“Wipeout”, incubo dei surfisti: ecco come gestirlo al meglio

Prima o poi ogni surfista ci passa: essere travolti da un’onda e rimanere sott’acqua per decine di secondi al buio, senza orientamento e soprattutto senza sapere quando si tornerà a galla, è un’esperienza micidiale. Un esperto spiega come gestire tale situazione.

Mark Healey è una delle voci più rispettate tra i surfisti specializzati in onde giganti e un grande esperto di sicurezza in mare. Ha cavalcato a bordo della sua tavola le “montagne d’acqua” più alte del pianeta, guidato e preparato moto d’acqua per il recupero dei surfisti in eventi storici e contribuito al salvataggio di tanti atleti e appassionati in difficoltà.

Non solo. Il “waterman” della North Shore di Oahu, isole Hawaii, è sopravvissuto ai “wipeout” più duri che un atleta possa affrontare e ha imparato cosa funziona meglio quando l’ossigeno è una questione di vita o di morte. Healey ha di recente condiviso alcune delle sue tecniche preferite di autosoccorso e salvataggio concentrandosi in particolare su quando ci si fa travolgere da onde estreme.

Photo credits SurfLine

Consigli preziosi da un esperto “waterman”

Ecco allora un condensato dei consigli di Mark Healey che potreste usare per risparmiare ossigeno quando ne avete davvero bisogno. Dopotutto, avrete bisogno di molto di più che semplici tecniche. Serve il giusto approccio e una particolare mentalità per affrontare quei momenti difficili. L’idea di controllare un “wipeout” è interessante e in realtà piuttosto intelligente. Ecco cosa dovreste tenere a mente ogni volta che vi ritrovate schiacciati sott’acqua. E sono concetti utili non solo ai surfisti, ma anche ai velisti e a tutti gli appassionati di watersports.

Tensione muscolare e controllo del corpo

Durante un “wipeout” importante bisogna mettere nei muscoli solo la tensione necessaria. Non serve irrigidirsi completamente, ma nemmeno lasciare andare del tutto i muscoli del corpo. È una questione di equilibrio. La vera chiave è il rilassamento controllato.

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Lasciare che l’onda faccia il suo corso

Quando si viene travolti da un’onda, non bisogna cercare subito la superficie dell’acqua, ma aspettare che l’onda sia passata. Quando s’inizia a sentire una sorta di spinta naturale verso l’alto, è quello il momento di muoversi facendo un paio di bracciate. Fino ad allora, bisogna solo affidarsi allo slancio di energia che si è creato senza contrastarlo.

Valutare la profondità con la consapevolezza del corpo

Un altro istinto che bisogna reprimere è quello di guardarsi intorno sott’acqua. Anche quello richiede un certo sforzo inutile. Bisogna al contrario valutare la profondità in base alla pressione sulle orecchie e sul petto. Chi fa immersioni in apnea in genere sviluppa un buon senso dell’orientamento sott’acqua. Ma tutti ci si possono allenare.

Wipeout
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Tecnica di respirazione prima di un “wipeout”

Contrariamente a quanto si crede, non bisogna fare un respiro profondo prima di entrare nell’onda. È un errore comune. Gli apneisti lo fanno perché una volta a 9-10 metri di profondità, l’aria si comprime. Ma nel surf, di solito non si va mai così in profondità perché l’aria si comprima. Riempire a tappo i polmoni significa che il torace è teso al massimo e quando si subisce un forte impatto si tocca il fondo con violenza. Inoltre, trattenere così tanta aria richiede molto sforzo. Il diaframma lavora a pieno ritmo ed è la parte del corpo che invia segnali di panico quando si affatica. Basta fare un bel respiro e rimanere calmi e lucidi.

Il ruolo del galleggiamento

È qui che entra in gioco il galleggiamento: avere qualcosa addosso, come una muta o un giubbotto di salvataggio gonfiabile, aiuta a galleggiare una volta passata l’onda. Dà anche tranquillità. Sapere che prima o poi ci si rialza aiuta a mantenere la calma, soprattutto quando si è bloccati tra due o più onde.

Wipeout: la questione mentale

Questa è la parte più difficile del cadere in mezzo a onde grandi: la psicologia e l’approccio mentale. Durante un “wipeout” si è trascinati sott’acqua, è buio, disorientante, claustrofobico, e l’onda successiva potrebbe arrivare velocemente. Ci si chiede se sia meglio bruciare energie cercando di raggiungere la superficie, magari giusto in tempo per essere colpiti di nuovo oppure restare giù, risparmiando le forze e prolungare l’agonia. La risposta arriva con la pratica, l’allenamento e la consapevolezza delle proprie capacità.

Perché sembra sempre un’eternità?

La maggior parte delle persone riesce fisicamente a trattenere il respiro abbastanza a lungo. Ma è la psicologia del non sapere quando si tornerà a respirare che è difficile da superare. Ecco perché tecniche come il waterboarding sono efficaci negli interrogatori: non è il momento, ma l’incertezza e la perdita di controllo. Quando senti che stai per riprendere fiato, una parte di te inizia a lasciare andare quello stato d’animo intenso e concentrato e poi arriva un’altra onda. Quella transizione, mentalmente, può essere brutale.

Photo credits immagine apertura : The Inertia.

David Ingiosi

Giornalista professionista, appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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