medioevo a oggi i casi documentati parlano di 927 unità. Pochi, secondo la gente del posto, e c’è da credergli. Un tratto di costa con questo passato non poteva che essere battezzato “Costa della Morte”, un nome perfetto per spaventare gli uomini e soprattutto i naviganti. Per molti anni le navi della Marina inglese che passavano in queste acque lanciavano un lugubre saluto di commiato. Per questo lungo la Costa della Morte s’incontrano croci, chiese e santuari che si alternano ai fari fin sulla riva del mare, innalzate a protezione delle barche e dei pescatori.

La marea “nera” riversata in mare dalla Prestige

La Costa della Morte si estende dalla Coruña fino al famoso capo di Finisterre, quest’ultimo confine della Terra per i romani, imbarcadero di Caronte per i greci e traguardo finale del Cammino di Santiago per i cristiani. Ma anche uno stupendo promontorio sospeso sull’Atlantico. Pericoloso però. Il naufragio più recente e impresso nella memoria è sicuramente quello della Prestige, una petroliera che affondò in queste acque il 19 novembre del 2002 con un carico di 77.000 tonnellate di petrolio. Un incidente drammatico che provocò un’immensa marea nera che colpì la vasta zona compresa tra il Nord del Portogallo fino alle Landes, in Francia, causando un notevole impatto ambientale alla costa galiziana e ai suoi abitanti.

Lungo questa costa un paesino chiamato Camelle deve la sua fama a una delle storie più commoventi legate alla tragedia: l’artista tedesco Manfred Gnadinger morì di dolore dopo che il petrolio, fuoriuscito dalla nave, distrusse le sue sculture conservate nel giardino, meta di pellegrinaggio di turisti provenienti da tutta Europa.

Navi naufragate e carichi assaliti dai predoni

Di tutti gli scogli presenti sulla Costa della Morte la Punta do Boi è il più maledetto e temuto dai naviganti. È qui che il 10 novembre del 1890 la nave scuola inglese Serpent che percorreva il tragitto tra Plymouth e Freetown, nella Sierra Leone, fu sbattuta sulla scogliera da una burrasca. A ricordare la tragedia in cui morirono 172 giovani marinai, fu costruito un cimitero di cui oggi rimangono solo i ruderi.

Sempre alla fine del XIX secolo a pochi anni di distanza si verificarono altri naufragi di navi della marina britannica con un gran numero di vittime: quello del Wolfstrong nel 1870 (28 morti), quello dell’Iris Hull nel 1883 (37 morti), quello del Trinacria nel 1893 (31 morti) e quello del City of Agra nel 1897 (29 morti). Nei paesini lungo la costa ancora oggi si racconta di come la gente del luogo in caso di navi naufragate o incagliate tagliasse le dita ai marinai annegati per prendersi anelli e orologi. I cadaveri dell’equipaggio del Revendal, dell’Irish Hood e del WolfStrong furono infatti trovati sulla spiaggia con gli arti amputati.

Miti e leggende tramandate lungo la costa

Il Cimitero degli Inglesi, la Grotta dei Cadaveri Bruciati, la Grotta dell’Infe: la costa ha nomi lugubri che ricordano quei terribili momenti. Verso la fine del XIX secolo la nave inglese Chamois s’incagliò vicino a Laxe e, secondo la leggenda, in pochi minuti, coltelli e falci alla mano, centinaia di persone accorse dal paese per prendere d’assalto la nave e il suo carico sotto lo sguardo attonito dell’equipaggio inglese. In quegli stessi anni anche il Priam andò in una secca nei pressi di Malpica e il suo carico di orologi d’oro e d’argento finì tra le correnti che lo depositarono sulla spiaggia: sparì nel giro di poche ore.

Ma l’orrore dei naufragi non sempre si è manifestato ai galiziani sotto forma di corpi affogati. Nel 1905, il Palermo, carico di fisarmoniche, andò a picco vicino a Muxía. La leggenda vuole che quella notte si alzasse dal mare una musica spettrale che terrorizzò gli abitanti del paese. Oppure c’è la storia della nave Compostelano che è molto singolare. La nave s’incagliò in un banco di sabbia nei pressi della spiaggia di Cabana. Quando la gente del paese entrò nella nave, vi trovò solo un gatto e nessuna traccia dell’equipaggio.

Tempeste, nebbia e i terribili raqueiros

Al 1596 risale invece il terribile naufragio di 25 navi dell’Armada spagnola, abbattute da una tempesta perfetta. Più di 1.700 persone morirono in mare. Le cronache dell’epoca descrivono uno spettacolo raccapricciante: ovunque cadaveri, relitti, l’eco delle grida dei naufraghi in balia delle onde e, a illuminare la scena, il bagliore dei lampi. Oltre a scogli, tempeste e nebbie invernali i pericoli ai naviganti venivano anche dai cosiddetti “raqueiros”, pirati di terra che disorientavano le navi e le assaltavano: la loro tattica consisteva nell’accendere fuochi sulla riva o legare torce alle corna dei buoi, per poi appostarsi in punti strategici delle scogliere della Costa della Morte.

La lista degli incidenti marinari lungo queste sponde è lunghissima. Tanto che sulla Costa della Morte ancora oggi il tempo si misura in naufragi: l’anno del Casón, l’anno del Prestige, l’anno del Serpent. E così via: una nave, una tragedia, una croce sul calendario. A raccontare di queste storie e leggende marinare c’è il bel libro Fariña di Nacho Carretero pubblicato recentemente da Bompiani nella collana Munizioni da cui questo articolo è liberamente tratto.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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