Storia di un veterano diventato leggenda della vela: il primo triplo amputato a compiere la traversata in solitaria tra Messico e Giappone, trasformando ogni ostacolo in una lezione di vita.
Il mare non fa sconti a nessuno, ma per Craig Wood l’oceano non è un nemico: è un gigantesco laboratorio di “problem solving”. Recentemente insignito del prestigioso “Seamaster Award al Boot” di Düsseldorf, Wood ha riscritto la storia della navigazione moderna.
Ex fuciliere dell’esercito britannico, è diventato il primo marinaio con tripla amputazione a completare una traversata oceanica in solitaria, percorrendo 7.500 miglia nautiche tra le coste del Messico e quelle del Giappone a bordo del suo catamarano in alluminio di 41 piedi, appositamente modificato.

L’ingegno come bussola: riparare per sopravvivere
Per Wood la vela è molto più di uno sport; è una metodologia applicata per risolvere problemi. Mentre molti marinai temono le avarie, Craig ammette con un sorriso quasi provocatorio di sentirsi “al settimo cielo” quando qualcosa si rompe. È in quel momento che il suo cervello si attiva. Durante i 90 giorni di navigazione, ha dovuto affrontare una sfida imprevista: la rottura del suo braccio protesico.
Senza l’ausilio dell’arto artificiale, ha dovuto reinventare gesti basilari come cazzare una cima, imparando a usare le gambe o il tronco per mantenere la tensione. La sua filosofia è cristallina: non esiste un modo “giusto” in assoluto per fare le cose, esiste solo quello che funziona per te. “La maggior parte dei problemi in mare non sono questioni di vita o di morte, ma di ingegno,” spiega Wood, che ha passato giorni a riparare motori, dissalatori e vele squarciate con la calma di chi ha già visto il peggio.

Un senso del pericolo ricalibrato in Afghanistan
Per capire la straordinaria resilienza di Wood, bisogna scavare nel suo passato. A soli 18 anni, durante la sua prima missione in Afghanistan, Craig è stato investito dall’esplosione di un IED (ordigno improvvisato). Il bilancio fu devastante: perdita di entrambe le gambe, della mano sinistra, volto deturpato dalle schegge e due polmoni collassati. Ha perso quasi 13 litri di sangue, un volume che tecnicamente non lascia scampo.
Dopo quattro anni di riabilitazione estenuante, Wood ha imparato a camminare e a vivere di nuovo. Ecco perché, quando il Gps della barca si rompe o il boma si stacca, non si scompone. “Il mondo della vela tende a essere drammatico, trasformando tutto in una lotta per la sopravvivenza – riflette – io preferisco un approccio tattico: testa fredda, un pizzico di curiosità e molta ironia. In fondo, non sono affondato e non sono morto di nuovo. Direi che sta andando alla grande”.

Maestri invisibili e il valore della mentorship
Wood non ha affrontato il Pacifico da solo; nella sua mente c’erano i suoi “mentori letterari”. Leggendo le gesta di leggende come Bernard Moitessier, Sir Robin Knox-Johnston e Vito Dumas, ha imparato che anche i più grandi commettono errori. Ammira la capacità di questi pionieri di pensare fuori dagli schemi, come quando Knox-Johnston usò le pagine della Bibbia per calcolare lo spessore necessario a regolare le candele del motore.
Oggi, Craig vuole essere quel mentore che lui stesso ha cercato nei libri. Critica il “gatekeeping” di certi ambienti velici dove tutto sembra ovvio e i principianti vengono snobbati. Ha già messo in pratica questa visione aiutando un altro veterano amputato a ottenere il titolo di Yachtmaster, dimostrando che la solidarietà tra marinai è la risorsa più preziosa.
Consigli pratici per navigatori disabili
Il suo approccio all’accessibilità è pragmatico. Ai velisti con disabilità consiglia di conoscere la barca a memoria, al buio e sotto la pioggia, anche senza protesi. “Noi non sentiamo i piedi – spiega – se una cima s’impiglia in una gamba artificiale, te ne accorgi solo quando sei già a terra. Bisogna prevenire”. Sulla sua barca, Wood usa colori diversi per le cime invece dei nomi tecnici, semplificando le manovre per chiunque salga a bordo, indipendentemente dall’esperienza o dalla lingua parlata.
L’impresa di Wood non è stata solo una sfida personale, ma un atto di gratitudine verso le associazioni Turn to Starboard e Blesma, che lo hanno sostenuto nel suo percorso di rinascita. Grazie alla sua traversata, ha raccolto oltre 50.000 sterline per aiutare altri veterani feriti in servizio.
Mentre si riabita alla vita sulla terraferma, Craig Wood guarda al futuro con un obiettivo chiaro: portare sempre più persone con disabilità in mare. La sua traversata del Pacifico non è solo un record scritto negli annali, ma la prova vivente che i limiti fisici sono solo variabili in un’equazione che l’ingegno umano può sempre risolvere.
Photo credits immagine apertura: GD Media.
