Nonostante i tanti racconti di marinai e diportisti sull’incontro con onde gigantesche e alcuni casi di cronaca che hanno riguardato navi da crociera, cargo e barche da diporto, l’esistenza delle onde anomale è stata solo di recente confermata dalla scienza oceanografica. Ancora misteriose sono le origini e la formazione di questi fenomeni marini che per quanto rari terrorizzano chi va per mare.

“Un’onda alta come un palazzo”, oppure un “muro d’acqua”, o ancora una “montagna”, sono queste le espressioni riferite alle grandi onde che alcuni navigatori hanno riferito di avere incontrato in mare durante le loro navigazioni. E non si parla soltanto di latitudini estreme, come i “Quaranta Ruggenti” e i “50 Urlanti”. Alcune onde gigantesche hanno sorpreso i diportisti negli angoli più disparati del pianeta, in Pacifico, in Atlantico, ma anche nel Mediterraneo. Sono racconti però, da prendere con le dovute cautele, visto che non sia ha la certezza di dove finisce la fantasia e inizia la realtà. Certo è che chi ha davvero incrociato un’onda enorme, vale a dire un’onda anomala sulla propria rotta, non può più raccontarlo.

Ma le onde anomale esistono davvero? Secondo la scienza oceanografica le onde anomale sono un fenomeno marino di cui non si conoscono ancora né le cause né l’origine. Quand’è che un’onda può essere considerata anomala? Gli scienziati affermano che è anomala se supera di 2,2 volte l’altezza significativa del treno d’onde a cui appartiene. Nel corso degli anni sono state osservate onde anomale alte da 25 a 30 metri e che sembrano formarsi in modo imprevedibile. La differenza principale tra tali onde anomale e un maremoto sta nel fatto che le onde anomale si producono anche in pieno oceano, mentre i maremoti si amplificano solo avvicinandosi verso le coste.

Una lunga scia di incidenti e navi travolte

Le onde anomale possono essere estremamente pericolose poiché sono in grado di affondare navi anche di grande stazza. È stato calcolato che negli ultimi vent’anni siano scomparse in mare più di 200 grosse navi e alcuni pensano che nella maggior parte dei casi la causa vada ricercata nelle onde anomale e non nel maltempo (causa indicata nella maggior parte dei rapporti). Il gran numero di navi scomparse è dovuto anche al fatto che sono tutte progettate per resistere senza problemi a onde alte fino a un massimo di 15 metri, ma non oltre.

Una delle prime testimonianze visive dell’esistenza delle onde anomale è quella della super petroliera Esso Languedoc nel 1980. La nave era impegnata in una difficile navigazione a Est di Durban, città sudafricana affacciata sull’Oceano Indiano. Il mare, frustato da raffiche di 60 nodi, era decisamente agitato. Il primo Ufficiale Philippe Lijour, di guardia in plancia di comando, osservava gli imponenti marosi, alti tra i 5 e i 10 metri, infrangersi contro lo scafo della nave. D’improvviso un muro d’acqua, alto come un palazzo di otto piani, si materializzò a poppa dell’unità. Pochi secondi e quell’onda, subdola e silenziosa come un killer, raggiunse la Languedoc abbattendosi sul ponte e causando danni in coperta. Nel frattempo, Lijour imbracciò la macchina fotografica e scattò quella che per anni è stata considerata l’unica immagine di un’onda anomala.

Quella montagna d’acqua contro la Caledonian Star

Anni dopo, nel febbraio del 1995, la nave da crociera Queen Elizabeth II venne investita da un uragano nel Nord Atlantico durante il quale venne avvistata da parte dell’equipaggio un’onda anomala la cui altezza fu stimata in 29 metri. Un altro incidente spaventoso che ha permesso di dare consistenza oggettiva a certi racconti marinari sulle onde anomale è stato quello accaduto nel 2001 alla Caledonian Star, una nave passeggeri che rientrava da una crociera tra le acque antartiche. Nel pomeriggio la nave venne investita da un’onda alta 32 metri che procedeva con un angolo di 30 gradi rispetto alla sua rotta ed era preceduta da una profonda depressione. La Caledonian Star sprofondò nel cavo del’onda, quasi appoggiata sulla fiancata, e subito dopo il muro d’acqua si infranse sulla nave spazzando via radar, bussole, ecoscandagli, sonar e la maggior parte delle apparecchiature per le comunicazioni. A bordo i marinai dell’equipaggio dovettero letteralmente nuotare per riprendere il controllo della nave. ma la fortuna volle che i motori e il timone della nave non subirono danni e così, grazie alla bravura dell’equipaggio, la Caledonian Star riuscì a guadagnare il porto senza ulteriori problemi.

Non è detto tuttavia che le onde anomale colpiscano solo oceani lontani e notoriamente tempestosi. Il 3 marzo 2010, al largo delle coste spagnole del Golfo del Leone, la nave da crociera Louis Majesty di 207 metri venne investita da un’onda anomala alta 8 metri che spazzò la vetrata della sala riunioni di prua piena di gente. Il bilancio della tragedia è stato di 17 feriti e due morti. In quel caso c’è da dire era in corso una tempesta con raffiche di vento di oltre 50 nodi.

Il progetto MaxeWave per studiare il fenomeno

Per poter studiare il fenomeno delle onde anomale recentemente è stato creato il progetto MaxWave, un consorzio formato da 11 organizzazioni presenti in 6 paesi dell’Unione europea. Grazie all’utilizzo dei satelliti Ers-1 ed Ers-2, che hanno una risoluzione di 10 metri e sfruttano potenti radar in grado di prelevare immagini della superficie marina in ogni condizione atmosferica, si è potuto finalmente fotografare il fenomeno dallo spazio. Sono state inizialmente analizzate ed elaborate oltre 30.000 immagini risalenti al 2001, periodo in cui sono avvenuti due avvistamenti precisi. Malgrado il periodo preso in esame fosse di durata così breve, sono state individuate una decina di onde anomale alte più di 25 metri, fino a un massimo di 30 metri e lunghe parecchi chilometri. Questi rilevamenti hanno permesso l’avvio di vari progetti volti a studiare il fenomeno e a poterlo prevedere.

Il fenomeno delle onde anomale è ancora oggetto di ricerca da parte della comunità scientifica ed è troppo presto per poter stabilire quali siano le cause principali o come cambino da luogo a luogo. Le zone maggiormente a rischio sembrano essere quelle dove una forte corrente marina si muove in senso contrario alla direzione principale del moto delle onde: per esempio la zona vicino a Capo Agulhas nell’estremità meridionale dell’Africa. Tra gli altri meccanismi di formazione delle onde anomale ci sono le condizioni di mare incrociato, ovvero l’incontro casuale tra due treni di onde diversi, per esempio onde swell provenienti da una zona di tempesta che interagiscono con il campo d’onde locali generate dal vento. Secondo alcune ricerche è possibile anche che si generi naturalmente un’onda anomala da un contesto casuale di onde più piccole. In questo caso, è ipotizzato, un insolito e instabile tipo di onda si può formare assorbendo energia dalle altre onde, sviluppando spontaneamente un “mostro” quasi verticale prima di diventare instabile e collassare in breve tempo.

Il povero Parsifal travolto nel Golfo del Leone

Incidenti causati da onde anomale non hanno interessato solo navi da crociera e mercantili, ma anche le barche da diporto, altrettanto esposte a simili marosi. Il problema è che difficilmente possono superare indenni simili eventi straordinari. Il più noto è quello accaduto al Parsifal nella notte tra il 2 e il 3 novembre del 1995. La barca, un cutter in legno di Carlo Sciarelli costruito da Carlini, stava navigando nel Golfo del Leone proveniente da Sanremo, con 9 persone a bordo tra le quali l’armatore Rao Torres. Partecipava con altre 29 imbarcazioni alla Transat Des Alizees, una regata di trasferimento che doveva portare la flotta di barche partecipanti sulla sponda opposta dell’Atlantico. Alle 21, mentre navigava nelle prime posizioni il Parsifal venne travolto da un’onda anomala di quasi 10 metri. L’onda incrociata si abbattè sulla coperta, portandosi via la zattera di salvataggio, spezzando l’albero in tre parti, scardinando la colonnina del timone e scaraventando fuori bordo Carlo Lazzari che in quel momento si trova proprio al timone. Incredibilmente Lazzari venne recuperato, ma l’onda creò una falla tale che il Parsifal affondò in circa quattro minuti.

I nove membri dell’equipaggio (Giordano Rao Torres, Daniele Tosato, Luciano Pedulli, Mattia De Carolis, Carlo Lazzari, Francesco Zanaboni, Ezio Belotti, Andrea Dal Piaz e Giorgio Luzzi), dopo avere lanciato il may-day si tuffarono in acqua rimanendo aggrappati a delle taniche e un parabordo in attesa dei soccorsi. In sei persero la vita.

Onde anomale e barche da diporto: quale strategia?

Sembra paradossale ma in realtà le onde anomale arrecano più danni alle grandi navi che a causa della loro stazza non riescono a manovrare così facilmente rispetto alle barche da diporto. I bravi comandanti di cargo e petroliere quando si trovano nei mari tempestosi allagano, con acqua di mare, le casse di bilanciamento, cosi da ottenere un baricentro molto basso, inoltre mettono i motori al minimo e tentano di tenere sempre la prua al vento e nel senso delle onde così da offrire alla massa d’acqua la parte più solida della nave. Il problema delle navi da crociera sono anche le loro forme poco sicure con assurde elevazioni e fronti piatti verso il mare.

Una barca da diporto è certo più piccola, ma con le forme giuste potrebbe salvarsi da un’onda anomala. Basta guardare come sono costruite le barche a vela che partecipano al Vendée Globe o alla Volvo Ocean Race. Il vero problema è prevedere un’onda simile e vederla arrivare. In quel caso l’unica strategia da adottare è stare ben saldi alla barca e cercare di non farsi trascinare via. La differenza comunque la fa il tipo di barca su cui ci si trova, se è attrezzata e pensata per affrontare situazioni critiche ci sono più probabilità di salvarsi.

Prendere l’onda di poppa o di prua

Molto dipende anche da come viene presa l’onda. Ovviamente se l’onda colpisce la barca sul fianco questa si ribalterà, mentre se viene affrontata di prua o di poppa sarà più facile evitare gli effetti nefasti. Alcuni navigatori sostengono che, oltre ovviamente ad essere senza o quasi vele issate, sia meglio affrontare l’onda di prua, per evitare che questa faccia prendere troppa velocità. Il rischio però è farla ingavonare con violenza. In questi casi l’unico rimedio è filare da poppa delle spere o delle grosse cime con dei galleggianti, parabordi, secchi, che rallentino la velocità della barca e la stabilizzino di direzione dell’onda evitando che la surfata possa intraversare la barca o peggio farla talmente accelerare da capovolgerla in senso di chiglia. Se una barca ha la deriva mobile sarà più facile ottenere questa manovra alzando la chiglia in modo da far scivolare l’onda sotto lo scafo, proprio come un guscio di noci. Altri navigatori ritengono sia meglio prendere l’onda fuori misura sempre e comunque al giardinetto. E magari accompagnare la manovra da una preghiera…

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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