Per due anni sperduti nell’isola più remota del pianeta

Nel libro “L’isola Inaccessibile”, appena dato alle stampe da Ciost Edizioni e presentato al Salone del Libro di Torino si racconta l’incredibile storia dei fratelli Stoltenhoff che a fine 800 trascorsero 2 anni su Inaccessible Island.

Nella letteratura di mare da sempre le storie più potenti e coinvolgenti sono quelle che riguardano i naufragi e la sopravvivenza sulle isole deserte, luoghi di bellezza e pace, ma anche di dolore, solitudine e lotta estrema contro la natura primordiale. Alcune di queste avventure sono stranote e divenute immortali grazie a veri e propri capolavori letterari. Basti citare il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe, ma anche “L’Isola misteriosa” di Jules Verne del 1874.

Altre sono invece meno conosciute, ma altrettanto suggestive e cariche di fascinazione. È il caso per esempio del libro “Shelter from the Spray” pubblicato in lingua inglese da Eric Rosenthal nel 1952 che racconta l’incredibile avventura di due fratelli tedeschi, che nel 1871 decisero di trasferirsi su Inaccessible Island, un’isola disabitata dell’Atlantico per cacciare le foche e arricchirsi vendendo il loro grasso e le pelli. Il volume, mai tradotto in Italia, di recente è stato riscoperto dal giornalista Francesco Moscatelli ed è stato pubblicato in versione italiana dalla casa editrice Ciost Edizioni con il titolo “L’isola inaccessibile”.

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Un’isola remota, sconosciuta e impervia

Il luogo in cui si svolge la vicenda è una piccola isola dell’arcipelago di Tristan da Cunha, il più remoto al mondo che dista 1.400 miglia dal Sud Africa e 1.200 miglia dall’Argentina. Dal punto di vista amministrativo fa parte del Territorio britannico d’oltremare insieme all’isola di Sant’Elena e Ascension. Questo avamposto solitario circondato dall’oceano è composto da quattro isole: Tristan da Cunha è la principale e l’unica abitata, Nightindale e Gough e infine Inaccessible Island, un isolotto che si trova a circa 20 miglia a Est da Tristan. Ed è proprio quest’ultimo a fare da sfondo all’avventura dei fratelli Frederick e Gustav Stoltenhoff.

Inaccessible Island non è altro che un vulcano estinto. Un “francobollo” di terra con una superficie di appena 14 chilometri quadrati e un’altitudine massima di 449 metri. Dal 1997 è protetta come riserva naturale e dal 2004 fa parte del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. L’isola fu avvistata per la prima volta nel 1656 dalla nave olandese “t’Nachtglas”, ma ad attribuirle il nome fu l’equipaggio della nave francese “Etoile du Matin” che nel 1778 dopo numerosi tentativi riuscì finalmente a sbarcare a terra. “Inaccessibile” appuntarono sul diario di bordo i marinai che una volta sbarcati sulla spiaggia non riuscirono a esplorarne l’interno a causa del territorio assolutamente impervio.

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Fratelli Stoltenhoff, due militari a caccia di avventure

Prima dei fratelli Stoltenhoff, gli unici a trascorrere un breve periodo sull’isola erano stati i naufraghi della “Blenden Hall”, una nave diretta a Bombay che il 22 luglio 1821 colpì uno scoglio e affondò. I membri dell’equipaggio sopravvissero 16 settimane su Inaccessible Island mangiando uccelli e carne di foca, prima di essere recuperati da un vascello inglese. Naufraghi a parte, solo gli abitanti di Tristan visitavano occasionalmente l’isola, in occasione di piccole spedizioni di caccia e pesca.

E ora veniamo ai fratelli Stoltenhoff. Chi aveva all’epoca tanto coraggio da trasferirsi sull’isola più remota de mondo? Frederick Stoltenhoff, il maggiore, era nato a Mosca nell’aprile del 1847. La madre era originaria dello Yorkshire inglese, il padre un tedesco della Sassonia. Si erano trasferiti in Russia per fondare un’azienda di tessitura e tintura della lana. Gustav, il minore, era nato invece ad Acquisgrana nel 1852, dopo il ritorno della famiglia in Germania.

A 14 anni Frederick cominciò a lavorare come contabile in una ditta che commerciava stoffe. Gustav invece, che da sempre aveva desiderato viaggiare e scoprire il mondo, si trasferì ad Amburgo per frequentare la scuola navale. Po nel 1869, una volta passato l’esame di fine corso, s’imbarcò sulla nave “Guglielmina” diretta in Sudamerica.

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La scoperta di Inaccessible Island

I progetti dei due fratelli vennero sconvolti dalla guerra franco-prussiana. Frederick fu chiamato al fronte e divenne tenente colonnello. Gustav, non ancora diciottenne, s’imbarcò sulla “Beacon Light” diretta a Rangoon. Proprio il naufragio di questa nave che trasportava carbone lo costringerà a trascorrere alcune settimane sull’isola di Tristan da Cunha, dove scoprirà dell’esistenza di Inaccessible Island.

Finito il conflitto franco-prussiano, i fratelli Stoltenhoff si ritrovano senza lavoro e senza soldi ad Acquisgrana. Ed è così che gli viene la folle idea. Gustav, che ha sentito i racconti degli abitanti di Tristan da Cunha sulle foche di Inaccessible, propone al fratello di stabilirsi sull’isola per cacciarle e arricchirsi vendendo le loro pelli e il grasso, due merci molto richieste all’epoca.

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La forza di volontà e la bellezza del fallimento

Dopo un viaggio durato mesi, nel 1871 raggiungono Tristan e poi Inaccessible. Con sé hanno una goletta, un cagnolino, provviste di cibo e vari materiali per costruirsi una casa sull’isola. Il loro progetto imprenditoriale tuttavia fallirà presto, per via delle difficoltà legate al clima e alla conformazione dell’isola. Ma gli Stoltenhoff rimarranno comunque soli sull’isola deserta per quasi 2 anni, per fare ritorno a Città del Capo nel 1873 a bordo della “HMS Challenger”. L’unica che traccia che hanno lasciato nell’arcipelago è un isolotto che porta il loro nome, posto qualche miglio nautico a Sud di Inaccessible.

“Il testo di Rosenthal – spiega Francesco Moscatelli – non ha la potenza di un romanzo e non ha nemmeno l’ambizione di esserlo. La sua forza è un’altra: racconta una storia vera, quella di due fratelli che hanno sfidato loro stessi e la natura. C’è un aspetto che tuttavia mi ha colpito da subito di questa vicenda. È il progressivo scivolare degli Stoltenhoff da un obiettivo concreto, ossia cacciare foche e arricchirsi, a uno molto più intangibile come il mettersi alla prova per il solo gusto di farlo. Sarebbero potuti rientrare dopo pochi mesi, ma continuarono a rimandare. Questa testardaggine li rende interessanti e secondo me modernissimi: è raro trovare qualcuno capace di gustarsi la “bellezza del fallimento”.

 

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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