Che senso ha prendersi cura del salpancora, del Vhf, del chart plotter o del Gps che abbiamo a bordo se gli stessi apparecchi vengono appositamente progettati dalle aziende per rompersi dopo un certo tempo? Si chiama “obsolescenza programmata”, una pratica produttiva scellerata che riguarda tutti i settori merceologici alla quale è ora di dire basta.

Le barche sono mezzi complessi, ricchi di manovre, cavi e attrezzature necessari alla navigazione, ma anche dispositivi elettronici, come chart plotter, centraline, schermi video, radio Vhf e elettrodomestici indispensabili alla vita a bordo. Per non parlare del motore diesel, impianti idraulici, circuiti elettrici, e via dicendo. L’insieme di questi elementi impone ai diportisti di prendersi cura degli stessi sia per prevenire eventuali avarie, sia per allungarne la durata.

Un compito sempre più difficile però, visto che da anni produttori e aziende mettono in atto una politica scellerata di costruzione di questi apparecchi votata all’obsolescenza programmata. Il termine aulico non deve ingannare. Dal latino obsolescens che significa “invecchiamento, perdita di funzionalità”, l’obsolescenza programmata consiste nel progettare oggetti con tempi di vita predeterminati. Non importa quanto siano buoni i materiali con cui sono costruiti, il loro design o l’ergonomia, così come quanto il possessore di quegli oggetti ne curi la manutenzione, le aziende scientificamente producono oggetti con una data precisa di scadenza. Ecco perché la nostra radio Vhf di bordo, acquistata di recente dopo un certo numero di anni smette di funzionare, l’ecoscandaglio va in tilt, il Gps va in pensione. I diportisti più vecchi possono ricordare di quando gli entrobordo marini di 50 anni fa erano praticamente indistruttibili, e così le prese a mare, gli osteriggi, le pompe di sentina.

Una pratica contro i consumatori che risale agli Anni 20

La pratica di produrre apparecchi e accessori con la data di scadenza incorporata ha un inizio preciso. L’atto di nascita dell’obsolescenza programmata risale infatti al 23 dicembre 1924 a Ginevra, dove si incontrarono i dirigenti delle principali imprese mondiali di lampadine. Constatato che le vendite languivano a causa di lampadine capaci di durare fino a 2.500 ore, questi galantuomini decisero di accordarsi su modelli di luci che non durassero oltre le 1.000 ore. Un patto di ferro che impegnava ogni impresa a test preventivi per testarne la cattiva qualità prima del lancio di ogni nuovo prodotto.

Da allora l’obsolescenza programmata si è estesa praticamente a tutti gli altri settori merceologici, ciascuno con le proprie strategie di usura e di scoraggiamento alla riparazione: metalli ad arrugginimento precoce, cerniere di facile inceppamento, batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati, e così via. Ora però è tempo di dire basta. Lo scorso 28 dicembre la Procura di Nanterre ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, multinazionali di apparecchiature informatiche sospettate di obsolescenza programmata. Non è un caso che questa rivoluzione nasca in territorio francese, visto che in Francia l’obsolescenza programmata è proibita già dal 2015, con pene che possono arrivare fino a 2 anni di reclusione.

Una pratica ingiusta, incivile e non sostenibile

Il 9 giugno 2017 anche il Parlamento Europeo si è espresso contro l’obsolescenza programmata e ha invitato la Commissione Europea ad adottare tutte le misure che servono per incoraggiare le imprese ad uniformarsi a criteri di robustezza, riparabilità e durata. Una scelta motivata non solo dalla volontà di evitare ai consumatori inutili spese, ma soprattutto di evitare al pianeta inutili saccheggi e contaminazioni. Vari studi hanno dimostrato che allungando la vita degli oggetti si possono ottenere sensibili riduzioni di rifiuti solidi e di anidride carbonica.

Insomma a produrre attrezzature e apparati di lunga durata ci guadagnano i consumatori che possono così tenersi i propri oggetti per molto tempo riducendo le spese e dedicandosi alla sacrosanta manutenzione ma ci guadagna anche la sostenibilità delle aziende stesse e soprattutto la salute del pianeta.

 

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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