Un lungo viaggio di riprese sottomarine effettuate anche per mezzo di robot per svelare la quantità di rifiuti nascosti che nascondano i fondali delle nostre coste. Una realtà sconfortante messa in luce dal documentario “Abyss Clean Up”.
I fondali dei nostri mari, Mediterraneo in primis, regalano tante meraviglie di incredibile bellezza. Sempre di più tuttavia nascondono anche tonnellate di rifiuti, sostanze tossiche, scarti e microplastiche. Alcuni di questi rifiuti ritornano sulle spiagge e sono quelli che normalmente possiamo osservare facendo anche una semplice passeggiata sui nostri litorali. La maggior parte tuttavia affondano e diventano un tutt’uno con i fondali stessi creando accumuli nascosti e inquinanti in specifiche zone, come per esempio i canyon sottomarini.
A raccontare questo lato oscuro, nascosto e molto inquietante del mare è il nuovo documentario dal titolo “Abyss Clean Up” firmato da Igor D’India. La pellicola è il frutto di quattro anni di lavoro del regista con un gruppo di esperti del Cnr e dell’Università “La Sapienza” di Roma alla ricerca di rifiuti nel Mediterraneo.
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Capodogli pieni di reti, auto affondate e plastica
Quello di “Abyss Clean Up” è un lungo viaggio che comincia nel lontano 2019 lungo le coste italiane e si conclude nel giugno 2023, con l’esplorazione a 600 metri di profondità dello Stretto di Messina grazie anche a un robot a comando remoto (Rov) in grado di effettuare riprese dei fondali e mostrare così la triste realtà sottomarina.
Tante le scoperte fatte nel corso delle riprese. Dal capodoglio spiaggiato con la pancia piena di rifiuti, alle automobili abbandonate sul fondale al largo di Varazze, le immagini sono forti, ma servono a immergere lo spettatore nella realtà dei nostri mari, ancora così poco conosciuta.
Rifiuti marini, un vero rebus da risolvere
Il problema dei rifiuti marini evidenziato da “Abyss Clean Up” e del loro eventuale smaltimento è molto complesso. “I rifiuti sono un grande business a terra che fa guadagnare soprattutto chi li smaltisce illegalmente – racconta Igor D’India – al contrario, recuperarli dai fondali e poi provare a smaltirli legalmente ha un costo elevatissimo, enormi rischi legali e zero guadagni per chi fa queste operazioni. Ci dobbiamo rendere conto che con le nostre attività stiamo mettendo a repentaglio le altre specie. Oltre a questo creiamo un problema anche a noi stessi, perché le microplastiche che rilasciamo in mare poi finiscono nei piatti che mangiamo. Pensiamo agli abissi come a un qualcosa a parte, ma non è così”.
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