Lo skipper britannico Alex Thomson si prepara a partecipare alla prossima edizione del Vendée Globe, il giro del mondo in solitario previsto per il 2020. Ma chi è davvero l’uomo che ha rivoluzionato l’immagine della vela con le sue campagne pubblicitarie e il look da James Bond?

Tutti conoscono Alex Thomson. Non è solo uno degli skipper del circuito Imoca 60 più immediatamente riconoscibili, ma anche uno dei pochi velisti che sono riusciti a trascendere lo sport e diventare un nome familiare anche al di fuori del pubblico di appassionati di vela. Ha registrato collegamenti live in mezzo all’oceano con la redazione della BBC, milioni di utenti hanno visto i video delle sue imprese Keelwalk, Mastwalk e Skywalk sui social media, ha frequentato Lewis Hamilton ed è apparso su riviste patinate, come GQ.

Alex Thomson, quello con le barche monocromatiche in total black, gli abiti eleganti, le folli acrobazie. È stato l’enfant prodige della vela, il più giovane skipper di sempre a vincere la Clipper Round the World Race nel 1999 a soli 25 anni. Ha grandi campagne, ricchi budget, un enorme profilo di marketing, la lingua sciolta e crede fermamente nelle sue capacità.

Un eroe, anzi un antieroe sfigato

D’altro canto da quando è diventato uno skipper professionista con le sue barche è stato protagonista di tutte le disavventure possibili: è affondato, si è capovolto, è stato urtato da una barca da pesca, ha avuto un attacco di appendicite 24 ore prima dell’inizio di una regata. Ma ha anche battuto per due volte il record mondiale di velocità di navigazione in 24 ore.

Tutto questo rende Thomson un grande talento, con un grande ego. È un uomo carismatico, sicuro e fieramente competitivo. La sua strategia di marketing è stata geniale. Ha reso Alex Thomson e la sua gamma di Hugo Boss Imoca 60 (sei in tutto) uno dei marchi più riconoscibili, coerenti e di alto profilo nella sponsorizzazione sportiva. Sì certo, questo in parte è il suo personaggio pubblico. Ma la persona dietro il personaggio con la barca in stile James Bond può essere molto lontana dal cliché che lui stesso si è cucito addosso. Fino a un certo punto, gli è andata bene.

Il mare celebra, il mare punisce

Ma il mare gli ha impartito anche alcune delle lezioni più dure sulla vulnerabilità e sul fallimento che uno skipper possa affrontare. E nonostante questo ha continuato una collaborazione commerciale in situazioni che sulla carta sembravano impossibili, come l’accordo stesso di sponsorizzazione di Hugo Boss che è sopravvissuto a tre cambi di CEO e CMO (chief marketing officer) presso il marchio tedesco dei beni di lusso. Di lui si dice che è uno che spinge le sue barche troppo forte e prende troppi rischi.

Quando Thomson arrivò terzo nel Vendée Globe del 2012 era il primo giro del mondo in solitario che avesse mai completato, dopo essersi ritirato da due precedenti edizioni della regata e avere abbandonato la propria barca durante la Velux 5 Oceans. Sostenere una carriera per così tanto tempo (nel 2020 sarà la sua quinta partecipazione al Vendée Globe) dimostra che Thomson è più di un’immagine monodimensionale.

Una lunga carriera, poche vittorie

Parlare di lui e di come si è sviluppata la sua più che ventennale carriera non è semplice, ci sono tante contraddizioni. L’anno scorso è stato nominato Yachtsman of the Year, un premio votato dai giornalisti di vela. Ma per il resto il suo palma res non è poi così ricco. È salito sul podio in due Vendée Globe e in una Barcelona World Race, ha battuto i record sulle 24 ore, fine.

A differenza di molti skipper francesi per i quali regate come la Transat Jacques Vabre e la Route du Rhum sono di enorme importanza, per Thomson, la sua squadra inglese e i suoi sostenitori tedeschi, queste competizioni più brevi non sono poi così interessanti. “Trovo davvero difficili gli sprint – ha sempre detto – non hai davvero il tempo di entrare nel ritmo e quando arrivi a farlo la regata è finita”.

Lo skipper spericolato che rompe le barche

È stato il secondo posto di Thomson nel Vendée Globe del 2017 a dimostrare le qualità e il potenziale di questo skipper e in parte a mettere a tacere i critici. “Non navigo diversamente ora – spiega Thomson – in un certo senso sono stato abbastanza fortunato ad avere questa reputazione: spericolato, forse anticonformista. All’inizio mi è piaciuto. Poi è arrivato un periodo in cui rompevo spesso la barca e tutto è diventato un po’ doloroso. Ma non sono l’unico a cui è capitato. Pensate per esempio a Bernard Stamm, le regate sono un gioco duro per tutti noi skipper oceanici”.

Mike Golding ha corso contro Thomson per oltre un decennio. “Non penso che sia spericolato – commenta Golding – penso che spinga molto forte e che abbia passato molto tempo a cercare di ottenere una barca veloce. Sembra che lo abbia capito adesso. E il risultato chiaro è che è estremamente competitivo. Lavora sicuramente sul limite, in barca come a terra, ma non c’è niente di sbagliato in questo. Anzi questa può essere una formula vincente”.

Campagne vincenti, merito del team

Quello che Thomson ha cambiato è stato il modo in cui gestiva le sue campagne. “È stato davvero difficile superare i primi 5 o 6 anni della mia carriera Imoca con tutti i guai che sono successi – racconta lo skipper inglese – devi imparare come riprenderti. Il momento che mi ha cambiato la vita è stata la consapevolezza che non avremmo più potuto gestire la squadra nel modo in cui facevamo. E d è stato allora che ho iniziato a cercare qualcuno che gestisse il mio business”.

Il CEO del team Stuart Hosford è entrato a far parte della carriera di successo nel 2010. “Ha portato non solo un punto di vista efficace nel business, ma ha contribuito a introdurre sistemi di gestione del team vincenti. Quindi a volte c’è un sacco di burocrazia all’interno del nostro team, ma sentiamo che è così che dobbiamo lavorare curando ogni dettaglio”.

L’attenzione all’eliminazione degli errori è stata ampiamente messa a dura prova subito prima del Vendée Globe del 2008 quando Hugo Boss è stato centrato da un peschereccio mentre era in rotta verso la partenza a Les Sables d’Olonne. Dieci anni dopo, Thompson si anima ancora quando ripensa a quell’incidente. “Non hai molte chance nelle regate oceaniche e buttarne via una così fa male. Era una barca perfetta, pronta a fare quella gara. Sinceramente, quella era la mia migliore occasione per vincere il Vendée Globe. È stata una pillola dura da ingoiare”. ”

Nel giro del mondo temo la solitudine

Dopo il risultato del 2017 la sua partecipazione al Vendée Globe del 2020 era fuori discussione. “Avevo promesso a mia moglie che quello era l’ultimo – spiega – è così oneroso, occupa così tanto tempo. Kay e io eravamo d’accordo. Poi le ho telefonato la sera prima del traguardo nel 2017 dicendogli che in conferenza stampa mi avrebbero sicuramente chiesto se lo avrei rifatto e lei mi disse che se avessi voluto farlo mi avrebbe supportato. Ad oggi mi sento fisicamente e mentalmente in forma per poter vincere. Ma il giorno in cui non mi sentirò così, allora mi fermerò”.

La sua più grande paura è la solitudine, non certo la sicurezza. Suo padre era un pilota di elicottero del team Ricerca e Soccorso. “Non mi sento mai a rischio – dice – le barche sono sicure, lo sono davvero, sono pezzi di equipaggiamento incredibili, completamente inaffondabili adesso”. Durante il suo primo salvataggio in mare aperto, quando Mike Golding lo recuperò da un affondamento di Hugo Boss durante la Velux 5 Oceans nel 2006, Thomson ammise di essere spaventato.

Trasformare le paure in strumento: lo psicologo aiuta

“L’emozione principale per me era la tristezza di perdere la barca – racconta lo skipper – era una buona barca. C’è stato un momento sulla zattera di salvataggio quando mi sono rotto la mano che sono rimasto scioccato e sono diventato piuttosto negativo. Pensavo che sarei morto”. “Ci sono momenti durante la regata in cui ti svegli, il vento è forte e la barca è fuori controllo. So quando sono spaventato perché inizio a sudare copiosamente in ogni parte della mia pelle”.

Thomson lavora con lo psicologo sportivo Ken Way con tecniche mentali per affrontare situazioni sotto pressione. Questi professionisti prendono le tue paure più profonde e le trasformano in uno strumento. “Uno dei miei problemi è che sono un estroverso e sono emotivo, davvero emotivo. Soffro di sbalzi di umore. Può accadere istantaneamente. Quando sono giù smetto di dormire, di mangiare. Il mio umore è regolato solo dalla mia prestazione, non c’è nient’altro. Ma in realtà il mio problema più grande è quando sono euforico perché il rischio è di compiacersi e quando sei solo in mezzo all’oceano questo è un rischio”.

Vado al Vendée Globe per vincere. Punto

“Uno dei sentimenti che provo quando finisco la gara davanti a tutte quelle 50.000 persone che ti applaudono – racconta Thomson – è che non mi sento degno. Questo perché, sebbene so che è straordinario avere passato 80 giorni in solitario in oceano, per me è diventato è diventato normale”.

In questo momento Thomson è nel bel mezzo della pianificazione della sua nuova barca. “Siamo a circa due terzi del budget, ma questo è sufficiente per noi per progettare e costruire e andare avanti. Vogliamo costruire il prossimo Hugo Boss nel Regno Unito che è importante per noi”. Questa volta sta costruendo la barca con una sola ambizione: vincere il Vendée Globe. Ci riuscirà?

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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