Perché si perde la barca? Le cause più comuni di incidente

Considerando il grande numero di barche in navigazione negli oceani di tutto il mondo sono molto pochi i cabinati che fanno naufragio al largo. Molto più frequente è la perdita della barca sotto costa. Ma quali sono le cause più frequenti di incidente?

Il recente incidente accaduto lo scorso maggio al famoso My Song, lo splendido Baltic 130 di Pier Luigi Loro Piana caduto in mare a causa del maltempo mentre veniva trasportato via cargo dai Caraibi alle Baleari dimostra che si può perdere una barca anche quando la stessa sembra essere al sicuro nella “pancia” di una grande nave da trasporto. Il più delle volte tuttavia un naufragio con relativa perdita totale dello scafo arriva durante la navigazione. Sembra assurdo ma è ancora così. Le barche moderne nonostante la tecnologia, la progettazione all’avanguardia, il sistema satellitare Gps e i mille dispositivi elettronici che si trovano a bordo continuano a naufragare nei mari di tutto il mondo. Basta un colpo di vento che le sbatte contro gli scogli, un ancoraggio in una rada non protetta, addirittura un container alla deriva o una balena addormentata che si trova sulla propria rotta.

In realtà considerando il grande numero di barche in navigazione negli oceani del mondo sono molto pochi i cabinati che fanno naufragio al largo. In media le barche che si vengono a trovare in emergenza in mare aperto sono pochissime. La verità è che la maggior parte degli incidenti avvengono nei pressi della costa. Il vero problema è la gente inesperta che parte con barche non idonee e si caccia nei guai navigando in acque costiere. Al largo sono molte di più le barche da regata che vanno a finire nei guai di quelle da crociera: probabilmente perché i croceristi che navigano al largo sono generalmente ben preparati e sanno come comportarsi.

Ma quali sono le cause più frequenti di perdita della barca durante la navigazione? Secondo le statistiche mondiali sono quattro le situazioni più a rischio: l’incaglio, la collisione, la rottura del timone e il meteo perturbato. Le analizziamo nel dettaglio.

L’incaglio: pericolo falle

Nonostante il grande progresso nella precisione della navigazione la causa più frequente di perdita totale della barca rimane l’incaglio: un fattore determinante nel 50 per cento dei casi di incidente. Del resto scogli, secche e bassi fondali sono uno dei pericoli maggiori in mare. Un’attenta pianificazione della navigazione, ma anche lo studio delle carte nautiche e dei portolani, oltre all’utilizzo di Gps e chart plotter possono ridurre i rischi di incidenti, soprattutto di notte. Non sempre i diportisti agiscono con la dovuta attenzione e buon senso. Si tratta di un incidente in genere causato da un’avaria al timone, al motore o ancora a un errore di conduzione della navigazione. Il pericolo maggiore dell’incaglio è la possibilità di aprire falle nello scafo. Come procedere nel caso in cui la nostra imbarcazione s’incagli? La prima operazione da fare è verificare, subito dopo l’urto, le condizioni dell’equipaggio e in caso sia acceso spegnere il motore. Quindi bisogna ammainare le vele. Fondamentale subito dopo è ispezionare l’interno dello scafo, in particolare la sentina all’altezza del bulbo, per verificare se si sono aperte eventuali falle e in caso cercare di porvi rimedio utilizzando gli appositi tappi turafalle, stucchi a presa rapida, stracci, asciugamani e stuoie per arrestare il flusso d’acqua. Buona norma è inoltre chiudere tutte le prese a mare.

Dopodiché, se si è sicuri di avere la situazione sotto controllo e le condizioni meteo sono favorevoli, è necessario ragionare sulle manovre da effettuare per tirarsi fuori dei guai, nel caso valutando anche la possibilità di sfruttare la variazione di marea e di alleggerire lo scafo vuotando per esempio i serbatoi dell’acqua o sbarcando alcuni membri dell’equipaggio sul tender di servizio.

Liberare la barca: l’arte del tonneggio

Per sbandare una barca la manovra più utilizzata dai diportisti è il tonneggio creando cioè uno “sbandamento” dello scafo. Questa manovra tuttavia deve essere valutata con cura poiché in caso di errore si potrebbero causare più danni di quelli generati con l’urto. Inoltre è molto facile sbandare una barca inferiore ai 10-12 metri di lunghezza, mentre l’operazione è più complessa su un grande yacht. Si può usare una drizza in testa albero, facendola passare nel tesa bugna del boma e poi con il tender o un’altra imbarcazione tirate la barca da un lato. Durante questa operazione è fondamentale coordinarsi con l’equipaggio del mezzo di soccorso dato che ogni manovra errata po’ causare più danni di quelli causati dall’incaglio. Al minimo movimento della barca, si aprono le vele o a motore ci sia allontana il più possibile dai bassi fondali. In alternativa si può tonneggiare la barca legando una cima all’ancora calando quest’ultima a circa 30 metri dalla barca con l’aiuto del tender con due vantaggi: si alleggerisce la barca e si ottiene un punto favorevole su cui fare forza per liberare la chiglia. Tutto questo se le condizioni meteorologiche sono favorevoli. Se invece c’è cattivo tempo è buona regola indossare i salvagenti e mettere in mare il tender di servizio o la zattera assicurandoli allo scafo e prepararsi ad abbandonare l’imbarcazione.

La collisione: navi, container e cetacei

Altra causa della perdita della barca è la collisione con le navi, container alla deriva e balene. Spesso alcune misteriose scomparse di yacht negli oceani sono state probabilmente causate da un evento di questo tipo. Come fare ad evitare possibili collisioni? Chi conduce una barca, di qualsiasi tipo e lunghezza, deve ricordare che ci sono delle norme valide in tutto il mondo e indispensabili per navigare in sicurezza rispettando gli altri. Tali norme sono contenute nel “Regolamento Internazionale per Prevenire gli Abbordi in Mare”. Secondo tale insieme di norme, rispetto alle precedenze in mare la barca a vela, per la sua stessa natura di scafo la cui propulsione è condizionata dall’intensità e dalla direzione dei venti, è “privilegiata” nei confronti delle imbarcazioni a motore. In generale dunque una barca a vela ha diritto di precedenza su qualsiasi unità a motore, anche se in caso di dubbio o di difficoltà, deve in ogni caso prevalere il buon senso da parte di chi sta al timone.

Questo diritto viene meno invece in caso di pescherecci intenti nella pesca, barche a motore che non governano o a manovrabilità limitata, o condizionata dal proprio pescaggio. Nel caso di un traghetto o una nave commerciale va considerato che queste navi mastodontiche hanno tempi e spazi di manovra a dir poco impressionanti. Solo per rendere l’idea un traghetto che viaggia a 16 nodi, la normale velocità di crociera per queste navi, per fermarsi occorrono 236 metri e un minuto e 12 secondi. Manovre che vanno quindi pianificate con un largo anticipo e pianificazione. In caso di incrocio andrebbe effettuato il rilevamento bussola con il bersaglio per verificare il rischio di abbordaggio. Se questo non varia la collisione sarà inevitabile e occorre manovrare di conseguenza. Altra buona norma è tenere il Vhf acceso per dichiarare le proprie intenzioni e quelle dell’altra unità in modo da coordinare le azioni successive. Di notte accendere sempre le luci di navigazione. Infine è sempre imperativo informarsi sulle ordinanze delle Autorità Marittime locali che regolano la navigazione all’interno e in prossimità dei porti, porti canali e canali, dove esiste il traffico di traghetti.

Oggetti alla deriva e balene addormentate

Anche incrociare sulla propria rotta un container perso da una nave è un vero e proprio incubo per i diportisti. I container sono realizzati in acciaio, sono lunghi dai 6 ai 12 metri, hanno un volume di 80 metri cubi e un peso che si aggira sulle 3-4 tonnellate. Ogni container è soggetto a un limite di peso per cui non è mai riempito completamente e rimane sempre un po’ di spazio al suo interno in cui si forma una sacca d’aria. Questa fa sì che i container, una volta caduti in mare, non affondino subito. Ma perché nessuno recupera i container caduti in mare? Fatto salvo l’obbligo del comandante di denunciare all’autorità marittima la perdita del container in mare, l’eventualità di recuperarli è molto improbabile sia perché il carico è assicurato, sia per i costi ingenti delle operazioni di recupero.

Infine ci sono le collisioni con i cetacei. Attacchi deliberati da parte di balene e orche sono molto rari mentre le collisioni spesso con una balena addormentata sono abbastanza frequenti. La collisione con un animale che pesa da 40 a 70 tonnellate può causare gravi danni materiali alla barca. La riduzione di questi incidenti dipende dalla vostra vigilanza. Durante la navigazione, prevedete un servizio di guardia sostenuto, che vi permetta di avvistare da lontano i soffi e il dorso degli animali. Quando avvistate un grande cetaceo, se possibile, rallentate l’andatura sotto ai 13 nodi. Se dovete fare manovra per allontanarvi dalla sua rotta, continuate a prestare la massima attenzione, perché altre balene potrebbero emergere nelle vicinanze.

Il danno strutturale: la rottura del timone

Parecchie perdite registrate di barche intorno al mondo sono il risultato di un danno strutturale spesso causato dalla rottura del timone. In qualche occasione questa si può determinare a causa di una collisione e le pale dei timoni sospesi sembrano essere particolarmente vulnerabili rispetto a quelli protetti dalla chiglia o dallo skeg. Altre volte la perdita del timone è attribuibile a un errata progettazione o a una costruzione non sufficientemente robusta. Se siamo nell’impossibilità di governare e malauguratamente a bordo non c’è il timone di rispetto, anche avendo l’entrobordo che funziona, occorre sapere come reagire e adoperarsi per condurre la barca in porto. Ricordiamo che la barra di emergenza è prevista per legge dalle imbarcazioni. Soprattutto per chi fa lunghe navigazioni e trasferimenti è comunque bene imbarcare un timone di rispetto. L’utilizzo di questo accessorio non è difficile, ma c’è qualche regola da seguire per non avere problemi. Sarebbe bene per esempio che il timone di rispetto venga saltuariamente provato per sincerarsi di essere in grado di poterlo installare celermente e senza problemi e per acquisire un minimo di familiarità con la manovra visto che in genere per evitare l’interferenza con la colonnina della ruota la barra di emergenza è alquanto scomodo da maneggiare.

Nel caso non si imbarchi un timone di rispetto è possibile realizzarne uno di fortuna con il tangone e qualche pagliolo. Il risultato di questo assemblaggio sarà un remo che andremo a posizionare alla estrema poppa in posizione centrale con cui potremo governare anche se in maniera approssimativa lo scafo. Tale remo sarà vincolato a una o due solide strutture a poppa, tipo bocche di rancio o bitte d’ormeggio, disposte sul coronamento con un’altra solida legatura che permette di manovrarlo. Occorre inoltre fasciare con protezioni di gomma o stracci la parte dell’asta che poggia sul coronamento che altrimenti si danneggerebbe.

Il meteo: interpretazioni sbagliate e superficiali

L’ultima causa della perdita di una barca è il maltempo, strettamente connessa alla corretta interpretazione di bollettini e previsioni meteo. Chi è al timone di una barca deve conoscere non solo il meteo presente ma anche quello previsto informandosi e raccogliendo dati dai bollettini, dalle carte del tempo e dagli avvisi ai naviganti, al fine di accumulare preziose informazioni sulle quali basare il proprio programma di navigazione: i tempi, la rotta, gli approdi, gli eventuali ridossi.

Non sempre tuttavia i diportisti approfondiscono lo studio della documentazione meteorologica, i suoi codici e i suoi contenuti: le isobare, i punti di alta e bassa pressione, le perturbazioni e la circolazione del vento. L’esperienza anche in questo caso affina la tecnica ma per chi affronta navigazioni impegnative è bene ricorrere a corsi specifici ormai accessibili ovunque.

Insomma oggi la crociera è sicuramente più sicura che ai tempi della navigazione astronomica e rispetto al numero di barche impegnate in navigazioni, passaggi oceanici e giri del mondo la statistica degli incidenti gravi con la perdita totale della barca è molto bassa. Vale la pena tuttavia tenere alta la guardia.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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