Fai-da-te, un bagaglio dello Skipper

Le imbarcazioni impongono al diportista lo sviluppo di una serie di conoscenze tecniche, l’arte di usare le mani e gli attrezzi, la capacità di risolvere problemi di qualunque tipo in completa autonomia. Una cultura del fai-da-te e un atteggiamento volto alla cura degli oggetti che evita brutte sorprese durante la navigazione e rende sicuramente dei marinai migliori.

Chi va per mare prima o poi si rende conto da solo di quanto sia importante la manutenzione della barcal’arte del fai-da-te. Le imbarcazioni infatti sono mezzi complessi, ricchi di manovre, cavi e attrezzature necessari alla navigazione, ma anche di impianti idraulici, circuiti elettrici e apparati di comunicazione indispensabili alla vita a bordo. Per non parlare del motore diesel o del fuoribordo.

L’insieme di questi elementi impone al navigante non solo una conoscenza specifica delle diverse parti di cui è composta l’imbarcazione per utilizzarle al meglio, ma anche la capacità di prendersi cura delle stesse sia per allungarne la durata, messa a dura prova nel corrosivo ambiente marino, sia per prevenire o porre rimedio a eventuali rotture di fronte alle quali uno skipper responsabile non può farsi trovare impreparato.

Ogni marinaio deve contare sulle proprie competenze

Se si rompe la cinghia di trasmissione del motore, se si scaricano le batterie di bordo o ancora se si inceppa l’avvolgitore della vela di prua mentre si è in navigazione, non si può chiamare un meccanico, un elettricista o un rigger. Bisogna risolvere il problema da soli. Certo, se l’avaria non è grave, si può sempre riparare in porto per chiedere l’assistenza di un cantiere o di un tecnico specializzato. Immaginate però se l’inconveniente succedesse durante una crociera nel mese di agosto, quando trovare un’officina o un fornitore di pezzi di ricambio aperti è come vincere alla lotteria.

Alcuni diportisti hanno una sorta di timore reverenziale nei confronti delle attrezzature della barca, del motore in particolare. Sono paure ingiustificate. Ricucire una vela, sostituire un cuscinetto a rullo del salpancora o una guarnizione del wc, fare il cambio dell’olio al propulsore sono operazioni alla portata di chiunque abbia un minimo di manualità e determinazione. Magari da soli ci si mette più tempo, però ci si abitua a non dipendere dagli altri e si naviga in maniera più consapevole.

Far da sé significa risparmio e conoscenza

Quante volte gli incidenti in mare sono dovuti all’avere trascurato la manutenzione ordinaria da parte di skipper sprovveduti? Molte, secondo le statistiche della Guardia Costiera. Basti pensare che tra le più frequenti cause di richiesta di soccorso dei diportisti c’è l’esaurimento di carburante del motore, un dato avvilente che ci racconta di tanti velisti improvvisati che utilizzano la barca più o meno come un’autovettura.

Sapere eseguire la manutenzione ordinaria dunque dovrebbe fare parte del bagaglio dello skipper, per necessità pratica e per ragioni di sicurezza. Ma non solo. Far da sé piccoli interventi e riparazioni comporta un risparmio notevole. Basta acquistare i pezzi di ricambio e i materiali necessari e si abbattono notevolmente i costi di manutenzione che per un armatore sono tra le voci di spesa più consistenti nel bilancio annuale di gestione della propria barca.

In questo modo si può ricorrere all’assistenza di un tecnico o di un cantiere solo nel caso di interventi complessi o straordinari. Inoltre quando si hanno un po’ di nozioni minime, anche nel momento in cui si è costretti a rivolgersi a un cantiere si conosce in anticipo il tipo di intervento di cui necessita la barca e si possono valutare i lavori eseguiti evitando brutte sorprese.

 

Cura degli oggetti, un’arte utile in mare

C’è poi un ultimo aspetto della manutenzione, forse più filosofico, ma decisamente attuale. Prendersi cura di cime e scotte, paranchi e verricelli, pompe di sentina, gruppi elettrogeni e quant’altro, permette di conoscere a fondo la propria barca, avere un rapporto reale e attivo con questa, scoprirne pregi e difetti e non limitarsi a utilizzarla passivamente come ormai si fa con le automobili, gli elettrodomestici o qualunque prodotto del mercato. Le imbarcazioni a vela con le loro mille beghe in realtà ci inducono a comportarci come i nostri nonni che avevano cura degli oggetti, li aggiustavano, spesso se li costruivano per risparmiare o perché non esistevano e non buttavano via nulla, anzi si ingegnavano a riciclare e a riutilizzare. Essere marinai ha sempre imposto di sviluppare a livello personale questa filosofia e queste doti. Un atteggiamento mentale che oggi può rivelarsi assai prezioso.

 

 

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.