A caccia di plastica in mare col rilevatore intelligente

Le microplastiche che riempiono gli oceani avvelenano i pesci ed entrano nella catena alimentare. Date le loro piccole dimensioni sono difficili da trovare e quantificare. Un nuovo sistema di rilevazione hi-tech è stato sviluppato dai ricercatori italiani.

L’inquinamento degli oceani causato dalla plastica è una delle più gravi emergenze ambientali che ci troviamo ad affrontare in questi anni. Quando questi agenti inquinanti scendono fino a dimensioni microscopiche, il problema diventa ancora più allarmante: ridotte a particelle delle dimensioni di circa 5 mm o anche più piccole, le microplastiche possono infatti essere ingerite della fauna marina destinata al consumo, entrando nella catena alimentare e causando effetti negativi sulla salute anche umana.

Solo ora, misurando l’estensione dell’accumulo nei mari e negli oceani e monitorando il movimento di questi contaminanti, gli scienziati di tutto il mondo stanno cominciando a capire il livello di minaccia posta alla vita.

Microplastiche da cosmetici, packaging e rifiuti

Ma da dove provengono le microplastiche? Da svariate fonti: alcune, le microsfere, sono un componente degli esfolianti nei cosmetici, altre sono il risultato della normale usura dei prodotti. Tuttavia, la maggior parte delle microplastiche proviene dalla disintegrazione di pezzi più grandi di rifiuti di plastica come i materiali da imballaggio che invece di essere smaltiti, riciclati e riutilizzati correttamente finiscono sul terreno, nei fiumi, sulle coste e in mare. Si stima che negli oceani nel tempo si siano accumulate 150 milioni di tonnellate di plastica e la ricerca scientifica dimostra che già nel 2010 erano stati aggiunti tra i 4,8 e i 12,7 milioni di tonnellate.

Uno dei problemi del rilevamento delle microplastiche sono proprio le loro dimensioni ridotte e la vasta eterogeneità dei campioni marini, fattori che finora hanno impedito di effettuare uno screening automatico e accurato, mirato a conoscere l’abbondanza delle microplastiche. La soluzione potrebbe venire dall’unione di olografia digitale e intelligenza artificiale che permetterebbero di rilevare automaticamente la presenza di microplastiche in campioni marini, distinguendole dal microplancton.

Il Cnr in prima linea nella caccia alle microplastiche

È il risultato di una ricerca pubblicata su Advanced Intelligent Systems (Wiley) e che ha coinvolto due gruppi dell’Istituto di Scienze applicate e sistemi intelligenti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isasi): il gruppo di Olografia digitale di Pozzuoli, coordinato da Pietro Ferraro, in collaborazione con il gruppo di Intelligenza artificiale di Lecce. Nel renderlo noto con un comunicato il Cnr spiega che questa attività di ricerca è svolta nell’ambito del progetto interdisciplinare Pon “Sistemi di rilevamento dell’inquinamento marino da plastiche e successivo recupero-riciclo (Sirimap)”, che ha fra gli obiettivi lo sviluppo di tecniche automatiche di monitoraggio delle plastiche in ambiente marino. Questo sistema innovativo – spiegano Vittorio Bianco e Pasquale Memmolo del Cnr-Isasi – ci ha consentito di riconoscere decine di migliaia di oggetti appartenenti a diverse classi con accuratezza superiore al 99 per cento”.

“Il nuovo metodo di olografia digitale – aggiunge Pierluigi Carcagnì, ricercatore Isasi-Cnr – fornisce un riconoscimento oggettivo di un numero statisticamente rilevante di campioni, fino a centinaia di migliaia di oggetti l’ora, con microscopi realizzabili in configurazioni portatili per analisi in situ della qualità delle acque”.

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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