Australia: i kit di pronto soccorso che salvano dagli attacchi di squalo

Nata dall’iniziativa di un surfista dopo un’aggressione di squalo, una rete capillare di valigette d’emergenza anti-emorragia sta rivoluzionando la sicurezza costiera in Australia.

Nella drammatica evenienza di un attacco di squalo, il confine tra la vita e la morte si misura in una manciata di minuti. È una spietata questione di tempo: fermare il dissanguamento prima dell’arrivo dell’ambulanza è l’unico modo per dare una possibilità di sopravvivenza alla vittima.

Da questa consapevolezza sono nati i Community Shark Bite Kits (Community SBK), un progetto dal basso che sta distribuendo presidi medici d’emergenza sulle spiagge australiane, mettendoli alla portata di surfisti, bagnanti, pescatori e di chiunque frequenti l’oceano. L’iniziativa, nata dal trauma e dal coraggio, si è trasformata in una campagna nazionale che ha già dimostrato sul campo la sua straordinaria efficacia.

squaloIl trauma di un amico e l’intuizione geniale

Tutto ha inizio nel luglio del 2024 a North Shore Beach, nella località di Port Macquarie, nel Nuovo Galles del Sud. Kai McKenzie, un promettente surfista di ventitré anni, viene aggredito da uno squalo bianco di circa 3 metri, che gli recide la gamba destra. Nonostante la gravità della ferita, il giovane riesce a respingere l’animale e a guadagnare la riva. A salvargli la vita è il destino: un poliziotto in pensione che passeggiava sulla spiaggia usa il guinzaglio del proprio cane come laccio emostatico di fortuna, riuscendo a tamponare l’emorragia massiva.

Per Danny Schouten, amico fraterno di Kai, quell’episodio è una rivelazione tanto drammatica quanto lucida. I dispositivi medici salvavita esistono, ma sono quasi sempre custoditi sotto chiave nelle torrette dei bagnini, nelle sedi dei club di surf o nei veicoli dei soccorritori. Quando ogni secondo è prezioso, perdere tempo a cercare una chiave o a correre verso un parcheggio può essere fatale. L’idea di Schouten è semplice: la sicurezza non può essere affidata al caso o alla presenza fortuita di un guinzaglio; quegli strumenti devono essere accessibili a tutti, subito, direttamente sulla sabbia.

Anatomia di un kit salvavita a prova di passante

Ma cosa c’è esattamente dentro un Community Shark Bite Kit? Si tratta di contenitori ad alta visibilità, posizionati strategicamente sui litorali più affollati, agganciati alle paline delle informazioni o vicino alle passerelle d’accesso. Sono progettati per essere intuitivi, utilizzabili anche da chi non ha alcuna formazione medica o si trova in uno stato di forte shock.

Il cuore del kit è focalizzato sul trattamento delle emorragie catastrofiche. All’interno si trovano lacci emostatici professionali (tourniquet), bende da trauma di grandi dimensioni, garze compressive, guanti protettivi, una coperta termica d’emergenza e un fischietto per richiamare l’attenzione. Alcune versioni includono persino sacche speciali per la conservazione e il trasporto degli arti amputati, fondamentali per i successivi tentativi di ricostruzione chirurgica. Le istruzioni, stampate a grandi caratteri e illustrate passo dopo passo, guidano il soccorritore occasionale nei primi, cruciali gesti di assistenza.

Una rete solidale che unisce un intero continente

Quella che era nata come la reazione emotiva a una tragedia sfiorata si è rapidamente trasformata in un movimento di portata nazionale. L’organizzazione no-profit Community SBK si sostiene interamente grazie alle donazioni dei cittadini, alle raccolte fondi su piattaforme come GoFundMe e al supporto delle comunità locali. Le risorse raccolte servono a coprire i costi di produzione, installazione, monitoraggio e ricambio dei materiali, oltre che a finanziare campagne di sensibilizzazione sull’uso dei dispositivi.

Dalle prime installazioni nel nord del Nuovo Galles del Sud, la mappa dei kit si è estesa a macchia d’olio. Dalle rilevazioni di fine 2025 che contavano circa 150 postazioni in vari stati come il Queensland e l’Australia Occidentale, si è passati, nel giugno del 2026, a quasi 250 kit attivi. Questo successo ha spinto anche le amministrazioni locali e le associazioni di categoria a collaborare, installando i presidi soprattutto per garantire la sicurezza nelle prime ore del mattino o al tramonto, quando le spiagge sono frequentate da surfisti ma i bagnini non sono ancora in servizio.

 

La prova del nove tra le onde di Sydney

La conferma definitiva della validità del progetto è arrivata in una fredda giornata d’inverno a Coogee Beach, una delle spiagge più note di Sydney. Una nuotatrice di 35 anni, Leah Stewart, è stata attaccata da uno squalo bianco, riportando ferite profonde e un’emorragia gravissima.

Tra i bagnanti presenti quel giorno c’era anche un medico rianimatore fuori servizio, il dottor Ian Ferguson. Capendo immediatamente la gravità della situazione, il medico ha corso verso il kit installato sulla spiaggia solo pochi mesi prima, prelevando il laccio emostatico e il materiale compressivo. Grazie alla prontezza dei presenti e alla disponibilità immediata del materiale medico, il flusso di sangue è stato controllato fino all’arrivo dei paramedici. La donna è arrivata in ospedale in condizioni critiche ma stabili, sopravvivendo all’incidente. Per Danny Schouten e per tutta la comunità dei surfisti australiani, la salvezza di Leah è stata la prova inconfutabile che avere gli strumenti giusti nel posto giusto può riscrivere un destino che sembrava già segnato.

David Ingiosi

Giornalista professionista, appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore, reporter e direttore di testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici, compresi tutti i watersports.

No Comments Yet

Leave a Reply

Your email address will not be published.