Tra i progettisti del Team New Zealand, il defender della prossima America’s Cup in programma nel 2021, è stata riconfermata la 26enne Elise Beavis che appena laureata in ingegneria sta vivendo un’esperienza di lavoro gratificante che la proietta nel futuro della vela.

Da quando ha vinto l’ultima edizione dell’America’s Cup, Team New Zealand ha avuto ha solo due designer che lavorano a tempo pieno per concepire i loro innovativi yacht dalle incredibili prestazioni. Uno di questi è Dan Bernasconi, direttore tecnico del team, con una brillante carriera di designer per ben 25 anni che include il lavoro per il team di Formula 1 della McLaren. L’altra è la ventiseienne Elise Beavis che appena uscita dall’università di Auckland alla fine del 2015 è stata assunta da una delle squadre veliche di maggior successo al mondo.

“Quello con Team New Zealand è stato il mio primo lavoro dopo la laurea in Ingegneria – racconta – ed essere in ETNZ è il lavoro dei miei sogni, ma non mi aspettavo di arrivarci così presto!”. Il suo lavoro per l’ultima edizione della Coppa svoltasi a Bermuda è stata una delle chiavi della vittoria di Team New Zealand e delle performance dell’AC 50. Quindi è stata confermata nel ruolo anche nella progettazione del nuovo AC 75 per la prossima America’s Cup.

Una giovane laureata, ma di grande talento

Il fatto che il suo capo Dan Bernasconi risolveva problemi di ingegneria molto prima che lei nascesse, non sembra tuttavia turbare minimamente Beavis: “Sono molto più giovane delle altre persone qui, sono solo una nuova laureata che non è esperta in nessuna area specifica. Ma si sono fidati di me. So di essere stata fortunata ad avere avuto questa opportunità”, racconta la ragazza.

Ma il Team New Zealand Dan Bernasconi ritiene che la fortuna in realtà sia loro. Bernasconi afferma che il team non vedeva l’ora di riavere a bordo Beavis con il suo know how di ingegneria tecnica e le sue conoscenze pratiche di navigazione per la difesa della Coppa America del 2021. Il suo lavoro nell’ultima campagna, che includeva di rendere i ciclisti a bordo impegnati nel sistema di winch “pedal power” i più aerodinamici possibile, ha sicuramente contribuito alla vittoria dei kiwi a Bermuda.

Lavorare qui è meglio di un master

“Molti degli altri ragazzi del team – afferma Dan Bernasconi – volevano prendersi una pausa dopo l’ultima Coppa, ma Beavis al contrario era enormemente entusiasta di riprendersi il posto. E siamo davvero felici di riaverla a tempo pieno”. Beavis sa perfettamente che non avrebbe potuto arrivare al suo “lavoro da sogno” più velocemente di come ha fatto e oggi è entusiasta del fatto di potere imparare ogni giorno dai massimi esperti mondiali nella progettazione di barche da regata. “C’è sempre qualcuno qui a cui posso rivolgermi. Se avessi fatto un master all’università invece di ottenere questo lavoro, avrei imparato meno della metà delle cose che mi hanno insegnato quelli di Team New Zealand”, afferma.

Prima di diventare una yacht designer Elise ha imparato a navigare su un Optimist all’età di 9 anni al largo di Murrays Bay, nelle acque stesse dove verrà disputata la prossima Coppa America. Poi ha partecipato per la Nuova Zelanda alle Olimpiadi Giovanili del 2010 a Singapore. Ma invece di proseguire la carriera sportiva ha deciso di continuare i suoi studi di scienze ingegneristiche presso l’Università di Auckland. “Sono sempre stata brava in matematica e fisica a scuola e volevo capire di più sul perché cambiare la configurazione della vela rende le barche più veloci. Quindi mi sono concentrata sul lato più tecnico di questo sport”.

Le regate sul Waszp nel tempo libero

Nonostante gli impegni di lavoro Elise naviga ancora nei fine settimana con il suo Waszp, una avveniristica deriva con i foil. “Devo ancora chiudere con successo una strambata con il mio Waszp, ma è molto divertente e mi aiuta ad acquisire sensibilità – spiega – lo scorso gennaio sono andata a Perth per partecipare ai Campionati Australiani Waszp. Mi piace ancora competere”.

Nel team lavora come designer coinvolto nell’analisi delle prestazioni della barca, nelle prove al simulatore e sull’aerodinamica, in particolare sugli effetti del vento sull’equipaggio. È molto orgogliosa del lavoro svolto per il nuovo AC75. “Nonostante la barca sia totalmente diversa da qualsiasi altra cosa abbiamo visto prima con molta innovazione e soluzioni tecniche inedite, in realtà è stata davvero progettata pensando al modo in cui potrebbe essere utilizzata da un papà e da una mamma che navigano intorno al porto”, racconta.

Il nuovo AC75 sembra una lucertola

Il nuovo monoscafo AC75 presenta rivoluzionari foil a T inclinati che sembrano le zampe di una lucertola che corre sull’acqua e ha una grande capacità di autoraddrizzarsi in caso di scuffia. “È anche un po’ camaleontico – sottolinea la Beavis – al molo la barca sembra un monoscafo tradizionale, ma sull’acqua può decollare e andare più veloce del precedente AC50. Sarà abbastanza eccitante per tutti vederla in gara”.

Sebbene la Beavis e Bernasconi siano attualmente gli unici membri a tempo pieno del team di progettazione, altri otto designer dell’ultima campagna di Team New Zealand hanno lavorato part-time per creare questa barca. C’è stata anche la collaborazione dei designer Luna Rossa in Italia.

Una barca veloce, ma molto maneggevole

Il design scelto per il nuovo AC75 rispecchia la filosofia del capo del team NZ, Grant Dalton per creare una tecnologia economica e sostenibile che si possa estendere anche ad altre classi di yacht. Il primo esempio di innovazione è che sono state abbandonate le enormi vele ad ala rigida che hanno dominato le recenti versioni delle barche da America’s Cup, sostituite da un sistema che non deve essere aperto e chiuso ogni giorno. “Questa è stata in grande parte una visione di Dalton – spiega la Beavis – non succederà dall’oggi al domani, ma questa barca potrebbe probabilmente essere ridotta a 30-40 piedi, quindi adattarsi non solo ad atleti di Coppa America”.

Tra le soluzioni più interessanti del nuovo AC 75 di Team New Zealand ci sono i due pozzetti profondi che lasciano emergere solo una piccola parte del corpo dei velisti, per ridurre al massimo la resistenza aerodinamica. Inoltre la forma della parte anteriore della barca lascerebbe pensare che l’equipaggio non si sposti da un lato all’altro, come del resto avveniva già in parte sugli AC 50 (dove si muovevamo solo il timoniere, il tattico e il wing trimmer). Troppo alto lo scalino da salire in velocità, la forma dei pozzetti sembra suggerire una posizione statica del peso. Perché? Minor spostamento di uomini significa minore resistenza aerodinamica in virata o in strambata, dove ogni decimo o millesimo di velocità guadagnato saranno un potenziale vantaggio per una manovra riuscita al meglio.

Forme bombate e spigoli intelligenti

Vista da prua la barca poi mostra superfici rotonde e sagomate all’altezza del ponte che appare addirittura leggermente bombato. Nessun angolo o spigolo a rompere lo scorrere dell’aria sulla superficie alta della barca. Spigolo che invece è presente, appena accennato, nella parte inferiore dello scafo dove è concepito per contrastare l’ingresso in acqua quando la barca scenderà dai foil, per diminuire il più possibile il “noose diving”, ovvero l’effetto sommergibile che provocherebbe un brusco calo della velocità. Si nota un ulteriore spigolo che parte dall’estremità bassa della tuga e prosegue verso poppa diminuendo gradualmente. Si delinea in pratica una carena a più facce, un particolare che potrebbe riguardare l’assetto della barca quando non sarà sui foil, ovvero in alcune fasi del pre partenza. “La cosa che mi ha colpito di più quando sono salita a bordo è stata l’incredibile forza G durante le virate”, racconta Elise.

La vela è ricca di opportunità di lavoro

In attesa delle gare per ora la giovane designer si gode il suo momento, con un pizzico di orgoglio nell’essere donna in questo mondo nautico. “Il settore della vela è ancora molto dominato dagli uomini – spiega Elise – ma questo sta cambiando e il lato del design, ad esempio, diventerà molto più equilibrato mano mano che un numero maggiore di donne laureate in Ingegneria entreranno in questo mondo. Poi lo sport della vela è molto versatile e ricco di opportunità. C’è il percorso olimpico, ma si può fare regate su altri tipi di derive, catamarani o cabinati. Non è nemmeno necessario competere, si può fare crociera. E non si deve essere nemmeno per forza velisti. Si può lavorare nei media, nel marketing, nella logistica, nella costruzione di barche, nella produzione di vele e molto altro”.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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