America’s Cup: i fattori chiave del successo di New Zealand

L’equipaggio neozelandese è partito in questa 36° edizione dell’America’s Cup da grande favorito. Luna Rossa per quel che ha potuto (e tanto) gli ha reso la vita difficile, ma alla fine Team, New Zealand ha dimostrato la sua superiorità. Ecco quali sono i fattori chiave dietro alla sua vittoria.

Dopo la festa, le celebrazioni, i brindisi per questa ennesima straordinaria vittoria di Team New Zealand che nei match race contro Luna Rossa è riuscita a battere gli italiani e rimanere con le mani ben salde sulla America’s Cup, può essere utile tirare un po’ le somme di questa 36° edizione della sfida e soprattutto ragionare sui fattori chiave che hanno realmente determinato il successo dei kiwi.

Una vittoria come questa non si costruisce solo nelle regate finali, come sanno bene gli addetti ai lavori e come hanno ormai capito i migliaia di appassionati della disciplina velica. L’America’s Cup nella sua stessa definizione è una sfida spalmata su anni di progettazione, lavoro di squadra, prove, collaudi, allenamenti e soprattutto tanta esperienza accumulata nelle edizioni precedenti.

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Onore a Luna Rossa, ma hanno vinto i migliori

Sui meriti di Luna Rossa, sulla sua capacità di mettere in difficoltà Team New Zealand, sul livello tecnico della squadra italiana e i meritati successi guadagnati sul campo per essere protagonista sublime di questa grande sfida si è detto tutto. Onore a Luna Rossa che in questa 36° edizione della Coppa America ha dato tutto, ha dato il massimo, ha brillato nelle partenze e regalato spettacolo a non finire. Ha anche commesso qualche errore, ma è così che si vive lo sport, a testa alta e senza paura di sbagliare. Anche senza quelle sbavature di questo viaggio meraviglioso di Luna Rossa, probabilmente i neozelandesi avrebbero vinto lo stesso. “Hanno vinto quelli che dovevano vincere, non c’era altra soluzione, chi conosce bene la vela non si è mai illuso -ha spiegato chiaramente Cino Ricci – si è visto che la miglior barca e il miglior equipaggio erano loro. Dopo le prime sei regate eravamo alla pari poi hanno vinto le ultime 4 nonostante il vento fosse sempre debole”. E Ricci dall’alto della sua esperienza dice la cruda verità.

Vediamo però come Team New Zealand ha compiuto la grande impresa, quali armi aveva nel suo bagaglio e soprattutto cerchiamo di individuare sinteticamente le vere ragioni del suo successo.

01 Esperienza, regole e cultura velica

Team New Zeland come detentore dell’America’s Cup partiva da una bella serie di vantaggi il primo dei quali è l’avere stabilito le regole di partecipazione. Ma per giustificare al meglio le potenzialità dei kiwi è utile sottolineare il loro prestigioso palmarés, ricco e variegato grazie ai successi ottenuti negli ultimi decenni. La barca neozelandese si è presa l’America’s Cup nel 1995 contro gli yankee, difendendola poi nel 2000 contro Luna Rossa, distrutta con un rotondo 5-0. Nel 2003 però ecco la sconfitta contro Alinghi, seguita da una serie di ko subiti nel 2007 e nel 2013. Tremenda quella di 8 anni fa, quando i neozelandesi vennero sconfitti 9-8, dopo essere stati in vantaggio per 1-8. Una debacle tremenda, che ha dato comunque a Emirates Team New Zealand lo slancio per tornare a trionfare nel 2017, battendo Bmw Oracle Racing (USA).

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02 I foil e le prestazioni di Te Rehutai

Il fattore più chiaro di questa edizione dell’America’s Cup è stato che la barca dei neozelandesi, Te Rehutai dal nome Maori che descrive la schiuma del mare, era la barca più veloce. Le cifre reali di queste fantastiche prestazioni le conosceremo forse fra qualche settimana o magari mei prossimi mesi. C’è comunque chi ha già quantificato queste migliori prestazioni in circa 2 nodi in più rispetto al team italiano in certe condizioni. Insomma Te Rehutai è una barca all’avanguardia, un congegno perfetto dotato peraltro di alcune caratteristiche, visibili anche a occhio nudo, che sono la ragione della differenza velocità: i foil più piccoli e di forma diversa (a T e non a Y rovesciata) e soprattutto con una superficie minore rispetto a Luna Rossa, le forme avveniristiche dello scafo, l’ergonomia dei corridoi laterali che contengono le postazioni dell’equipaggio, il piano di coperta che scendendo in maniera repentina consente di avere qualche metro quadro di tela in più nella randa. Poi ci sono le caratteristiche che non si vedono, i segreti progettuali, quelle verità nascoste all’interno della barca che chissà se verranno mai alla luce.

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03 Un equipaggio di giovani talenti

Qualcuno ha sottolineato come New Zealand vanta una nuova generazione di velisti. Un gruppo giovane in acqua come a terra e con un nuovo leader, Peter Burling (classe 1991), con i suoi studi di ingegneria alle spalle e un palma res ricco di vittorie che dimostra tutte le sue competenze nel settore dei foil e di questa nuova vela “volante”. Insieme a lui ci sono altri giovani atleti, come per esempio Josh Junior (1990) e Andy Maloney (1991), per citare qualcuno dei giovani talenti che erano a bordo, ma anche l’ingegnere delle performance Elise Beavis (classe 1994). Questi ragazzi per quanto di pochi anni però hanno già vinto due volte la Coppa America. Sono i fenomeni della generazione di velisti 2.0. Abituati alla velocità, alle classi acrobatiche, nati già nel mondo foil.

04 Conoscenza del campo di regata

C’è poi il campo di regata, quel celebre Golfo di Hauraki famoso per i capricci del vento e soprattutto in condizioni di brezza leggera. La difficoltà di questo tratto costiero che si trova di fronte alla città di Auckland è che è costellato da isole, alcune non più grandi di uno scoglio mentre altre di enormi dimensioni. Solitamente nel mese di marzo, che ricordiamo in Nuova Zelanda fa parte dei mesi estivi, le temperature minime oscillano fra i 15-16° mentre le massime possono salire fino a 24°. Le piogge sono abbastanza scarse mentre l’acqua possiede una temperatura tipicamente oceanica. I venti in questo periodo come abbiamo visto possono oscillare tantissimo, soffiare tesi o farsi attendere del tutto. Ebbene nessuno meglio di Team New Zealand conosce alla perfezione il Golfo di Hauraki. È qui che si sono sempre allenati gli atleti, qui che sono nati e sono stati collaudati tutti i prototipi del gruppo di ingegneri, qui che si sono decise quelle linee, quelle soluzioni tecniche, quegli accorgimenti ideali per questo campo di regata. E questo è innegabilmente un grande vantaggio per chi gioca in casa.

In ultimo c’è una frase detta da Peter Burling, skipper di Team New Zealand intervistato dopo la sesta regata vinta, che riassume l’atteggiamento e l’approccio dei kiwi a questa grande sfida che è l’America’s Cup: “Vogliamo ancora imparare”. A queste parole il pubblico presente in conferenza stampa si è scatenato in una risata generale prendendo solo per ironia il messaggio dell’atleta. In realtà non era una battuta e questo purtroppo si è capito solo quando qualche match race dopo Peter Burling ha alzato la Coppa America al cielo.

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David Ingiosi

Appassionato di vela e sport acquatici, esperto di diporto nautico, ha una lunga esperienza come redattore e reporter per testate nazionali e internazionali dove si è occupato di tutte le classi veliche, dalle piccole derive ai trimarani oceanici

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