Barche a fine vita: perché non facciamo come Usa, Francia o Giappone?

La popolarità della vetroresina nell’industria nautica ha creato un’enorme sfida ambientale: lo smaltimento delle barche obsolete. Mentre l’Italia fatica a trovare soluzioni vantaggiose, Stati Uniti, Francia e Giappone tracciano la rotta con un innovativo sistema di monitoraggio.

Smaltimento barche, come fare? La vetroresina, un tempo acclamata come materiale rivoluzionario per la sua leggerezza, resistenza e facilità di manutenzione, si rivela oggi una spada di Damocle per l’ambiente. Questa combinazione di resine polimeriche e fibre di vetro, che garantisce una durabilità eccezionale alle imbarcazioni, si trasforma in un incubo quando queste raggiungono la fine del loro ciclo vitale.

A differenza di materiali come metallo o legno, la particolare composizione della vetroresina rende il riciclo un’operazione complessa e onerosa. Separare la resina dalle fibre di vetro si rivela un processo antieconomico, con conseguenze allarmanti. Si stima che ogni anno in Europa circa 80.000 imbarcazioni diventino “rifiuti”, generando oltre 50.000 tonnellate di vetroresina. Lo smaltimento di questi scafi inerti, che non subiscono trasformazioni naturali, comporta costi proibitivi, spesso superiori al valore dei relitti stessi.

Smaltimento barche
Photo credits: www.boat-disposal.co.uk.

Destino finale: abbandono o incenerimento?

Qual è il destino delle barche obsolete? Nella maggior parte dei casi, vengono abbandonate dai proprietari, regalate nella speranza di un restauro improbabile o, nella peggiore delle ipotesi, affondate. Solo una minima parte viene conferita a imprese specializzate nel riciclo della vetroresina. Le opzioni di smaltimento esistono, ma i costi elevati ne limitano l’applicazione su larga scala. Il risultato è che gran parte degli scafi finisce in discarica o inceneritore, con un impatto ambientale tutt’altro che trascurabile.

Esistono tre approcci principali per trattare la vetroresina in modo ecologicamente responsabile:

Ossidazione Termica: La combustione degli scafi può alimentare turbine o forni industriali, e le fibre incombuste possono essere utilizzate nell’edilizia. Tuttavia, il processo genera ceneri da smaltire e comporta costi elevati.

Triturazione: Macinare gli scafi in piccoli pezzi o polveri consente il riutilizzo del materiale, sebbene le proprietà originali della vetroresina vengano compromesse. Il materiale risultante trova impiego principalmente nell’edilizia.

Pirolisi: La decomposizione chimica della vetroresina permette di recuperare diverse sostanze utili, come pyro oil e pyro gas, ma richiede temperature elevate e comporta costi significativi.

Smaltimento barche
Photo credits: Pbo.

L’esempio di Francia, Svezia, Giappone e Usa

La proliferazione di “navi fantasma” e l’inquinamento marino causato dalla vetroresina richiedono un’azione legislativa immediata a livello globale e nazionale. Si auspica l’adozione di un modello di economia circolare che responsabilizzi i produttori nella gestione dei rifiuti a fine vita, incentivando la creazione di infrastrutture dedicate al riciclo. Un altro passo importante è la creazione di un “passaporto digitale” dei materiali, per tracciare la composizione degli scafi e facilitare il riciclo futuro.

Alcuni Paesi si sono già attivati per affrontare il problema dello smaltimento degli scafi. Per esempio la Francia ha creato una rete nazionale di riciclaggio e demolizione delle barche, con 52 siti che smaltiscono circa 25.000 imbarcazioni all’anno. In Svezia un cantiere produce imbarcazioni con rottami riciclati a ciclo chiuso per il 10% e ha sviluppato un prototipo con il 20% di vetroresina riutilizzata. E ancora in Giappone da 20 anni è attivo un programma di riciclaggio degli scafi, con circa 40 smantellatori e 9 aziende di trasformazione della vetroresina.

Negli Stati Uniti, la BoatUS Foundation ha lanciato un database nazionale per identificare e monitorare le imbarcazioni abbandonate, rendendo accessibili le segnalazioni al pubblico. Un’iniziativa che potrebbe fare da apripista per un approccio più strutturato e trasparente alla gestione del problema. In Italia, invece, al momento si cerca di contrastare il fenomeno con la legge n. 68 del 2015, che prevede il reato di responsabilità penale per “Delitti contro l’ambiente”.

Photo credits immagine apertura: www.boat-disposal.co.uk.

David Ingiosi

Giornalista professionista, appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

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