Vela al freddo: il fascino sinistro dello Stretto di Drake

Passaggio epico nella storia della navigazione e dell’esplorazione polare, lo Stretto di Drake ancora oggi emana un fascino incredibile tra i velisti. Merito delle sue condizioni spesso tumultuose, per non dire infernali, e quanto mai avventurose.

Non c’è velista che ami i viaggi e l’avventura che non abbia sentito parlare dello Stretto di Drake. Un luogo mitico e dal fascino sinistro, non solo perché si trova in una delle zone più remote e impervie del nostro pianeta, ma soprattutto perché nella storia della navigazione è stato protagonista delle prime temerarie esplorazioni geografiche e ancora oggi è un passaggio molto temuto dai navigatori che partecipano a regate intorno al mondo, come per esempio il Vendée Gobe.

Ancora oggi chi attraversa a vela lo Stretto di Drake è come se portasse una medaglia simbolica di coraggio e spirito di avventura. Questo perché le condizioni meteorologiche e le onde che possono presentarsi in questo tratto di oceano sono sempre imprevedibili, indipendentemente dal periodo dell’anno e spesso sono veramente insidiose per qualunque tipo di imbarcazione.

A livello geografico lo Stretto di Drake, chiamato anche “Canale di Drake” è il tratto di mare che separa Capo Horn, ossia l’estremità più meridionale dell’America Latina, dalle isole Shetland Meridionali, in Antartide. Di fatto è l’unica opzione per raggiungere via mare il “continente bianco”, ma anche per coloro che vogliono passare dall’Atlantico al Pacifico senza attraversare il Canale di Panama. In genere si parte da dal porto di Ushuaia, la città più a Sud del mondo, e la traversata dura tra le 36 e le 48 ore.

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Stretto di Drake

Sir Drake lo scoprì, ma senza attraversarlo

È stato chiamato così in onore dell’esploratore britannico Francis Drake, la cui ultima nave, dopo aver passato lo Stretto di Magellano, nel settembre 1578 fu spinta ancora più a Sud, a dimostrazione dell’esistenza di un collegamento tra l’Atlantico e il Pacifico. In realtà un secolo prima una flotta di navi spagnole che nel 1525 guidate da Francisco de Hoces avevano ipotizzato l’esistenza di questo passaggio e lo battezzarono “Mar de Hoces”.

Il primo a navigare nel Canale di Drake fu però qualche decennio dopo l’esploratore olandese Willem Schouten che nel 1616 a bordo della nave “Eendracht” diede anche il nome a Capo Horn. Da quel momento in poi, nonostante le difficoltà di navigazione, lo Stretto di Drake si rivelò una parte importante delle future rotte commerciali internazionali nel XIX e all’inizio del XX secolo, prima dell’apertura del Canale di Panama nel 1914.

Perché è un passaggio così pericoloso?

I locali per descrivere le condizioni dello Stretto di Drake usano due espressioni: il “Drake lake” o il “Drake shake”, ossia come un lago oppure più frequentemente agitato, quando le onde si alzano, fino a picchi di 10-15 metri. Le condizioni meteomarine spesso tumultuose dello Stretto di Drake hanno a che fare con la sua posizione geografica, ma anche con la conformazione dei suoi fondali. Il canale congiunge infatti il Mar di Scotia, cioè la parte sud-occidentale dell’Atlantico, con la parte sud-orientale del Pacifico.

Di fatto quindi è il punto di congiunzione tra i due oceani. Poi è situato a una latitudine completamente priva di terre emerse. Ciò permette alla “Corrente Circumpolare Antartica” di percorrere l’intero globo senza interruzioni, rendendolo uno dei tratti di mare più burrascosi del pianeta.

Stretto di Drake

Freddo, correnti oceaniche e fondali profondi

Largo circa 300 miglia, le sue acque sono inoltre molto profonde. L’altezza dei fondali media è di 3.400 metri, ma verso i confini meridionali e settentrionali del passaggio la profondità raggiunge addirittura i 4.800 metri. Tutta la zona intorno al canale infine vede la transizione di condizioni più fresche, umide e subpolari tipiche della Terra del Fuoco e quelle più gelide dell’Antartide. Una situazione caldo-freddo che a volte scatena anche importanti cicloni.

Per tutte queste ragioni la traversata dello Stretto di Drake è considerato ancora oggi una sorta di rito di passaggio nel mondo della navigazione e sicuramente è il desiderio di molti intrepidi velisti. Non a caso sono in molti ogni anno che organizzano il passaggio con le società di charter locali. Per sentirsi un po’ come i vecchi esploratori polari…

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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