Che bello sarebbe stare in rada col Coronavirus! Siete sicuri?

Chi di noi velisti, isolato in quarantena tra le quattro mura domestiche, non ha pensato a quanto sarebbe bello passare questi giorni in barca, magari ormeggiati in un’isola dei Caraibi? Beh, Stefano e Monica con il loro Jonathan Livingston sono ormeggiati in Guadalupa, ai Caraibi, e lo scenario che descrivono non è proprio idilliaco.

In questa emergenza da Coronavirus anche noi velisti, come tutti, restiamo a casa per rispetto della normativa, per senso civico, per porre fine quanto prima a questa situazione drammatica. Certo il mare e la navigazione, quel senso di libertà che ci mette la barca, ci mancano tantissimo. C’è chi drammatizza e chi la prende con ironia: avete sicuramente visto i video di quegli appassionati che si divertono a simulare bordi al lasco o di bolina nella vasca da bagno o sul terrazzo di casa. Alcuni ritornano con la mente alle navigazioni passate, sfogliano con nostalgia le gallery di foto, magari programmano nuove crociere che prima o poi torneranno a fare.

Spesso ci prende un pensiero che non ci lascia più: come sarebbe bello adesso stare in barca, lontani da tutto, magari ormeggiati in una deliziosa baia dei paradisi tropicali. Un sogno legittimo, naturalmente, ma la realtà signori miei, è molto meno attraente. Parola di chi questa situazione la vive giorno per giorno. Come Stefano e Monica che in questo momento si trovano con la loro barca Jonathan Livingston, un X- 512 di 15 metri in Guadalupa, nelle Piccole Antille Francesi (Caraibi). La coppia di velisti si racconta con aggiornamenti continui sulla loro pagina Facebook www.facebook.com/iljonah e sul loro sito www.giringiro.altervista.org. La loro storia è quella di tanti giramondo: una vita normale, una casa in città, un lavoro soddisfacente. Poi a un certo punto la svolta, il cambio di rotta, la decisione di salire a bordo di una barca e non tornare più a terra per un po’, per sempre, chissà… Sta di fatto che dal 2014 navigano felici senza tempo e senza meta e finora di miglia ne hanno macinate un bel po’, ma senza fretta, riappropriandosi del tempo e delle loro vere necessità.

Lo spazio vivibile a bordo non basta mai

Il loro programma di viaggio prevedeva di rimanere ai Caraibi per tutta la stagione buona, per poi a giugno risalire l’Atlantico lungo la costa orientale degli Stati Uniti fino alla Gold Coast del Long Island Sound, nello stato di New York. Per ora tuttavia sono inchiodati in Guadalupa. Certo il panorama che li circonda è bellissimo, ma l’atmosfera e lo scenario reale è tutt’altro che da sogno. La loro vita a bordo, come spiegano bene, non è un idillio, a partire dagli spazi disponibili: “I metri quadri disponibili sono molto meno di quello che si pensa. Una barca a vela di 15 metri per 4,5 al suo baglio massimo, il punto più largo dello scafo, facendo una media tra le barche Anni 90 e attuali, non sono 67,5 mq di superficie abitabile, scordatevelo. Più la barca è anziana, più lo spazio diminuisce. Pensate a una 500 degli Anni 60 e una macchina di uguali dimensioni di oggi. Inoltre, l’altezza interna non sono certo i 3 metri circa di una casa, seppur popolare”.

Il vero problema è gestire le risorse

Altro punto dolente, raccontano Stefano e Monica, è la gestione delle risorse di bordo: “Se vivi come noi in rada, oltre alle scorte di gas, devi preoccuparti anche di gestire i consumi, non sprecare. Facile a dirsi, ma pochi sono abituati a farlo. Chiudete il rubinetto quando vi lavate i denti, le mani, fate la doccia? E quanta acqua consumate quando lavate i piatti? Spegnete le luci dove non servono? Devi gestire con molta più attenzione l’accumulo della spazzatura che devi poi smaltire a terra e non sempre le raccolte sono dietro l’angolo. Poi non c’è assistenza. Meccanici, elettricisti sono chiusi e, soprattutto, devi sperare di avere i pezzi di ricambio che non possono mai essere tutti a bordo e i negozi, che ora sono chiusi, non sempre hanno quello che cerchi. Di certo non poi fare arrivare Amazon col drone”.

L’unico lusso è il bagno intorno alla barca

Vivere in rada sembra la situazione più romantica e selvaggia, un contesto che sa di libertà, ma in tempi di Coronavirus, con le limitazioni alla possibilità di spostarsi, è tutto profondamente diverso: “Se sei in quarantena, anche in un marina, per le misure adottate devi usare i tuoi bagni, la tua doccia, non puoi uscire neanche in pontile a fare due passi. Ma qui in rada è uguale. Se ti va di fare due passi, a meno che tu non debba andare a fare la spesa o dal medico/farmacia, non puoi. Al limite passeggi avanti e indietro sul ponte da prua a poppa. Stai in pozzetto all’aria aperta col mare intorno, vero, è sicuramente un lato positivo e in rada fai anche il bagno intorno alla barca: ma non puoi allontanarti. In alcune rade non è il caso di fare neanche quello perché la rada la scegli anche in base alla comodità di approvvigionamento e, spesso, queste sono vicino a porti commerciali o insediamenti urbani. In rada sei all’ancora, vento o non vento, pioggia o sereno. A volte soffia per giorni e piove, anche per periodi tutt’altro che brevi. Tutto è umido, ti alzi anche la notte, a volte, per controllare che ancora e catena stiano facendo il loro lavoro”.

La barca è una gabbia dorata, ma sempre gabbia

La barca, forse ancora di più di una casa, nell’isolamento da Coronavirus diventa come una gabbia che ti costringe a sfacchinare: “In rada ogni volta che devi portare la spazzatura o fare cambusa devi mettere in acqua il gommone, scendere fino al dinghy dock, magari con 25 nodi arrivando bello umido e farti a volte circa un chilometro e mezzo all’andata e uno e mezzo al ritorno con sacchi e carrello, a piedi per gli approvvigionamenti. Riporti la spesa a bordo, non in ascensore. I più fortunati hanno il congelatore, nella media a bordo non c’è. Così come nella media non c’è la lavatrice e anche le lavanderie ti generano ansia per la possibilità di contagio. Devi stare attento a non contagiarti, scendi solo per necessità e non organizzi cene coi vicini di barca”.

Programmi di crociera saltati. Dove puntare la rotta?

E poi c’è l’incertezza del futuro, i programmi di crociera saltati, le incognite su una situazione che non ha contorni definiti: “Noi non possiamo rientrare a casa perché le frontiere son chiuse, non possiamo spostarci in un’altra isola. Non possiamo prendere un aereo a tornare a casa, anche se adesso non è il caso, ma nessuno sa se e quando in Italia la situazione cambierà, qui come saremo messi. Se potremo andare o no, se gli aeroporti saranno aperti o chiusi. Qui, inoltre è meglio che non ti ammali. Poi arriverà il momento in cui inizierà la stagione degli uragani. Il progetto di andare a Nord, sopra il 35° (Usa), ovviamente è impraticabile. Non resta che andare più a Sud-Sud Est possibile, dove però, ancora è tutto in lockdown e non si sa fino a quando”.

Insomma la vita in rada ai tempi del Coronavirus nel racconto sincero e appassionato di Stefano e Monica è molto lontana dall’idea felice che molti si fanno in questi giorni stando in quarantena a casa. Quel che è certo è che almeno loro la affrontano con lo spirito giusto, positivo e pratico, da veri marinai. Soprattutto non si perdono affatto d’animo, anzi colgono questa esperienza come una grande opportunità di essere migliori, non solo come velisti.

GUARDA IL VIDEO:

https://www.facebook.com/ottaviani.stefano/videos/10163156156390317/

David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.