A febbraio 2020 è uscito “L’ombra atlantica”, ultimo libro di Maurizio Lamorgese, skipper e marinaio che da molti anni vive e s’interroga sul suo rapporto con il mare e la navigazione. Ce ne parla in questa intervista che restituisce tutta la sua passione per un mestiere che finisce per diventare un modo di stare al mondo.

I marinai in genere hanno un’animo sofferente, un piglio cupo, un atteggiamento scostante. Questo non vale però per Maurizio Lamorgese, classe 1953, che non solo a distanza di tanti anni continua a scegliere il mare e viverlo al meglio, ma si diverte, si entusiasma, coltiva questo rapporto con l’acqua come una specie di nutrimento dell’anima.

 Nella sua carriera ha avuto diverse barche e navigato su tanti mari toccando molti porti del Mediterraneo: Spagna, Marocco, Francia, Grecia, Turchia. Ha anche al suo attivo diverse traversate atlantiche e vive tutto l’anno tra barche e cantieri. Trova però anche il tempo di scrivere libri dedicati alla navigazione. L’ultimo lavoro editoriale si intitola “L’ombra atlantica” che è uscito a febbraio. Ce ne parla tra le altre cose in questa interessante intervista.

– Maurizio, tu hai scelto la vita in mare e sono tanti anni che navighi a vela. Come si fa a coniugare questa passione con la necessità di lavorare?

Non è facile e ci vuole anche un po’ di fortuna. Credo tuttavia che se questa scelta di vivere il mare a 360 gradi è dettata dai nostri desideri più profondi, allora le possibilità di riuscire non sono poi così remote. Si devono fare i conti con le stagioni: in estate per esempio mi dedico alle crociere, collaboro con diverse società di charter, mentre d’inverno quando le richieste in questo senso si riducono mi occupo di trasferimenti. Accompagno armatori alle Canarie oppure ai Caraibi, mi ingaggiano persone che devono spostare la barca o completare navigazioni per cui non si sentono sicure da sole. Poi ho una certa abilità manuale e spesso eseguo lavori di manutenzione su altre barche. Passo praticamente tutti i giorni in un cantiere, soprattutto nei mesi invernali. È un lavoro che non viene da solo, ma si realizza nel tempo coltivando una rete di contatti, costruendosi una reputazione sul campo. Devi stare sempre sul pezzo, si passa anche attraverso momenti difficili e di sicuro non si diventa ricchi, ma alla fine riesco a far quadrare i conti e non sento la fatica del mio lavoro, anzi sono contento di avere il mio ufficio sul mare.

– Lavorare come skipper con degli ospiti sconosciuti a bordo presenta anche degli aspetti critici. Tu come lo vivi?

Il rapporto con lo skipper a mio avviso è il vero punto nodale di una crociera. Mi capita spesso di sentire le lamentele di quegli equipaggi che non si sono trovati bene durante una vacanza in barca. Molte società di charter puntano ormai molto più all’aspetto umano dello skipper piuttosto che alle sue competenze tecniche. Questo perché gli itinerari delle vacanze sono sempre gli stessi, si naviga per lo più sotto costa, si studiano le previsioni, insomma gli aspetti tecnici di una crociera sono molto ridotti e non c’è nulla che uno skipper esperto non può affrontare. L’aspetto umano allora diventa decisivo e non è facile instaurare da subito un buon rapporto con il responsabile della barca. Gli spazi della barca sono stretti, certe decisioni le detta il mare, le persone arrivano in vacanza stanche del lavoro e delle beghe quotidiane e non mancano di portarsi dietro anche una certa dose di stress. Bisogna essere un po’ psicologi, mettersi nei panni degli altri e cercare di fargli vivere una bella esperienza. Io ho sempre avuto un rapporto di trascendenza con l’acqua e cerco di mettere le persone nella direzione del mare, di farli entrare in contatto non solo con la natura ma anche con sé stessi e i loro pensieri più profondi. Lo stesso movimento del mare, se lo assecondiamo, ci pulisce e ci regala nuove suggestioni.

– A te Maurizio piace anche condividere le tue esperienze in mare attraverso libri e racconti. È appena uscito il tuo ultimo libro “L’ombra atlantica”. Come hai scelto questo bel titolo che a me ha fatto subito pensare al celebre “La linea d’ombra” di Conrad?

Effettivamente non ci avevo pensato a questa connessione con Conrad, ma mi piace. Il titolo è nato in barca, proprio come il libro. Ero impegnato in una traversata atlantica verso i Caraibi e mancavano ancora diverse centinaia di miglia all’isola di Santa Lucia, la nostra destinazione. L’oceano per chiunque va in barca, ma anche per un bambino che gioca in spiaggia, rappresenta un’entità misteriosa estremamente potente di cui subiamo il fascino e il forte richiamo. Nella storia è stato di fatto un passaggio obbligato per l’evoluzione delle civiltà con i viaggi di esplorazione, le rotte commerciali. L’oceano è lì fuori, ma è anche dentro di noi. Quando lo scopri, lo incontri o lo vivi, ti si attacca addosso come un’ombra che non ti abbandona più.

– Un titolo molto diverso da quello di un altro tuo libro che ha riscosso un certo successo “Sotto una nuvola a forma di banana”. Quello era un diario autobiografico con alcuni suggerimenti di navigazione.

Sì, certo. “Sotto una nuvola a forma di banana” era un libro in cui volevo raccontare cosa significa avere e usare una barca, quale approccio sposare. Non era un manuale di tecnica però, partiva dalla mia esperienza concreta che volevo condividere. Ogni capitolo rappresentava un’elemento della barca. Pensavo fosse utile a coloro che stavano per comprarsi un’imbarcazione per sapere cosa succede dopo l’acquisto, qual’è il mondo fisico e mentale con cui si devono confrontare. Quel titolo è nato in maniera casuale una sera a Livorno sentendo il racconto di un armatore di uno schooner che alla radio aveva raccolto una chiamata di emergenza in cui un diportista spiegava alla Guardia Costiera che doveva soccorrerlo dove si trovava. E lui disse appunto: Sotto una nuvola a forma di banana. Una risposta ingenua, sprovveduta, ridicola, ma a suo modo originale e in qualche modo geniale. Mi piacque tanto e la trasformai nel titolo.

– Nel libro “L’ombra atlantica” invece cosa racconti?

È un testo che non ha nulla di pratico, di tecnico. Volevo raccontare il mio rapporto personale con l’oceano, descrivere questa dimensione così strana, diversa da tutto, dove il tempo si ferma e si dilata, gli spazi sono vasti, non ci sono riferimenti, si perdono i contatti con la terra, la vita attorno cambia repentinamente ogni momento, il corpo stesso, l’organismo, si adatta in un modo assolutamente impensabile. Una traversata dell’Atlantico dura in media 20 giorni e in questo periodo non si vede altro che acqua attorno e non si fa altro che eseguire poche manovre perché la direzione del vento è sempre la stessa. Quindi si pensa molto, a sé stessi, alla propria vita, alle proprie scelte, alle decisioni da prendere. In qualche modo è un’esperienza che ti svuota di tutto, ma ti riempie al tempo stesso. È un viaggio mentale che può essere anche di follia per alcuni, di angoscia. Chi legge il libro troverà delle risposte a quelle domande che ci facciamo tutti noi che amiamo il mare e l’oceano.

 – Maurizio, il tuo rapporto con la scrittura è altrettanto profondo?

La scrittura per me è arrivata tardi, dopo molte esperienze pratiche, di lavoro, di contesti diversi. È una forma di comunicazione per me assolutamente naturale e istintiva. A volte scrivo quasi in automatico, come se la penna scrivesse da sola, e la cosa curiosa è che quando mi rileggo mi stupisco del lavoro che ho fatto e mi chiedo: ma davvero sono stato io a scrivere tutto questo?

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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