Odissea nel Mediterraneo: 11 giorni alla deriva su un Arpège disalberato

Disalberato e isolato dal mondo, un navigatore solitario di 69 anni sopravvive a quasi due settimane andando alla deriva nel “Mare Nostrum” prima del miracoloso salvataggio.

L’imprevisto, in mare, non bussa mai alla porta: irrompe. Lo sa bene un velista spagnolo di 69 anni che, a bordo del suo fidato Arpège, ha trasformato quella che doveva essere una tranquilla navigazione costiera in una drammatica lotta per la sopravvivenza.

Per undici lunghissimi giorni, l’uomo è rimasto in balia delle correnti del Mediterraneo, percorrendo involontariamente oltre 280 miglia nautiche senza più un albero né timone, mentre il mondo, dopo ricerche infruttuose, iniziava lentamente a perdere le speranze.

Arpège
Photo credits: salvamento Maritimo.

Il sogno spezzato tra Gandia e Guardamar

Tutto ha avuto inizio nel porto di Gandia, vicino a Valencia (Spagna). La rotta era semplice, quasi banale per un marinaio esperto: cento miglia lungo il litorale spagnolo verso Guardamar del Segura. Non c’era alcuna intenzione di sfidare l’alto mare e l’idea dello skipper era quella di restare “a vista” della terraferma.

Tuttavia, l’imponderabile si è materializzato sotto forma di un cedimento strutturale. L’albero dell’Arpège si è spezzato di netto sotto le crocette, collassando e trascinando con sé le vele. In un istante, la barca è passata da fiero scafo a vela a un guscio inerte, incapace di comunicare la propria posizione e priva di propulsione.

Arpège

Quando il silenzio diventa allarme

Il mancato arrivo a destinazione ha fatto scattare il protocollo di emergenza il 17 gennaio 2026. Le autorità spagnole hanno mobilitato mezzi aerei e navali, setacciando lo specchio d’acqua dove il navigatore sarebbe dovuto transitare. Ma il mare sa nascondere bene i suoi segreti.

Dopo cinque giorni di perlustrazioni senza esito, il 22 gennaio le ricerche ufficiali sono state sospese, lasciando spazio solo a un avviso radio permanente per i mercantili in transito. Per quasi una settimana, l’uomo è rimasto letteralmente invisibile, un puntino bianco nell’immensità blu.

L’avvistamento provvidenziale al largo dell’Algeria

Il miracolo si è compiuto il 28 gennaio. Un velivolo dell’agenzia europea Frontex, durante un pattugliamento di routine a circa 53 miglia a Nord-Est di Béjaïa, in Algeria, ha notato qualcosa di anomalo. Era l’Arpège, ormai lontano centinaia di miglia dal suo punto di partenza. Le immagini diffuse da Salvamento Marítimo raccontano una scena desolante: il boma e i resti dell’albero piegati, le vele che si trascinano in acqua come un’ancora galleggiante. Nonostante le privazioni e l’angoscia, il sessantanovenne è riuscito a sbracciarsi, lanciando segnali di soccorso visibili dall’alto.

Il salvataggio e la lezione del mare

A rispondere alla chiamata è stato il “Thor Confidence”, un mastodontico cargo battente bandiera di Singapore. La nave ha deviato la propria rotta per soccorrere il naufrago, recuperandolo in condizioni di salute sorprendentemente buone, nonostante lo stress psicofisico e l’isolamento. Ora il navigatore viaggia verso il porto di Algeciras, mentre restano da chiarire le dinamiche esatte dell’incidente tecnico.

Questa vicenda solleva un interrogativo cruciale sulla sicurezza in mare: come può una barca scomparire così facilmente a pochi passi dalla civiltà? La rapidità con cui le correnti mediterranee possono trascinare al largo un’imbarcazione in avaria è impressionante. Il caso dell’Arpège è il monito definitivo: anche la navigazione sotto costa richiede sistemi di comunicazione ridondanti e autonomi, perché tra una gita di piacere e un’emergenza estrema, a volte, c’è solo lo spessore di un cavo d’acciaio che cede.

David Ingiosi

Giornalista professionista, appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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