Nato come barca da pesca e da lavoro per il trasporto delle merci, il Gozzo è stato introdotto nel Mediterraneo dagli Arabi fino a diventare una delle icone del naviglio popolare lungo le coste italiane, ancora oggi molto diffuso e ricercato tra i diportisti. Il suo segreto sta nelle linee che uniscono buone doti marine, stabilità e semplicità d’uso.

Il Mediterraneo è stato la culla della civiltà e con essa dell’arte della navigazione che ha permesso ai popoli delle sue coste di esplorare il territorio, trasportare merci, comunicare. Le acque di questo mare nel corso dei secoli hanno visto centinaia di imbarcazioni di tutte le fogge utilizzate da eserciti, pirati, pescatori. Una tradizione marinaresca che dagli inizi del Novecento in poi si è progressivamente rinnovata nel diporto, ossia l’andar per mare non per combattere, colonizzare, instaurare traffici commerciali e pescare, ma semplicemente per il gusto di navigare.

Ebbene se c’è forse una barca che incarna la più classica trazione marinaresca resistendo fino ai nostri giorni tecnologici e che può essere definita come la madre di tutte le barche mediterranee, questa è il Gozzo.

Gozzo in navigazione

Una prua versatile adatta a ogni condizione

Il Gozzo è una barca in legno di origini levantine che, come la vela latina, è stata introdotta nel Mediterraneo dagli Arabi e assorbita dai marinai delle Repubbliche Marinare italiane che frequentavano i porti del Mediterraneo orientale. Alcuni storici fanno risalire la sua comparsa sulle spiagge liguri tra il XVII e il XVIII secolo, quando il diminuito pericolo delle incursioni barbaresche incoraggiò le popolazioni locali a dedicarsi alla pesca costiera con imbarcazioni sempre più leggere e manovriere. Ogni marineria ha successivamente dato una sua personalizzazione allo scafo, in modo tale che la barca potesse rispondere al meglio alla proprie esigenze nelle tecniche di pesca e di lavoro. Principale elemento di diversificazione dei Gozzi era la forma della prua: dritta per i luoghi rocciosi e porti (Gozzo Ligure), inclinata verso poppa per le spiagge sabbiose (Carnigiotto) e infine inclinata in avanti per le spiagge a brusco pendio ed esposte alla risacca (Catalano).

Ponte gozzo

 

A vela o a remi, comunque marino

Altre caratteristiche tecniche del Gozzo sono lo scafo non pontato, la poppa a cuneo, un alto bordo libero e un notevole cavallino. Costruito prevalentemente per la propulsione a remi, il Gozzo armava spesso anche una vela latina oppure alla portoghese (un tipo di vela aurica), entrambe inferite a un’antenna issata diagonalmente, a cui si aggiungeva un’asta di fiocco, sporgente orizzontalmente da prua, che spiegava un grande fiocco, detto “polaccone”. Spesso sui Gozzi venivano applicate decorazioni frutto del retaggio di antiche credenze animistiche o scaramantiche, come, ad esempio, gli occhi dipinti sulla prua.

Gozzi in regata

 

Veri oggetti d’arte costruiti a occhio dai maestri d’ascia

Una particolarità importante del Gozzo è che veniva costruito a occhio dal maestro d’ascia che ne conosceva a mente tutti i segreti costruttivi. Senza l’ausilio di disegni né formule matematiche, il gozzo veniva costruito ad occhio grazie esclusivamente all’esperienza e la pratica di questi fantastici artigiani. Una volta tracciato il garbo (il modello di legno dell’ossatura a grandezza naturale) della mezza sezione maestra, il resto dello scafo veniva realizzato secondo regole non scritte, ma applicate tenendo conto dell’ambiente in cui la barca avrebbe operato e del tipo di utilizzo previsto. Non è un caso che i maestri d’ascia trasmettessero gelosamente i garbi di padre in figlio. La scelta dei materiali costruttivi era molto accurata e teneva conto del tipo di utilizzazione di ogni pezzo. In Italia i gozzi più noti sono quelli liguri e napoletani e tra questi ultimi i pozzolani, i sorrentini e i procidani.

Come ogni barca, anche il gozzo è nato dalla ricerca del giusto compromesso tra velocità e stabilità, con l’obiettivo cioè di avere uno scafo veloce per fuggire le ritornare al più presto col pescato ma soprattutto stabile e dalle buone doti marine. Da qui le forme tozze, ma armoniosamente raccordate che consentono un’eccellente manovrabilità. Nonostante la contenuta lunghezza al galleggiamento, il gozzo era capace di percorrere anche lunghe rotte alla ricerca di acque pescose e di mercati più convenienti.

 Restauro gozzo

 

Dal legno alla vetroresina: evoluzione di una barca di successo

E proprio grazie a questo insieme perfetto di design e prestazioni, sebbene ai suoi albori il Gozzo abbia avuto un impiego esclusivamente come barca da lavoro, successivamente è stato utilizzato anche dai diportisti. Durante gli Anni 30 venne dotato dei primi motori fuoribordo e, successivamente, di quelli entrobordo. Il progresso degli Anni 60 spinse i cantieri ad altre innovazioni, agevolate dalla presenza sul mercato di motori più piccoli nella forma e nel peso che consentirono velocità maggiori anche ai Gozzi. Gli stessi cantieri hanno in seguito abbandonato l’originale costruzione in legno per produrre dei modelli anche in vetroresina in chiave diportistica.

Nonostante queste declinazioni moderne frutto delle esigenze del mercato il Gozzo ancora oggi è una barca che riscontra un successo notevole, semplice, marina, dal costo contenuto, facile da alare e rimessare. E poi conserva un fascino romantico tutto speciale.

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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