Una barca gigante costruita in ferro cemento si trova abbandonata nel parco fluviale di Lastra a Signa, nei pressi di Firenze. A costruirla proprio in quel campo è stato molti anni fa un astrofisico di Arcetri appassionato di viaggi in barca. Ecco la sua curiosa storia.
Chi si aggira nel parco fluviale di Lastra a Signa può imbattersi in un manufatto gigantesco dentro un recinto. Giace lì tra i salici piangenti, in attesa di qualcosa, sembra. È parzialmente coperto dalla vegetazione, ma ancora ben visibile. Potrebbe essere un’astronave che aspetta un pezzo di ricambio per ripartire. Invece è una barca, una strana barca, lunga 30 metri e alta 6.
Cosa ci fa quel colosso di ferro e cemento in un campo? Come ci è arrivato? Quando si è arenato? Quale piena l’ha portato fin là? Quella barca che ora se ne sta lì immobile in realtà è nata proprio in quel campo con l’idea di raggiungere un giorno i mari del Sud della Polinesia, ma poi non si è mai mossa.
Il progetto di raggiungere a vela la Polinesia
Dietro questa storia c’è un astrofisico, ricercatore ad Arcetri. Un giorno del 1982 era a Baratti quando, là nella baia, in mezzo alle barchette, apparve un catamarano di 20 metri. Riuscì a salire a bordo e cominciò a interrogare gli armatori su quel curioso mezzo a vela, ma anche sul viaggio che stavano facendo, gli scali, la vita di mare. Fu come una folgorazione.
Nei mesi successivi maturò la decisione. Le storie di mare che aveva in testa lavorarono in lui mescolandosi ai libri di Stevenson, Hemingway, Gauguin, ma anche all’avventura del cantante Jaques Brel che proprio in quegli anni partì per la Polinesia. Ebbene sì. Anche l’astrofisico sarebbe andato a vivere in Polinesia. E per farlo non si sarebbe servito di una barca già esistente. Doveva essere un mondo nuovo. L’avrebbe costruita lui, e non da solo: insieme ad anime affini capaci di immaginare una vita diversa.

Un cantiere di volontari per un sogno di libertà
La barca doveva essere molto grande ospitare un equipaggio anche numeroso. Ma doveva essere anche un luogo di lavoro. In Polinesia infatti avrebbero portato in giro i turisti e sarebbero andati nelle isole remote, non servite dal servizio marittimo locale, sostenendosi, in parte, attraverso un’economia basata sugli scambi: portando le cose che servivano in quella tale isola e ricevendone in cambio qualcos’altro. Si sarebbero mossi per lo più a vela, anche se la barca prevedeva un motore. All’inizio, quando ha chiesto agli amici di un tempo, non ne ha trovati molti disposti ad imbarcarsi nell’iniziativa. Ma poi, piano piano, l’astrofisico è riuscito a coinvolgere altre persone, tra cui un ingegnere e un progettista di barche che consegnò il progetto nel 1985.
Dettero vita così a un cantiere navale riconosciuto dall’autorità marittima che vedeva operai e collaboratori per lo più temporanei. Si parla di circa 500 persone e le più assidue furono riunite nella cooperativa Odysseus. Un’azienda tedesca offrì il cemento. Il motore era quello di un camion, riadattato. Ci sono stati momenti bellissimi, epici e poetici. Come il grande rito collettivo della cementazione. Il tutto lontano dai cantieri delle barche di lusso e alla portata di tutti. Però poi alla fine della costruzione per qualche motivo la barca non è mai partita. È rimasta lì, ferma e chiusa in quel recinto.
Sarebbe bello visitarla dentro, ma è sconsigliato scavalcare. Pare ci sia un cane che non abbaia ma morde, e un guardiano invisibile ma presente. Siamo lontani dall’utopia iniziale di convivenza polinesiana pacifica. I sogni di partire un giorno per luoghi remoti, per un’altra vita, quelli ancora esistono e quella sorta di “arca” ferma nel tempo è lì a testimoniarlo.
NB: Photo cerdits immagine apertura: Corriere Fiorentino.

