Tra onde monumentali, avarie improvvise e la pura essenza del andar per mare: il diario di un’impresa straordinaria a bordo del mitico “Baluchon”, dall’inospitale Nord America fino all’incanto della Polinesia.
Il mare profondo non richiede enormi super yacht né budget milionari per essere conquistato; a volte, richiede soltanto una viscerale passione per l’essenziale e un guscio di noce sapientemente progettato. È la filosofia di vita di Yann Quenet, il navigatore bretone che continua a riscrivere le regole della vela oceanica moderna. Il 30 giugno 2026, dopo un’estenuante Odissea solitaria di 52 giorni attraverso le insidiose distese del Pacifico Settentrionale, Quenet ha fatto la sua comparsa nell’orizzonte incontaminato di Hiva Oa, nello splendido arcipelago delle Marchesi.
Alle sue spalle, ben 3.700 miglia nautiche macinate partendo dai fiordi frastagliati della Columbia Britannica, in Canada, mantenendo una media sorprendente di circa 71 miglia al giorno. Un ritmo prodigioso se si considera la sua cavalcatura: “Baluchon”, un micro-prototipo di appena 4 metri di lunghezza fuori tutto, ideato, disegnato e costruito con le sue stesse mani nella pura tradizione del compensato marino. Questo scalo polinesiano non è che una perla di un rosario ben più ampio: il suo secondo giro del mondo a vela, salpato dalla natia Bretagna nel giugno del 2024.

Sei settimane tra onde, fame e rotta a zigzag
Attraversare il Pacifico a bordo di una barca così minuscola significa vivere in simbiosi con l’elemento liquido. Il viaggio dall’America del Nord alla Polinesia non è stato una linea retta, bensì una danza continua con i venti e le correnti. “Abbiamo fatto un’infinità di piccoli zigzag”, ha confessato lo skipper bretone al suo arrivo, rievocando sei settimane di navigazione pura e spartana.
La traversata ha messo a dura prova la tenuta psicofisica di Quenet e la resistenza strutturale della barca. Per giorni e giorni, “Baluchon” si è trovato a scavalcare colossi d’acqua con creste più alte del suo stesso albero, rovesciando frustate d’oceano sul ponticello. Come se il mare in tempesta non bastasse, Quenet ha dovuto fare i conti con un’avaria da incubo per qualsiasi solitario: la perdita del timone, che lo ha costretto a inventare soluzioni di fortuna in mezzo al nulla, e un drastico calamento delle scorte alimentari, entrate in zona rossa ben prima di avvistare la terraferma.

“La barca sta affondando!”: il brivido dell’avvio
Se la navigazione nel Pacifico ha riservato tempeste e privazioni, il momento più drammatico si è consumato paradossalmente subito dopo la partenza. Appena due giorni dopo aver lasciato la costa canadese, mentre si adegua ai ritmi del largo, Yann si accorge di qualcosa che farebbe gelare il sangue a chiunque: una pozza d’acqua di ben cinque centimetri fluttuava silenziosa sotto il suo materasso.
“Praticamente la barca stava affondando!”, ha raccontato lo skipper con l’ironia disincantata e quel pizzico di sana follia che distingue i veri lupi di mare. La causa? Una semplice guarnizione difettosa sul bullone della chiglia. La pressione tremenda esercitata dalla pinna durante le bolle d’aria di bolina aveva innescato un trafilamento costante. Con sangue freddo, Quenet ha individuato la falla, bloccato la via d’acqua e ripristinato l’impermeabilità della carena, trasformando un potenziale disastro marittimo nell’ennesimo aneddoto da raccontare davanti a un boccale di rum.

I segreti ingegneristici di “Baluchon”
Ma come fa una barchetta da 4 metri a resistere alla furia degli oceani? “Baluchon” (un nome evocativo che in francese indica il “fagotto” dei viandanti) è un concentrato di intelligenza navale e minimalismo. Progettato con principi di totale autoregolazione e autoraddrizzamento, lo scafo è dotato di una doppia deriva basculante, equipaggiata con due bulbi di piombo da 60 chilogrammi ciascuno che garantiscono un momento raddrizzante straordinario in caso di scuffia. Il timone è facilmente amovibile per consentire lo alaggio rapido e il trasporto su un semplice carrello stradale.
Non si tratta di una scommessa azzardata, ma di un mezzo ampiamente collaudato. Tra il 2019 e il 2022, Yann e “Baluchon” avevano già firmato un’impresa entusiasmante: il primo giro del mondo della storia completato su un’imbarcazione in compensato di appena quattro metri. In quell’occasione macinarono 31.000 miglia nautiche, affrontando persino una tappa no-stop record di 77 giorni in solitaria assoluta.

Dalle acque del San Lorenzo al grande blu
La campagna di navigazione attualmente in corso testimonia la poliedricità di questo girovago dei mari. Dopo aver lasciato la Bretagna nell’estate del 2024, Quenet ha tagliato l’Atlantico fino alle acque calde dei Caraibi, per poi fare prua a Nord verso il Canada, risalendo l’imponente corso del fiume San Lorenzo fino al Québec.
Da lì, dimostrando la flessibilità unica che solo un micro-boat possiede, la costa pacifica è stata raggiunta via terra: barca sul rimorchio e viaggio continentale fino alla Columbia Britannica, pronti per tuffarsi nella nuova sfida oceanica. Ora che “Baluchon” riposa al sicuro nelle baie incantate di Hiva Oa, il viaggio è ben lontano dal dirsi concluso. L’oceano chiama ancora e Yann Quenet è pronto a rispondere con la sola forza delle sue vele e della sua incrollabile voglia di libertà.
Photo credits immagine apertura: Yacht.de.

Complimenti.. Però sarei curioso di sapere come ha riparato la guanizione sul bullone della chiglia con la pressione dell’ acqua.. è riuscito a riavvitarlo senza affondare???.. anche se barca piccola pressione minore però siamo sempre a belle profondità, no? grazie