Nel libro “Il grande marinaio”, tradotto in Italia da Neri Pozza la scrittrice francese Catherine Poulain racconta la sua esperienza estrema tra i pescatori d’Alaska con i quali ha vissuto per dieci anni. Un testo che è il racconto di uno dei lavori più pericolosi e massacranti al mondo, ma anche un viaggio interiore alla scoperta di sé stessi.

Qualche anno fa il grande fotografo brasiliano Sebastiao Salgado nella colossale mostra “La mano dell’Uomo” raccontava il lavoro dannato, spietato ma anche straordinariamente vitale di uomini, donne e bambini in giro per il mondo attraverso le loro mani: dalle piantagioni del tè del Ruanda ai canali d’irrigazione del Rajasthan, dalle miniere d’oro della Serra Pelada a quelle di zolfo in Indonesia, dalle acciaierie del Kazakhstan alle tonnare della Sicilia.

Ebbene se Salgado avesse fotografato anche le mani di Catherine Poulain, ne avrebbe certamente colto i segni della fatica, la muscolatura da uomo, l’indurimento, le pieghe e l’asprezza di chi è abituato a maneggiare palamiti e ami da pesca. Ne avrebbe sottolineato anche le ferite: l’assenza di una falange tranciata in mare dalla cima tesa dell’ancora e il buco alla base del pollice inferto dall’aculeo di un pesce killer. Perché le mani di Catherine Poulain sono quelle di un marinaio, o meglio quelle di una donna che per dieci anni ha deciso di lavorare con i marinai dell’Alaska. Per correre incontro alla vita, per conoscere il mondo fisico, per non rimanere prigioniera delle idee, per sciogliere le sue inquietudini.

Freddo, fatica, paura sul peschereccio Rebel

Un’esperienza dura la sua, unica donna su una barca da pesca di soli uomini che alla fine l’hanno adottata, ma non per tenerezza, ma perché era diventata una di loro, faceva le stesse cose, sopportava lo stesso freddo, faceva i turni di notte, dormiva con i vestiti bagnati per settimane intere, si spezzava la schiena a raccogliere e pulire il pesce pescato in quei mari gelidi. Finché il servizio d’immigrazione americano l’ha scoperta, lei una francese senza visto lavorativo, e l’ha espulsa. E allora per non dimenticare, Catherine dai suoi taccuini di appunti accumulati negli anni ha tratto un libro, Il grande marinaio, che ha conquistato i lettori francesi e ora arriva in Italia tradotto da Neri Pozza. Un testo che ne raccoglie tanti in sé: racconto di viaggio, storia d’amore, romanzo di formazione, ricerca mistica, ritratto dell’eterno confrontarsi di uomo e natura. Anzi di donna e natura. Lei minuta ma testarda, a immergersi con il corpo e la mente in questa scelta estrema.

Catherine Poulain viene da lontano, un paesino vicino a Manosque. Un padre pastore protestante, una madre professoressa, quattro sorelle e la voglia di scappare lontano. «Il mio sogno era diventare veterinaria o missionaria racconta la scrittrice – da piccola ero molto mistica, poi mi è passata. E per fare la veterinaria avrei dovuto essere un po’ più dotata per lo studio. Detestavo la scuola, non riuscivo a concentrarmi, volevo vedere il mondo, il mio corpo si spazientiva, voleva correre. Ed ecco, appena ho potuto sono partita».

Sono partita per trovarmi e per perdermi

Fa un primo viaggio in Europa in autostop a 18 anni, con la madre a casa a morire di paura. Poi un anno di volontariato in campagna. Quindi un anno di lavoro in una falegnameria. «Volevo lavorare con le mie mani, volevo essere infermiera, c’erano tante cose dentro di me – prosegue Catherine – soprattutto volevo partire». Passa un anno in un porto vicino a Tolone a fare un po’ di praticantato presso un meccanico di macchine agricole. Poi viaggia due anni in giro per l’Asia e Stati Uniti. Mentre lavora in un cantiere navale a Seattle sente parlare della pesca d’alto mare in Alaska. «Sono partita appena ho potuto – racconta – per trovarmi e per perdermi. La natura e le persone laggiù sono primitivi. Mi sentivo a casa».

Unica donna in un mondo di uomini duri

Catherine trova un ingaggio sulla Rebel, una barca che le sembra subito la più bella del porto, la chiglia nera con una grande striscia gialla. Nove persone, lei unica donna. C’è lo skipper che urla sempre, Jesus il messicano che la aiuta quando può, Wolf il filosofo, Dave il pescatore di granchi, Simon il ragazzo californiano che come lei non sa niente del mare. Soprattutto Jude, che la colpisce fin dal primo giorno. È lui il grande marinaio da cui prende il titolo il libro. Un vecchio lupo di mare, un tipo che parla poco e beve troppo, ha le mani piene di cicatrici e gli occhi dorati. È di lui che ha paura Catherine, perché teme che giudichi la sua inesperienza. E invece dopo la prima notte a trasportare mastelli di palamiti innescati nel freezer dello stabilimento, con le mani che si appiccicano al metallo ghiacciato, è Jude che commenta, rivolto verso gli altri: “that’s a tough girl”, è una ragazza tosta.

Ha lasciato il mare, suo malgrado, per le montagne

E così nasce questo libro di avventura e di viaggi che racchiude anche una storia d’amore, potente e inconsueta. Quando è stata espulsa nel 2003 Catherine Poulain ha lasciato l’Alaska, dove non può più tornare. Ha dovuto inventarsi un’altra vita. Ha fatto un corso come allevatrice e ora si occupa di allevare pecore sulle Alpi francesi. «Amo le bestie, il loro odore, la lana un po’ grassa. Sono bestie fragili, come bambini da proteggere, e lassù ci sono davvero i lupi». Intanto si gode il successo del suo libro che l’ha travolta. «Mi fa piacere per quegli uomini d’Alaska – spiega – un giorno uno di loro mi ha detto, sapendo che tenevo dei taccuini, se un giorno scrivi un libro parla di noi. Ho mantenuto la promessa». Perché certe promesse anche i marinai non ce la fanno a non mantenerle…

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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