Una delle appendici moderne che ha fatto da vero spartiacque nella storia delle competizioni a vela, sia in circuito che nelle sfide d’altura, è certamente la chiglia basculante, o “canting keel” come dicono gli anglosassoni.

L’idea della chiglia basculante è piuttosto semplice: a compensare lo sbandamento della barca ci pensa una lunga pinna di deriva con bulbo a siluro non più fissa, ecco la novità, ma in grado di oscillare a dritta o a sinistra, secondo le esigenze di navigazione. I vantaggi di questa soluzione sono evidenti: si aumenta il momento raddrizzante dello scafo senza richiedere l’imbarco di pesi ulteriori, si sfruttano appieno le potenzialità del piano velico, le forme di carena risultano meno vincolate dalla stabilità di forma e più indirizzate all’efficienza idrodinamica. Insomma le prestazioni della barca aumentano sensibilmente.

I Mini 6,50 i primi a usarla

L’introduzione di questo congegno su barche sportive risale alla fine degli Anni 70. Sono stati i Mini 6,50, i piccoli monotipi oceanici che attraversano l’Atlantico e che fanno della “potenza” una necessità per planare i primi a impiegarlo; la loro piccola chiglia ruotava con un semplice sistema di paranchi. Poi è stata la volta degli Open 60 (primi Anni 80) e dopo ancora (dal 2004 in poi) dei Vor 70 che l’hanno messo a punto grazie a complessi sistemi che impiegavano pistoni idraulici per sollevare bulbi pesanti anche 10 tonnellate. Naturalmente non sono mancate le difficoltà a causa delle grandi sollecitazioni strutturali e delle forti velocità innescate da queste barche: tutti ricordano il naufragio di Skandia nella Sydney Hobart del 2004, così come le continue avarie fatte registrare dai Vor 70 nel giro del mondo Volvo Ocean Race che hanno avuto come apice nel 2006 l’abbandono di Movistar al largo di Capo Horn.

Francis Herreshoff, l’inventore

In realtà il concetto di chiglia basculante parte da lontano. Il primo prototipo era stato istallato nel secolo scorso da Francis Herreshoff (figlio del celebre progettista statunitense Nathanael G. Herreshoff) che la adottò su Sailing Machine, uno sloop da competizione di 13,72 metri. Il movimento oscillatorio della chiglia in questo caso veniva assicurato da una camma collegata a un asse rinviato in coperta che ruotava mediante una vite senza fine su un disco scanalato.

Oggi tuttavia, a distanza di molto tempo, la chiglia basculante non solo è diventata un elemento imprescindibile per tutti i monoscafi che vogliono raggiungere prestazioni elevate o battere record (Esimit Europa 2 o Mari Cha IV, per esempio), ma viene adottata anche su alcuni fast cruiser di serie (tipo l’Azurée 40), dove la possibilità di tenere lo scafo orizzontale è asservita, prima ancora che alle prestazioni, al maggior comfort in navigazione.

Volvo Ocean Race, laboratorio di collaudi

La canting keel negli ultimi anni si è perfezionata parecchio e, anche se più sicura rispetto al passato, è diventato un meccanismo più complesso. Basta dare un occhiata agli Open 60 in gara nell’ultima edizione del Vendée Globe, il giro del mondo in solitario, per scoprire angoli di sbandamento di 40 gradi e oltre (celebre la fotografia dello skipper britannico Alex Thompson che in abito scuro passeggiava sulla chiglia del suo Open 60 Hugo Boss in navigazione nella Manica), ma anche pc dedicati e speciali sofware che gestiscono lo sbandamento delle chiglie.

Tra le maggiori novità che impongono le attuali canting keel, c’è però da registrare soprattutto l’applicazione di ulteriori appendici complementari, le cosiddette daggerboard. Si tratta di pinne di deriva, in genere retrattili o fisse (nel qual caso si chiamano “canard”), dal profilo asimmetrico che, posizionate a dritta o a sinistra secondo le esigenze di navigazione, assumono una funzione stabilizzatrice. L’inclinazione sopravento della chiglia basculante ad angoli importanti (prossimi ai 40 gradi), infatti, oltre a consentire un aumento del momento raddrizzante dello scafo, diminuisce l’efficienza del piano di deriva riducendone la superficie utile per contrastare lo scarroccio.

L’alleato: le daggerboard

Ecco allora che le daggerboard in questa situazione vengono immerse (tramite semplici paranchi in maniera alternata, cioè con la chiglia sbandata a destra si immerge quella di sinistra e viceversa) a compensare la riduzione di superficie antiscarroccio. Non solo, in alcuni casi hanno un’incidenza variabile e assolvono anche alla funzione di secondo timone. Ad adottare a partire dal 2010 queste nuove appendici sono quasi tutti i Mini 6,50, gli Open 60 Imoca (per esempio Virbac-Paprec 3 di Jean-Pierre Dick, Cheminées Poujoulat di Bernard Stamm, lo stesso Hugo Boss di Alex Thompson, solo per citane alcuni), i Vor 70 (per esempio Maserati di Giovanni Soldini) e ancora i Vor 65 One Design, i nuovi monotipi di 20,40 metri presentati nel giugno scorso che prenderanno parte alle prossime due edizioni della Volvo Ocean Race.

Come se non bastasse, gli studi sulle nuove chiglie basculanti hanno ispirato anche una nuova generazione di canting keel, le cosiddette flying keel. Hanno fatto il giro del mondo qualche anno fa le immagini scattate al Trofeo Riccardo Gorla sul lago di Garda che immortalavano il vincitore della regata: Stravaganza, un cabinato Open di 12,70 metri dell’armatore Domenico Brizzi che montava la rivoluzionaria “chiglia volante”, ossia una chiglia di 4 metri agganciata a una ruota a pruavia dell’albero che permette di sbandare la lama di deriva sopravento di 100 gradi, portando il bulbo al di sopra del pelo dell’acqua per contrastare lo sbandamento generato da un piano velico di 160 metri quadrati. Il progetto, destinato certamente a nuove sperimentazioni, è stato firmato dall’olimpionico inglese Jo Richards, progettista dell’ultima serie degli scafi della flotta Laser (Bahia, Bug, etc.).

 

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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