Ultime ore di speranza per il sottomarino disperso in Atlantico

Restano ormai solo poche manciate di ossigeno all’equipaggio del sottomarino disperso in Atlantico l’immersione verso il relitto del Titanic. Le ricerche continuano ma non c’è traccia del mezzo subacqueo.

Diminuiscono sempre di più le ore di ossigeno a disposizione dei 5 passeggeri del sottomarino turistico sceso nei fondali dell’Atlantico per ammirare da vicino il relitto del Titanic e drammaticamente scomparso lo scorso 18 giugno. Rumori sottomarini erano stati captati il 20 giugno e ma anche il giorno successivo da un aereo canadese Lockheed P-3 Orion con equipaggiamento per la sorveglianza subacquea. Si tratterebbe di suoni martellanti a intervalli di 30 minuti, quindi potrebbero può essere prodotti da una fonte umana.

Tra gli occupanti del sottomarino Titan c’è un ex sub francese, Paul-Henri Nargeolet, che dovrebbe conosce il protocollo per allertare i team: fare rumore per 3 minuti ogni mezz’ora. Il contrammiraglio John Mauger della Guardia Costiera statunitense, che dirige le ricerche, ha riferito che secondo gli esperti e gli equipaggiamenti il rumore captato è generato potenzialmente dagli occupanti dello scafo, ma che non ci sono conferme sulla sua natura. La rilevazione dei suoni in ogni caso ha portato a spostare nella zona i Rov, i veicoli sottomarini pilotati da remoto, per poi inabissarli alla ricerca del Titan usando sonar e videocamere.

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Il vero problema è l’anidride carbonica

“Dobbiamo restare ottimisti”, è stato l’invito del capitano Jamie Frederick, coordinatore dei soccorsi. Ma sono ancora numerose le incertezze e le sfide di questo salvataggio estremo. Soprattutto la corsa contro il tempo. Ai passeggeri restano infatti poche ore di ossigeno, anche se ci sono alcune variabili, tra cui il tasso di consumo per occupante, ma anche la quantità di anidride carbonica immessa nell’aria del piccolo mezzo acquatico.

Finora sono stati setacciati 25.900 kmq di oceano, un’area grande quanto il Massachusetts. E c’è anche la nave francese Atlante, dotata di un robot sottomarino, il Victor 6000. Se si riuscisse a localizzare il Titan negli abissi, recuperarlo sarebbe comunque un’enorme sfida logistica. E lo sarebbe ancor di più se si fosse incagliato tra i resti del Titanic. In ogni caso sarebbero necessari equipaggiamenti speciali, per la pressione enorme e la totale oscurità ad una profondità di 3800 metri.

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Un sottomarino non certificato

I cinque passeggeri sono il milionario britannico Hamish Harding (58 anni), il businessman pakistano Shahzada Dawood (48) col figlio Suleman (19), l’esploratore e pilota di sommergibili francese Paul-Henri Nargeolet (77) e Stockton Rush (61), il patron di OceanGate, l’azienda proprietaria del Titan. Aumentano intanto le rivelazioni sulle preoccupazioni emerse in passato a proposito della tenuta dello scafo in carbonio e titanio. Le aveva sollevate, prima di essere licenziato nel 2018, David Lochridge, ex direttore delle operazioni marittime di OceanGate. Anche i leader del settore, nello stesso periodo, avevano ammonito il ceo di OceanGate sui rischi di problemi “catastrofici” per il suo “approccio sperimentale”.

La stessa compagnia scelse di non classificare il suo Titan tramite un gruppo indipendente del settore invocando i lunghi tempi di approvazione per una progettazione innovativa e il fatto che l’iter avrebbe garantito l’affidabilità degli standard costruttivi ma non contro eventuali errori nelle operazioni, che rappresentano la causa della maggioranza degli incidenti nautici e aerei.

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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