Tra promesse milionarie e tonnellate di posidonia, la protesta dell’ultimo pescatore, Franchino De Mola, simbolo di un approdo fantasma, la darsena di san Cataldo nel leccese, che aspetta una svolta da oltre due decenni.
Ci sono immagini che, meglio di mille faldoni amministrativi, riescono a fotografare il fallimento di una gestione pubblica. Quella di Franchino De Mola, incatenato davanti alla darsena di San Cataldo, è una di queste. Oggi Franchino è solo: intorno a lui non ci sono telecamere, non ci sono passerelle di esponenti politici a caccia di voti, né colleghi d’un tempo. È rimasto l’ultimo baluardo dei vecchi lupi di mare della marina leccese, l’unico ad avere ancora la propria imbarcazione ormeggiata in un bacino che sembra ormai un deserto di sabbia e vegetazione decomposta.
Il suo grido, rimbalzato tra i moli deserti, è di una semplicità disarmante: “Voglio solo lavorare e mantenere la mia famiglia”. Dietro la sua protesta solitaria si nasconde però una lunghissima storia di scali marittimi impraticabili, contese gestionali e una natura che si ribella sistematicamente ai tentativi dell’uomo.
Leggi anche: Il flop della darsena di san Cataldo con i posti barca vuoti
Un’opera nata fragile: la storia del porticciolo
Per capire come si sia arrivati a questo punto, bisogna riavvolgere il nastro di una storia che va ben oltre i tredici anni di calvario denunciati dal pescatore. La darsena di San Cataldo, concepita originariamente come il fiore all’occhiello del litorale leccese e come naturale valvola di sfogo diportistica e peschereccia per la città, ha mostrato fin dalle sue prime configurazioni strutturali una fragilità intrinseca. Progettata senza una reale comprensione delle correnti costiere locali, l’infrastruttura si è trasformata ben presto in una gigantesca trappola per i sedimenti.
Negli anni, il sogno di un porto turistico vibrante e funzionale si è scontrato con la dura realtà di un’opera idraulica difettosa, capace di trasformarsi in un bacino chiuso e stagnante alla prima forte mareggiata. Un limbo che ha progressivamente allontanato i diportisti, svuotato le banchine e ridotto l’area a un cimitero di buone intenzioni.
L’assedio della Posidonia che soffoca l’approdo
Il vero, implacabile “nemico” della darsena ha un nome scientifico ben preciso: Posidonia oceanica. Questa pianta marina, fondamentale per la salute dell’ecosistema adriatico e per la protezione delle spiagge dall’erosione, diventa una condanna per il canale d’accesso di San Cataldo. Spinta dai forti venti di scirocco e tramontana, la posidonia si accumula a tonnellate imboccando l’ingresso del porticciolo. Il risultato è un intasamento sistematico e geometrico.
Il fondale si alza a tal punto da azzerare il pescaggio necessario persino per le barche più piccole. Negli anni, si è assistito a un paradosso frustrante: milioni di euro di fondi pubblici spesi per dragare il canale e liberarlo dai detriti, puntualmente vanificati nel giro di poche ore da una nuova tempesta. Ogni inverno la storia si ripete identica, lasciando lo scalo impraticabile e isolando chi, come Franchino, di quel mare ha assoluto bisogno per sopravvivere.
Il valzer dei gestori e il passo indietro dei privati
Se la natura fa la sua parte, la gestione burocratica e societaria non è stata da meno nel complicare le cose. Il rapporto tra il Comune di Lecce e i soggetti privati che nel tempo hanno tentato di gestire la struttura è sempre stato teso e costellato di difficoltà. L’ultimo capitolo di questa travagliata cronistoria ha visto protagonista la società Salento Navigando, l’ex concessionaria dell’approdo.
Di fronte all’impossibilità cronica di garantire la navigabilità del canale di ingresso – e quindi di offrire un servizio dignitoso agli utenti – e schiacciata dai costi di gestione e dalle continue emergenze, la società ha gettato la spugna. Il definitivo passo indietro del privato ha portato alla rimozione coatta di quasi tutte le imbarcazioni ormeggiate, lasciando lo specchio d’acqua in uno stato di totale abbandono e trasformando la darsena in una banchina fantasma, dove solo la barca di Franchino resiste come un monumento all’ostinazione.
Tra rinvii burocratici e l’autogestione comunale
L’amministrazione comunale, oggi guidata dalla sindaca Adriana Poli Bortone, si trova a dover gestire una patata bollente che si trascina di giunta in giunta. Nell’immediato, Palazzo Carafa ha stanziato un ulteriore fondo d’urgenza di 51mila euro per tentare una pulizia straordinaria del canale e ridare un minimo di respiro all’approdo. Tuttavia, lo scoglio principale non è tanto il denaro, quanto la giungla delle autorizzazioni ambientali.
Il Comune aveva avanzato la richiesta di poter dragare la posidonia e rigettarla direttamente in mare aperto, a debita distanza dalla costa. Una soluzione strategica che avrebbe abbattuto i costi esorbitanti dello smaltimento in discarica speciale e velocizzato i tempi. Le risposte degli enti regionali e ministeriali, però, sono bloccate nei meandri della burocrazia, paralizzando di fatto i macchinari.
Per uscire dall’impasse gestionale, la giunta ha deliberato una linea di massima urgenza: verrà pubblicata una manifestazione di interesse per trovare un gestore-ponte che traghetti la darsena fino al 31 ottobre 2026. E se nessuno dovesse farsi avanti? Il Comune ha già annunciato che scavalcherà i privati, chiedendo direttamente alla Regione Puglia la concessione dello specchio d’acqua per gestire la darsena in proprio.
Il piano da 5 milioni: il 2027 sarà l’anno della svolta?
La vera luce in fondo al tunnel – che per ora resta solo sulla carta – è rappresentata da un maxi-finanziamento di 5,1 milioni di euro ottenuto nell’ambito del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) Brindisi-Lecce-Costa Adriatica. Questo progetto ambizioso prevede una totale rivoluzione strutturale del porticciolo: un profondo dragaggio del bacino e, soprattutto, il prolungamento del molo esterno d’ingresso. A supportare questa opera ci sarà anche il cosiddetto “pennello”, una barriera artificiale specificamente studiata per deviare il flusso dei sedimenti e della posidonia prima che possano infilarsi nel canale.
I lavori, tuttavia, non vedranno la luce prima del 2027. Fino ad allora, per la darsena di San Cataldo sarà ancora tempo di soluzioni tampone, carte bollate e attese estenuanti. Una tempistica che mal si concilia con le necessità quotidiane di chi non può aspettare i tempi della grande ingegneria per mettere il piatto a tavola. Nel frattempo, Franchino resta lì, davanti al suo mare negato, a ricordare a tutti che dietro i ritardi della burocrazia ci sono le vite reali delle persone.
