“L’ammiraglio” di Giosuè Calaciura è un romanzo di mare potente che smantella il mito di Cristoforo Colombo attraverso la voce corale dei suoi marinai, imperdibile per chi ama il mare e la sua cruda verità.
Per chi vive di mare, la figura dell’Ammiraglio per eccellenza, Cristoforo Colombo, è da sempre un faro di audacia e visione navale. Ma cosa si nascondeva dietro gli occhi dell’uomo che ha sfidato l’oceano? Giosuè Calaciura, nel suo potente romanzo “L’ammiraglio” (editore Sellerio, 16 euro), decide di ammainare le vele della retorica storica per offrirci un ritratto ravvicinato, spietato e profondamente umano dello scopritore delle Indie.
Un libro che ogni appassionato di nautica dovrebbe tenere in cambusa, non per cercare mappe o rotte, ma per capire il prezzo umano di ogni grande traversata.
La voce della ciurma: navigare nella menzogna
La vera intuizione di Calaciura sta nel punto di vista. La storia non è narrata dal ponte di comando, ma dal castello di prua. A parlare è una prima persona plurale, un “noi” che rappresenta la voce collettiva dei marinai. Uomini affratellati dalla navigazione che hanno scelto di affidarsi a un leader “povero di danari ma ricco di una disperata immaginazione”.
Per chi conosce la vita di bordo, il rapporto con il comandante è tutto. Qui Colombo emerge come un marinaio consumato dalle visioni, capace di leggere in cielo “cose che solo lui intendeva”, ma anche un maestro dello storytelling ante litteram. Il Colombo di Calaciura convince i suoi uomini a prendere il largo verso l’ignoto anche attraverso la menzogna, camuffando la paura e l’incertezza con una fede incrollabile nella propria rotta.
Dallo sgomento dell’oceano all’abbrutimento
Il romanzo si struttura come una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi che specchia il deterioramento psicologico dell’equipaggio. All’inizio c’è l’euforia della partenza, quel brivido totalizzante che ogni navigatore prova quando perde di vista la costa: “tutti provammo lo sgomento dell’oceano che da quel momento non aveva altri confini”.
Ben presto, però, la navigazione si trasforma in un incubo apocalittico. Man mano che le Americhe si palesano, il viaggio si macchia della violenza disumanizzante nei confronti degli Indios. La disillusione della ciurma diventa totale di fronte a quella che definiscono “la fantastica demenza dell’Ammiraglio”. I marinai capiscono di essere stati truffati da un racconto che prometteva ricchezze e calore, lasciandoli invece in balia del freddo del mare e di una ferocia insensata: “Eravamo noi i cannibali. Noi eravamo gli uragani, la grandine e le fiamme”.
Il lato oscuro della conquista: la prevaricazione dei deboli
Colombo si trasforma così in un personaggio tragico, un comandante che perde progressivamente il controllo della sua ciurma e della sua stessa umanità. Calaciura inserisce una scena simbolo di straordinaria potenza emotiva che si svolge a Guadalupa: l’Ammiraglio, intenerito da un bimbo nativo che gioca, decide di strapparlo alla sua terra per trasformarlo in un passatempo a bordo, dimenticato da tutti fino al tragico finale.
È in questo dramma che la scrittura di Calaciura si fa attuale, restituendo giustizia a chi è rimasto vittima della storia, perché “nessun altro avrebbe raccontato la sua storia, né gli uomini né l’oceano che inghiotte”.
Perché un marinaio dovrebbe leggerlo
“L’ammiraglio” è un libro prezioso per chi ama la nautica perché ricorda che il mare non è solo tecnica e vento, ma è soprattutto un amplificatore dell’animo umano. Calaciura ci regala un Colombo spogliato dal mito, un uomo che alla fine della sua parabola, guardandosi allo specchio, “nelle gote nude appena rasate non riuscì a riconoscere nemmeno il suo volto”. Una lettura densa, a tratti lirica e spietata, che vi farà guardare all’oceano e a chi lo ha solcato per primo con occhi completamente diversi.


Grazie. Una splendida lettura del mio romanzo!