Tristan de Cunha, l’isola che piaceva ad Edgar Allan Poe

Nel mezzo dell’Atlantico meridionale si trova l’arcipelago di Tristan da Cunha, un pugno di isole spazzato dai Quaranta Ruggenti e abitato da una piccola comunità di persone lontane dal mondo. Natura selvaggia, isolamento e storie di pirati nel corso dei secoli ne hanno alimentato un fascino sinistro evocato da grandi scrittori.

Per quei navigatori che si trovano a compiere la traversata a vela dal Brasile al Sudafrica c’è la possibilità di fare tappa in una delle isole più remote e affascinanti del pianeta. Il suo nome è Tristan de Cunha, un’isola vulcanica che si trova a una latitudine di 37° Sud e una longitudine di circa 12° Ovest. Con un diametro medio di appena 10 chilometri Tristan è un vero e proprio puntino nell’oceano Atlantico. Un tratto di terra isolato, lontano da tutto, anzi il più lontano: si trova infatti a 1.800 miglia dal Brasile, 1.500 dal Sudafrica e a 1.350 miglia a Sud di Sant’Elena e proprio per questo si fregia del titolo di “remotest island in the world”, ossia la più lontana isola del mondo.

Su queste rocce spazzate dalle tempeste è approdata la fantasia di scrittori come Jules Verne ed Edgard Allan Poe che si inspirò a un certo capitano Patten che abitò sull’isola per il suo celebre racconto “Le avventure di Arthur Gordon Pym”. Ma anche quella del pirata americano Jonathan Lambert che sbarcatovi nel 1810 si proclamò suo proprietario e imperatore degli oceani, con tanto di editto che riuscì a pubblicare sulla Boston Gazzette dopo averlo affidato a una nave di passaggio.

Un’isola dove sbarcare è difficilissimo

Un’isola piena di fascino e mistero dunque, ma anche molto piccola. Durante la traversata atlantica occorre leggere attentamente la carta nautica o seguire il Gps per incrociarla sulla propria rotta e anche quando la si scorge all’orizzonte, sbarcare su quest’isola richiede una certa perizia marinaresca. Su Tristan l’Africa Pilot dell’Ammiragliato britannico è infatti piuttosto scoraggiante. Ecco come recita: “Porticciolo accessibile solo da piccole imbarcazioni quando non c’è troppa onda lunga dal largo. Coste inaccessibili. Intorno a tutta l’isola cresce un’alga di notevoli dimensioni chiamata “kelp” che può dare fastidio all’elica, ma soprattutto tende a occludere le prese a mare. Totale mancanza di baie. Ancoraggio problematico”.

Insomma si rischia di arrivare in questo angolo sperduto di mondo e vedersi costretti a rimanere al largo in attesa di condizioni migliori oppure addirittura andarsene, come è successo per esempio ad Antoine, il celebre cantautore e navigatore che dopo avere aspettato invano per oltre una settimana attorno all’isola ha deciso di proseguire la navigazione.

Natura selvaggia e una comunità fuori dal mondo

Per sbarcare a Tristan de Cunha occorre ancorare a Nord Ovest, nell’Edinburgh Anchorage, di fronte all’unica parte pianeggiante dell’isola dove si trova il villaggio in cui vive la comunità locale composta da 300 abitanti. Per chi riesce nell’impresa tuttavia si è ripagati da uno scenario di natura e di persone unico al mondo. Dal vulcano di oltre 2.000 metri scendono ovunque colate laviche e diverse cascatelle d’acqua. Attorno al villaggio si stendono campi di patate e vigne. In alcuni punti le coste sono affollate di pinguini e grandi albatros.

La stessa comunità di Tristan è un microcosmo lontano dal resto del mondo di cui peraltro nutre poco interesse: gli abitanti di qui hanno proprie norme, istituzioni e un ritmo di vita scandito dalle stagioni; fino a poco tempo fa non avevano nemmeno il denaro, non esiste criminalità, non ci sono cellulari e i generi alimentari devono essere importati dal Sudafrica. Insomma un luogo certamente difficile dove vivere, ma anche un esempio di integrazione umana e sociale che è raro da trovare altrove. La principale fonte di reddito per la popolazione viene dalla vendita di francobolli con il timbro dell’isola, rari e richiestissimi dai collezionisti, e dalla vendita delle aragoste, considerate le più buone del mondo.

Un territorio inglese d’oltremare

A Tristan da Cunha arriva una nave ogni cinque, sei settimane. Prevalentemente un peschereccio, l’MV Edinburgh, che a volte resta in rada per giorni prima che i Quaranta Ruggenti (i forti venti che sibilano oltre il quarantesimo parallelo) permettano le manovre di scarico di merci e passeggeri. Questa nave rappresenta l’unico filo che lega l’isola all’“outside world”, come lo chiamano qui, un concetto che comprende tutto quello che esiste oltre il muro d’acqua che spesso avvolge Tristan durante l’inverno.

In realtà con il nome Tristan da Cunha si intende non solo l’isola principale ma tutto l’arcipelago, che comprende altre quattro isole: l’isola Inaccessibile, l’isola di Nightingale (con i due isolotti Middle e Stoltenhof) e l’isola Gough. Tristan è rimasta deserta fino al 1506, quando fu scoperta dal navigatore portoghese Tristan da Cunha da cui ha preso il nome. Questo pezzo di terra passò poi alla Gran Bretagna, di cui è ancora territorio di oltre mare. Non è mai stata abitata fino al 1819, quando il comandante inglese William Glass decise di trasferirsi sull’isola con la sua famiglia e alcuni seguaci. Da allora fino ad oggi sono presenti a Tristan da Cunha gli stessi 8 cognomi dei primi residenti: Glass, Swain, Green, Rogers, Hagan, Patterson e gli italiani Lavarello e Repetto originari di Camogli, rimasti sull’isola dopo il naufragio del loro vascello.

La caccia alle balene, la crisi e l’abbandono forzato

Alla fine dell’Ottocento Tristan visse un periodo di enorme crisi. Dopo decenni in cui le baleniere utilizzavano l’isola come scalo nel mezzo dell’atlantico, gli spermaceti cominciarono a scarseggiare e la rotta fu disertata per lunghi periodi. In un’occasione Tristan rimase per quattro anni interi completamente isolata. In un inverno morirono di fame trecento mucche. Gli isolani si davano i turni per avvistare navi all’orizzonte e quando finalmente ne videro una lanciarono all’inseguimento diverse barche (le “long boats”, simili ai gozzi liguri) nonostante il mare in tempesta. Quelle navi, con a bordo gran parte degli uomini dell’isola, non tornarono mai più. Rimasero donne, anziani e bambini e il Regno Unito offrì loro condizioni molto vantaggiose per trasferirsi in Inghilterra. Il reverendo, figura di assoluto riferimento ai tempi, insistette perché acconsentissero. Ma il rifiuto fu categorico.

Alla storia di questo pezzo di terra sperduto nell’Atlantico, ex covo di pirati e teatro di naufragi, è dedicato il bel libro di Annamaria “Lilla” Mariotti “Tristan da Cunha – Storia e vicissitudini della più remota comunità umana” (278 pagine, Malgenes editore) che la ripercorre alimentando una tra le più suggestive avventure di mare.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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