L’isola delle Figi nel mezzo del Pacifico è stata utilizzata come location del celebre film Cast Away con Tom Hanks, una storia di sopravvivenza e una potente metafora sul senso del tempo, le necessità personali e i valori illusori dell’uomo moderno.

A volte tra il paradiso e l’inferno c’è un confine sottile. Nel nostro immaginario un atollo sperduto nei mari del Sud rappresenta il paradiso in terra: mare turchese, palme di cocco, spiagge di sabbia bianca, natura incontaminata e senso di pace. Insomma in apparenza un luogo ideale per evadere in una vacanza di qualche giorno, dormendo in resort con le lenzuola bianche e le brioche per colazione. Ma da solo quell’angolo di mondo, senza comfort, senza gente, senza tecnologia, come sarebbe?

Niente altro che un ambiente naturale, brutale ed ostile: isolato da tutto, esposto al vento e alla pioggia, con il sole a picco, le notti buie, gli insetti e le onde giganti che si abbattono sul reef senza sosta. Se in quell’atollo invece di farsi una vacanza si dovesse lottare per la sopravvivenza, allora il paradiso in un attimo si trasformerebbe in un inferno.

Un uomo comune sradicato dalle sue certezze

L’idea per il soggetto di Cast Away, il celebre film di Robert Zemeckis del 2001, venne proprio a Tom Hanks, l’attore protagonista della pellicola. Prendere un uomo normale, un cittadino perfettamente integrato nella moderna società capitalistica, bulimica, super efficiente, schiava del profitto e condizionata dal tempo, e trasformarlo in un naufrago, costretto a causa di un incidente aereo a sopravvivere in una remota isola tropicale dell’oceano Pacifico. Laggiù su quel pezzo di terra che è solo un puntino bianco sulla mappa del mondo, di colpo la vita di Chuck Noland scandita dai minuti e dai secondi che deve rincorrere ogni giorno per recapitare al più presto da un continente all’altro i pacchi della società di spedizioni FedEx per cui lavora, diventa un incubo, si riduce all’osso, perde completamente senso.

I suoi bisogni diventano quelli primari: costruirsi un riparo, trovare acqua dolce per dissetarsi, rimediare del cibo e imparare ad accendere un fuoco senza fiammiferi. Con sé non ha nulla se non un orologio rotto e alcune scatole salvate dalla tempesta che contengono un paio di pattini da ghiaccio, videocassette, un vestito da donna e un pallone da pallavolo. Chuck è solo, impaurito, disconnesso completamente dal mondo. E deve riuscire a rimanere in vita, “a respirare”, come dice lui, solo grazie alla sua forza d’animo, al suo coraggio e alla voglia di rivedere la donna che ama.

Un’isola meravigliosa e una prigione fatale

Per ambientare questa discesa nell’inferno, lo sceneggiatore Broyles e i produttori del film avevano bisogno di un’isola deserta immersa in uno scenario tropicale e dopo una lunga ricerca scelsero Monuriki, un piccolo atollo appartenente alle isole Mamanuca nell’arcipelago delle Figi, nel Pacifico meridionale. Lunga poco più di un chilometro e larga appena 600 metri, quest’isola di origine vulcanica è completamente disabitata e leggermente montuosa, grazie a un picco scosceso di roccia che raggiunge un’altezza di 178 metri.

Un luogo incantevole ma estremamente piccolo, selvaggio, completamente isolato e circondato per 360 gradi dalla barriera corallina. Le coste dell’isola sono formate da lingue di sabbia e da scogliere di rocce. La vegetazione è costituita prevalentemente da pandanus e alberi di cocco.

Sulle orme di Robinson Crusoe

Il modello della storia d’un naufrago che si ritrova da solo su un’isola deserta e deve sopravvivere raccontata da Cast Away in realtà ha oltre due secoli e mezzo ed è il Robinson Crusoe, romanzo d’avventure scritto nel 1719 da Daniel Defoe. Quest’ultimo si ispirò al reale caso di cronaca del marinaio britannico Alexander Selkirk, sottufficiale della Royal Navy che visse da naufrago per quattro anni e quattro mesi, dall’ottobre 1704 al 2 febbraio 1709, dopo essere stato abbandonato dal suo capitano su un’isola deserta dell’arcipelago Juan Fernández nel Pacifico. In quel libro c’è già scritto tutto su che cos’è la sopravvivenza ai confini del mondo, ma per rendere la pellicola ancora più credibile lo sceneggiatore Broyles prima del film contattò alcuni antropologi tra i massimi esperti di culture primitive e lui stesso s’imbarcò in un’esperienza volontaria di isolamento su una spiaggia deserta affacciata sul Mare di Cortez, in Messico dove visse per 7 giorni senza cibo, senza acqua e senza alcuno strumento.

Molte delle sue vicissitudini emerse su quella spiaggia messicana presero vita poi nella sceneggiatura: le difficoltà nell’aprire le noci di cocco, l’utilizzo dei loro gusci come contenitori, le foglie di palma per fare un riparo, i trucchi per raccogliere l’acqua piovana, i tentativi maldestri e sfiancanti di accendere un piccolo fuoco.

Il set, le tradizioni figiane e i trucchi del cinema

Le scene di Cast Away sull’isola di Monuriki furono riprese nel gennaio del 2000. Per ottenere il consenso della famiglia delle Fiji che possedeva l’isola, il regista Zemeckis e gli altri membri della produzione dovettero familiarizzare con le usanze tradizionali delle Fiji e incontrare gli stessi proprietari dell’isola partecipando a una cerimonia formale. Una volta concesso il permesso di filmare, sull’isola venne quindi costruito un villaggio di capanne che ospitavano tutto lo staff e le attrezzature necessarie a girare. Attori e maestranze ogni settimana facevano la spola tra gli hotel delle isole vicine e Monuriki a bordo di circa 100 imbarcazioni di dimensioni diverse.

Oltre al caldo, la difficoltà della troupe fu quella di abbinare efficacemente la luce e la posizione delle maree nelle varie inquadrature dell’isola, un lavoro lungo ed estenuante. In quella straordinaria location il film venne girato tutto di giorno, ricorrendo alla computer grafica in post produzione per tutte le scene notturne con il cielo stellato.

Lezione: sopravvive chi ama la vita

Ma come riesce a sopravvivere in questo luogo bello e sperduto per oltre 4 anni il protagonista del film Chuck Noland? Ricominciando da capo, imparando a costruire un riparo, a raccogliere la pioggia, ad accendere un fuoco con quello che trova, soffrendo per estrarsi da solo un dente cariato, ingegnandosi a pescare con la fiocina, sfamandosi di cocco, granchi e pesci dell’oceano. Ma la prova più grande da superare per quest’uomo normale è il senso di solitudine. Gli esseri umani sono animali sociali e, se separati da tutti gli altri contatti umani per lunghi periodi di tempo, la nostra mente non ha più riferimenti. Ecco che allora il pallone di plastica viene trasformato in un compagno, Wilson, con cui parlare, sfogarsi, recuperare quel senso del prossimo. Una presenza fittizia per ritrovare un senso di realtà e la motivazione a rimanere in vita, elemento forse ancora più importante dell’acqua e del cibo per un naufrago.

Da sogno di un paradiso perduto l’isola di Monuriki si trasforma allora in una prigione infernale dove non si ha nemmeno la facoltà di scegliere come morire e dalla quale bisogna assolutamente evadere per tornare alla vita, quella vera degli uomini, che sarà anche frenetica, cinica, spietata, ma in cui tra le tante opportunità possiamo sempre scegliere cosa fare di noi stessi.

Nel film Adrift la lotta per sopravvivere di Tami Ashcraft

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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