Un bel film, cupo e teso, del regista danese Kristoffer Nyholm prova a spiegare il mistero dei tre guardiani del faro delle isole Flannan che alla fine del 1900 svanirono nel nulla. Una storia vera che a distanza di anni alimenta ancora inquietudine.
Il mare e la storia della navigazione sono pieni di storie strane, avventure tragiche e a volte misteri terrificanti. Esperienze umane, sbiadite dal passato, dove il filo tra verità e leggenda è spesso molto sottile. Ammutinamenti, naufragi, navi scomparse nella nebbia, avvistamenti di animali marini giganti e creature mostruose. I marinai, come è noto, sono superstiziosi, e alcune di queste storie sono solo racconti inventati, un modo strategico di affrontare la paura della morte, controllarla emotivamente attraverso la finzione. Altre invece sono vere, ma talmente assurde da sembrare frutto di fantasia, o peggio, di follia.
Una di queste storie è accaduta realmente e nasconde un mistero irrisolto che ne moltiplica il dramma e l’inquietudine. È il mistero del faro delle isole Flannan, al largo della Scozia, e dei suoi tre guardiani svaniti nel nulla. La storia è stata peraltro raccontata in un bel film scritto e diretto dal regista danese Kristoffer Nyholm che s’intitola “The Vanishing – Il Mistero del Faro”. Nel cast della pellicola ci sono grandi attori, come Gerard Butler, Peter Mullan e il giovane Connor Swindells. Ma a colpire e coinvolgere lo spettatore sono soprattutto le atmosfere cupe, i profili psicologici dei protagonisti, nonché la maestosità e la desolazione di uno dei tratti di oceano più solitari e pericolosi del pianeta.
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Troppi naufragi, in quelle acque serve un faro
Partiamo dai fatti realmente accaduti e documentati alla fine del 1900. Le Isole Flannan, conosciute anche come “Seven Hunters”, sono un piccolo arcipelago che si trova al largo della costa scozzese. Il loro nome deriva dall’abate e predicatore irlandese, San Flannan, che nel 1600 scelse quel luogo per il proprio ritiro spirituale vivendoci per circa 10 anni in completa solitudine, fino alla sua morte. A testimonianza del suo passaggio c’è ancora una piccola cappella.
Le coste delle isole sono alquanto impervie, perché oltre alle frequenti tempeste nascondono scogli e secche a pelo d’acqua. Un vero incubo per i marinai e le navi che incrociano quelle terre. Tanto che verso la fine del 1800 la Northern Lighthouse Board per aiutare gli equipaggi decide di costruirci un faro. Viene innalzato proprio nei pressi della cappella dell’abate Flannan, sull’isolotto di Eilean Mòr.
Tre guardiani, soli e lontano da tutto
Oggi i fari sono supporti tecnologici che funzionano in autonomia, ma al tempo il loro controllo era manuale e servivano custodi che li attivavano e ne curavano la manutenzione. Per il faro delle Isole Flannan, particolarmente isolato, i guardiani erano tre, James Ducat, Thomas Marshall e Donald MacArthur, che vivevano insieme sull’isola per svariati mesi. Una nave periodicamente, e condizioni meteomarine permettendo, li riforniva con viveri e attrezzature. Erano persone che dovevano affrontare una vita molto dura e spartana, lontana dal mondo civile, quindi uomini esperti, dai nervi saldi, in grado di adattarsi ad ogni situazione.
Il 15 dicembre del 1900, il piroscafo “Archtor”, di passaggio tra le isole Flannan, nota che il faro non è in funzione, ma il comandante pensa a un’avaria temporanea e non lo segnala a nessuno. Soltanto il 26 dicembre la nave adibita al rifornimento “Hesperus” approda sull’isola, ma l’equipaggio si rende subito conto che c’è qualcosa che non quadra. Sul molo ad attenderli non c’è nessuno, come invece era normale per i custodi che rimanevano settimane in completa solitudine e non vedevano l’ora di incontrare altra gente per chiacchierare e ricevere informazioni sulle proprie famiglie.
L’isola deserta, un diario personale e pochi indizi
Quando il capitano Jim Harvie con alcuni membri dell’equipaggio sbarcano sull’isola, entrano subito nel faro e anche questo lo trovano vuoto e disabitato. Sul tavolo ci sono solo i resti di un ultimo pasto, consumato diversi giorni prima. Cosa è successo? Che fine hanno fatto i tre custodi?
Cercando tra gli effetti personali dei guardiani, trovano il diario di Thomas Marshall che forse può dare qualche spiegazione. Nella pagina del 12 dicembre si legge: “Burrasca da Nord-Nord Ovest. Mare furioso. Non ho mai visto una tempesta simile. Onde altissime colpiscono il faro. Tutto nella norma. James Ducat irritabile”. E poi ancora poco più tardi: “La tempesta infuria ancora, il vento è costante. Impossibile uscire. Nave di passaggio suona la sirena. Si potevano vedere le luci delle cabine. Ducat Tranquillo, McArthur piange”. Il 13 dicembre il diario riporta altri appunti: “La tempesta è continuata per tutta la notte. Vento da Ovest a Nord. Ducat tranquillo. McArthur prega. Mezzogiorno, luce diurna grigia. Io, Ducat e McArthur preghiamo. La pagina del 14 dicembre è bianca, mentre quella del 15 dicembre avvisa: “Tempesta finita, mare calmo. Dio veglia su tutto”.
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Che fine hanno fatto i guardiani del faro?
Gli indizi non risolvono il mistero. Va bene, c’è stata una tempesta, non è raro da quelle parti. Ma poi è finita. E allora i guardiani che fine hanno fatto? Dove sono? Il soprintendente Robert Muirhead del Northern Lighthouse Board si occupa delle indagini. Secondo la sua ipotesi, i tre uomini potevano essere stati impegnati a recuperare qualcosa arrivato dal mare, forse una cassa, e sono stati trascinati via da un’onda che si è abbattuta sulla scogliera. Doveva però essere qualcosa di mostruoso, un’onda anomala, perché la scogliera è alta 34 metri.
Altre spiegazioni tuttavia non si trovano e quella teoria chiude la questione dal punto di vista legale. Non tutti però l’accettano, in particolare i familiari dei guardiani del faro. Nel corso degli anni altre ipotesi sono state formulate per cercare di fare luce su questo mistero. Alcune razionali, altre fantasiose, per non dire vaneggianti e improbabili.
Ecco, il film “The Vanishing – Il Mistero del Faro” prova a dare un’interpretazione di quello che è successo e racconta le circostanze che potrebbero avere portato alla scomparsa dei tre custodi. E parte da un presupposto: per fare il guardiano di un faro in un’isola sperduta in mezzo all’oceano, scura, impervia, desolata, bisogna essere forti, perché lì, in mezzo al nulla, si può anche impazzire…



